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La Germania affonda le fregate F126: addio ai colossi del mare, Berlino torna alle MEKO per salvare i conti e l’industria
Un disastro burocratico da 18 miliardi di euro spinge Berlino a cancellare l’ambizioso progetto per le fregate pesanti F126. Il governo salva il bilancio e l’industria nazionale tornando alle più agili ed economiche MEKO A-200. U

Il Ministero della Difesa tedesco ha appena staccato la spina al costoso e travagliato programma navale F126. Berlino rinuncia definitivamente a costruire sei enormi fregate per la lotta antisommergibile, optando invece per otto fregate MEKO A-200, prodotte in casa dalla ThyssenKrupp Marine Systems (TKMS). Una decisione drastica che chiude un capitolo disastroso per la logistica militare di Berlino, riportando contemporaneamente la spesa pubblica all’interno dei confini nazionali.
Questa mossa non arriva come un fulmine a ciel sereno. Da anni la Germania sconta ritardi cronici nel rinnovamento della propria flotta militare. L’apparato burocratico di Berlino ha spesso allungato a dismisura i tempi di approvazione, trasformando progetti ambiziosi in vere e proprie emorragie finanziarie, a discapito della millantata efficienza.
F 126
I costi fuori controllo del progetto originario
Tutto era cominciato nel 2020. L’allora governo tedesco aveva affidato la costruzione di sei fregate della classe F126 (Classe Niedersachsen) al cantiere olandese Damen Schelde Naval Shipbuilding. Il conto preventivato inizialmente non era di poco conto: circa 10 miliardi di euro, oltre 1,5 miliardi a nave. Tanto, considerando che una FREMM francese costa un miliardo e una FREMM Fincantieri qualcosa di meno.
Eppure, il tempo è passato producendo solo rinvii e continue revisioni tecniche. Alla fine, l’azienda olandese ha dovuto gettare la spugna, ammettendo ufficialmente di non poter rispettare né i tempi di consegna previsti, né il budget pattuito.
Per tentare di salvare il salvabile, la Difesa tedesca aveva esplorato l’ipotesi di passare il ruolo di capocommessa alla Naval Vessels Lürssen (sotto il gruppo tedesco Rheinmetall). Ma i calcoli presentati erano insostenibili:
- Solo per proseguire il programma con Lürssen, costruendo le sei navi previste, sarebbero serviti 15,2 miliardi di euro, cioè 2,5 miliardi a nave.
- Aggiungendo i compensi per il lavoro già svolto da Damen, il costo totale dell’operazione avrebbe sfondato l’incredibile muro dei 18 miliardi di euro, 3 miliardi a nave. Con questa cifra conveniva comprare l’intera flotta di fregate della Marina Militare!
Di fronte a cifre del genere, il Ministro della Difesa Boris Pistorius ha deciso di interrompere tutto. Mantenere in vita l’accordo originario cambiando solo il capocommessa avrebbe inoltre significato rinunciare a qualsiasi richiesta di risarcimento contro gli olandesi. Una concessione inaccettabile per le già provate casse dello Stato.
Il ritorno alle fregate MEKO: pragmatismo tedesco
Per non rimanere sguarnita di navi moderne, Berlino ha virato su un prodotto nazionale già maturo e collaudato: le fregate MEKO A-200 DEU di TKMS. Un progetto di indubbia qualità, che gode già di grande successo nell’esportazione verso altre marine militari nel mondo.
Ecco i numeri della nuova strategia:
- Circa 6,3 miliardi di euro per le prime quattro fregate, comunque più di quello che, sinora, hanno speso Italia e Francia.
- Un’opzione esercitabile entro il 2026 da 5,3 miliardi di euro per altre quattro navi.
- Un investimento totale di 11,6 miliardi di euro per l’acquisto di otto navi complessive.
Il pragmatismo ha vinto: il governo tedesco ottiene una flotta più numerosa (otto unità invece di sei), spendendo una cifra enormemente inferiore (11,6 miliardi contro gli oltre 18 previsti dal fallimentare piano di recupero).
MEKO contro F126: navi pariclasse o un semplice tappabuchi?
A questo punto si impone una riflessione tecnica. Le nuove MEKO A-200 sono realmente equivalenti alle F126 o sono state scelte solo come pezza d’appoggio per coprire le attuali falle della marina?
Per essere molto chiari: non si tratta affatto di navi pariclasse.
- Le F126 erano state pensate come dei veri e propri colossi marini. Con un dislocamento stimato di oltre 10.550 tonnellate, avevano le dimensioni e il peso di un cacciatorpediniere pesante o di un piccolo incrociatore. Erano state disegnate per affrontare lunghissime missioni globali, garantendo un’altissima automazione (con un equipaggio ridotto a un centinaio di marinai) e l’utilizzo di complessi moduli di missione totalmente intercambiabili. Un progetto, col senno di poi, inutilmente complesso e troppo ambizioso.
- Le MEKO A-200, al contrario, sono fregate di stazza media standard. Pesano meno della metà (si aggirano intorno alle 3.700-4.000 tonnellate a pieno carico). Fisicamente offrono meno spazio per sistemi d’arma multipli, meno capacità di stivaggio e un’autonomia inferiore rispetto ai “giganti” previsti dal progetto F126.
Dunque, siamo di fronte a un ripiego? All’inizio dell’anno, la marina le considerava effettivamente una semplice “soluzione ponte”. Tuttavia, il vertice della Marina tedesca ha ora certificato ufficialmente che le MEKO A-200 sono perfettamente in grado di svolgere il compito tattico principale richiesto: la caccia ai sottomarini. Questo garantirà alla Germania il pieno rispetto degli impegni presi in ambito NATO. Comunque senza portaeromobili la Marina tedesca ha capacità limitate al Baltico e a una fetta del Mare del Nord.
Per la Germania questa è, comunque, una soluzione migliore, che raggiunge più scopi:
- Salvaguardia dell’occupazione: tuteleranno migliaia di posti di lavoro altamente qualificati sul suolo tedesco, scongiurando crisi industriali nel settore difesa.
- Tutela del Know-how: manterranno il pieno controllo tecnologico e brevettuale all’interno dello Stato.
- Stimolo al “Mittelstand”: assicureranno ordini vitali alla rete delle piccole e medie imprese. La costruzione di navi militari richiede infatti una filiera profondissima: dalle acciaierie di alta qualità all’elettronica, spalmando l’investimento su tutto il territorio.
Non è un caso che, all’annuncio del ministero, le azioni di TKMS siano schizzate in borsa, mentre quelle di Rheinmetall abbiano registrato pesanti crolli. Un colpo durissimo per i Paesi Bassi , che perdono una ricca commessa.








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