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La Lega presenta proposta per una Zes anche per il Nord, un modello di crescita che il governo Meloni vuole replicare in tutta Italia

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Presentata una  proposta di legge alla Camera che è stata illustrata dal capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari e dal segretario federale Matteo Salvini. Il testo prevede l’istituzione di una “ZES Nord”, sul modello della ZES unica del Mezzogiorno, con una cabina di regia presso la Presidenza del Consiglio, un’unità di missione per il monitoraggio e un piano strategico triennale per definire incentivi, investimenti e interventi infrastrutturali. La proposta stanzia una copertura iniziale di 3 miliardi di euro. Secondo Molinari, se la ZES unica ha dato una risposta alle esigenze del Sud, “anche nel Nord ci sono aree che necessitano di questo tipo di incentivi”, in particolare i territori transfrontalieri, penalizzati dalla concorrenza fiscale, dai costi dell’energia e dalle condizioni offerte dai Paesi confinanti, oltre alle aree di crisi industriale complessa e semplice. “Non chiediamo che tutto il Nord diventi una ZES, ma vogliamo dare al Governo uno strumento per individuare le aree che hanno realmente bisogno del sostegno dello Stato”, ha spiegato a proposta ricalca gli strumenti già previsti per il Mezzogiorno: crediti d’imposta fino al 60% per i nuovi investimenti, agevolazioni fiscali concordate con Regioni ed enti locali, incentivi alle assunzioni e procedure amministrative semplificate.

“L’esperimento della sburocratizzazione al sud ha dato ottimi risultati rilanciando aree economicamente in difficoltà che hanno attratto investimenti, e penso ad alcune zone di confine dove le nostre imprese e i nostri lavoratori, ovviamente, soffrono di una concorrenza impari. Pensiamo alla differenza di stipendi fra Como e la Svizzera, pensiamo alla differenza di costo benzina, energia fra Trieste e la Slovenia”. Così il leader della Lega e vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini, nella conferenza stampa convocata a Montecitorio per illustrare la proposta di legge di estendere ad alcune aree del nord i benefici fiscali previsti dalla Zes.

“Contiamo che ci sia particolare attenzione a questa proposta da parte spero, non solo della maggioranza, ma sarebbe bello che anche l’opposizione sostenesse e accompagnasse, perché imprenditori e lavoratori transfrontalieri delle zone di confine, non hanno tessera di partito che li distingue, quindi offriamo all’intero Parlamento la possibilità di trasformare in norma quella che è una proposta che viene dai nostri territori”.

La proposta della Lega di estendere anche al Nord il modello della ZES unica segna un passaggio politico significativo: quella che all’inizio era stata accolta da molti con scetticismo, se non con aperta diffidenza, oggi viene indicata come una possibile soluzione nazionale contro burocrazia, lentezze amministrative e freno agli investimenti. La richiesta, partita in particolare dalla Lombardia e rilanciata nell’area leghista, nasce da un dato ormai difficile da ignorare: la ZES unica del Mezzogiorno sta funzionando.

 

Il cambio di passo è nei numeri. Da poco è stato superato il traguardo delle 1.500 autorizzazioni rilasciate nell’ambito della ZES unica, un risultato che le organizzazioni imprenditoriali leggono come la conferma che, quando lo Stato semplifica le procedure e offre tempi certi, le imprese rispondono con investimenti, occupazione e crescita. Agenzia Nova ha riportato la posizione della Fapi, secondo cui le 1.500 autorizzazioni dimostrano che “semplificazione crea sviluppo e lavoro”, con Campania e Puglia tra i territori che stanno mostrando gli effetti più immediati della misura.

La ZES unica, istituita dal governo Meloni con il decreto Sud voluto da Raffaele Fitto, è partita dal 1° gennaio 2024 e ha sostituito le otto precedenti ZES frammentate, unificando in un solo quadro amministrativo Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. L’obiettivo era superare dispersione, sovrapposizioni e lentezze, creando una cabina unica per attrarre investimenti e garantire pari opportunità di sviluppo alle imprese del Mezzogiorno.

Sotto la guida di Giosy Romano, prima alla Struttura di missione e ora al Dipartimento per il Sud, la ZES è diventata un modello operativo fondato su autorizzazione unica, sportello digitale, tempi più rapidi e accompagnamento degli investimenti. Il sito del Dipartimento per il Sud conferma che il capo del Dipartimento è l’avvocato Giuseppe Romano, con funzioni di organizzazione, coordinamento e raccordo dell’attività amministrativa. La sua nomina può essere letta proprio in questa chiave: dare continuità alla macchina che ha fatto funzionare la ZES e preparare un possibile salto di scala del modello.

Anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, ha più volte rivendicato il valore strategico dello strumento. Presiedendo la Cabina di regia ZES a Palazzo Chigi, Sbarra ha parlato di risultati “che superano ampiamente le aspettative”, ricordando che negli ultimi due anni erano state rilasciate oltre mille autorizzazioni, con circa 6 miliardi di euro di investimenti autorizzati e oltre 17.800 ricadute occupazionali stimate. Ha poi definito la ZES unica “un modello efficace e un pilastro della politica industriale del Sud”

La parabola politica è evidente. La ZES unica nasce come grande scommessa di Raffaele Fitto per il Mezzogiorno, viene criticata per il suo impianto centralizzato, poi comincia a produrre autorizzazioni, investimenti e fiducia. Oggi, con oltre 1.500 autorizzazioni, diventa il modello a cui guardano anche le regioni più forti del Paese.

La sfida, adesso, sarà trovare un equilibrio: preservare la missione originaria della ZES come leva di riequilibrio per il Sud, senza disperdere le risorse destinate al Mezzogiorno, ma trasformare la semplificazione amministrativa in una riforma nazionale. Perché il vero insegnamento della ZES unica è questo: quando lo Stato smette di essere un ostacolo e diventa un facilitatore, le imprese investono. E se il Sud ha dimostrato che la strada funziona, ora il governo può farne uno dei pilastri della nuova politica industriale italiana.

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