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La Germania si arrende: la furia “green” sta distruggendo l’industria. Politica e impresa chiedono lo stop al sistema ETS

Sindacati e grandi aziende tedesche si ribellano: le regole europee sul clima e l’anticipo al 2045 stanno distruggendo l’economia. La richiesta per salvare le fabbriche.

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Sei anni di recessione e stagnazione continua hanno presentato il conto. L’industria tedesca, per decenni locomotiva incontrastata d’Europa, sta letteralmente soffocando sotto il peso di scadenze climatiche politicamente forzate.

Oggi, i vertici aziendali e i sindacati lanciano un grido d’allarme disperato: se non rallentiamo subito la corsa verso le “zero emissioni”, andremo incontro all’estinzione industriale. La Germania tenta, in extremis, di tirare il freno a mano per salvarsi. La richiesta viene riportata con enfasi dal quotidiano Die Welt.

Il paradosso tedesco è tutto in una data: 2045. Berlino ha deciso di voler raggiungere la neutralità climatica ben cinque anni prima del resto d’Europa, che punta al 2050.

Questa scelta di essere “i primi della classe” si sta rivelando un disastro economico senza precedenti. Non si tratta più di difendere l’ambiente, ma di difendere i posti di lavoro da una concorrenza globale spietata.

I rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, uniti da una crisi reale, hanno chiesto apertamente di abbandonare l’obiettivo del 2045. La richiesta è chiara: allinearsi al target europeo del 2050.

A guidare questa rivolta del buon senso sono figure di peso. Troviamo Michael Vassiliadis, presidente del potente sindacato dell’industria mineraria, chimica ed energetica (IGBCE), e Markus Krebber, amministratore delegato del colosso energetico RWE.

“L’industria deve sapere dove sta andando per poter investire”, ha spiegato Krebber. Le aziende non vivono alla giornata. Hanno bisogno di prospettive decennali.

I palliativi della politica, come i piccoli sconti temporanei sulle bollette elettriche, non servono a nulla. Se un’azienda non ha certezze normative, semplicemente chiude o sposta i capitali in Asia o in America.

Serve una soluzione strutturale. Il problema principale ha un nome preciso: Sistema europeo di scambio di quote di emissione, noto come ETS.

Cos’è l’ETS e perché sta strangolando l’economia

L’ETS (Emission Trading System) è un mercato artificiale creato dall’Unione Europea per dare un prezzo all’inquinamento. Funziona con il principio del “cap and trade” (limita e scambia).

L’Europa fissa un tetto massimo (“cap”) alla quantità di gas serra che gli impianti industriali possono emettere. Questo limite non è fisso, ma viene abbassato deliberatamente ogni anno per forzare la riduzione delle emissioni.

Le aziende ricevono o devono acquistare dei “permessi” per ogni tonnellata di CO2 emessa. Chi è virtuoso e inquina meno, può vendere le quote avanzate sul mercato (“trade”). Chi sfora, deve comprare permessi a prezzi sempre più salati.

Il meccanismo nasconde una trappola mortale per la competitività. In base alle regole dell’ETS1, il numero di quote immesse in circolazione crolla anno dopo anno.

Per le industrie tedesche, la scure cadrà nel 2039: da quell’anno non riceveranno più alcuna quota gratuita.

La scarsità di questi permessi fa esplodere i costi di produzione, creando uno squilibrio fatale rispetto ai concorrenti extra-europei, che producono senza questi fardelli burocratici.

La fuga delle emissioni e il disastro logico

Anticipare il traguardo climatico di cinque anni rende la Germania solo un polo industriale più costoso, senza alcun beneficio reale per l’ambiente.

Come ricorda il capo di RWE, le emissioni di CO2 risparmiate a suon di chiusure aziendali in Germania vengono semplicemente rilasciate da fabbriche in altri paesi europei o extra-europei. È la beffa perfetta.

Il sindacato IGBCE ha messo nero su bianco la realtà. In un documento programmatico, chiede di rallentare la riduzione annuale delle quote CO2.

L’obiettivo è sincronizzare le scadenze con l’Europa per dare ossigeno vitale all’industria e permettere lo sviluppo di tecnologie reali di protezione ambientale, senza distruggere il capitale accumulato.

Il leader sindacale Vassiliadis non usa mezzi termini: “Il sistema di scambio delle emissioni sta uccidendo le nostre aziende”. Quando un sindacalista difende i profitti aziendali contro la politica climatica, significa che l’acqua è arrivata alla gola.

Michael Hüther, direttore dell’Istituto economico tedesco, indica la via pragmatica. Servono più quote gratuite per l’industria e l’uso di tecnologie per catturare e stoccare il carbonio nel sottosuolo.

  • Allungare i tempi di transizione al 2050.
  • Evitare la fine precipitosa delle quote gratuite ETS.
  • Puntare su soluzioni tecnologiche e non su tasse punitive.

Anche la politica inizia a svegliarsi. Gitta Connemann, esponente della CDU e presidente dell’associazione delle PMI, è tranchant.

Chi brucia il ponte verso il futuro prima che le aziende lo abbiano attraversato non può stupirsi se gli investimenti crollano. “Vogliamo meno CO2, non meno industria”, ha dichiarato con lucidità.

Fissare scadenze irrealistiche sui calendari politici non risparmia un solo grammo di CO2 reale. Serve una politica industriale sensata, altrimenti l’Europa intera si trasformerà in un museo deindustrializzato, mentre le produzioni, senza nessun controllo sulla CO2, anzi con anche inquinamento tradizionale, si trasferiranno altrove. La ribellione tedesca è il primo, fondamentale passo per fermare questa estinzione programmata, ma anche l’Italia vuole una riforma dell’ETS. Ora si è unita anche la Germania.

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