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La fine degli informatici? Le Big Tech ora cercano filosofi per “domare” l’Intelligenza Artificiale

Rivoluzione nel lavoro: le grandi aziende di IA assumono filosofi e frenano sui programmatori. Intanto, i leader della Silicon Valley vietano gli schermi ai propri figli.

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Fino a ieri, una laurea in informatica era il biglietto d’oro per la ricchezza sicura. Oggi, un’ombra imprevista si allunga sui programmatori, perché le aziende che creano l’Intelligenza Artificiale stanno cercando disperatamente filosofi.

Il motivo è molto pratico: le macchine sanno già scrivere il codice da sole. Quello che i computer non sanno fare è distinguere il bene dal male o comprendere i complessi equilibri sociali del mondo reale.

Così, il mercato del lavoro tecnologico sta subendo un ribaltamento storico. Ad aprile 2026, Google DeepMind ha assunto Henry Shevlin, noto filosofo dell’Università di Cambridge. Il suo ruolo non è tecnico, ma di gestione della futura convivenza tra umani e un’Intelligenza Artificiale Generale.

I dati confermano questo spostamento di capitali e risorse. Sul portale accademico PhilJobs, gli annunci legati all’IA sono schizzati dall’1% del 2013 al 16% nel 2025. Anthropic, un’altra azienda leader, ha affidato alla filosofa Amanda Askell la stesura della “Costituzione” del suo modello Claude.

Tutto questo ha un impatto economico enorme. I salari a sei cifre della Silicon Valley iniziano a premiare chi sa gestire i dilemmi etici. Di conseguenza, il potere contrattuale dei puri tecnici del software rischia di ridursi notevolmente nei prossimi anni.

A questo si aggiunge una certa, inevitabile ironia. I grandi capi del settore vendono schermi e algoritmi a tutto il mondo, ma tengono i propri figli rigorosamente lontani da questi strumenti tecnologici. Elon Musk, ad esempio, ha creato Astra Nova, una scuola basata sul ragionamento pratico. Sam Altman di OpenAI preferisce che i suoi figli “giochino con la terra” e imparino la tecnologia solo da adulti, quando avranno solide basi umane.

Da anni le famiglie dei dirigenti tecnologici scelgono per la prole le scuole steineriane (metodo Waldorf). In queste aule non ci sono tablet, ma si insegna la creatività e il pensiero critico per risolvere i problemi.

In sintesi, i creatori dell’IA lo sanno bene: la vera ricchezza futura non sarà calcolare velocemente, ma saper pensare. La tecnologia deve restare uno strumento al servizio dell’uomo, e per governarla serve, paradossalmente, un buon vecchio filosofo.

La rivincita del pensiero sulla tecnica

I fatti riportati nel testo confermano una tendenza reale e ampiamente documentata. Se una volta era lo scienziato informatico a essere conteso a suon di bonus, mentre il filosofo era spesso destinato a un precario insegnamento, oggi le cose stanno cambiando profondamente.

La programmazione pura sta diventando una merce abbondante e a basso costo, proprio grazie all’IA. Il vero collo di bottiglia per le Big Tech è la responsabilità civile, legale e sociale dei loro prodotti. Assumere umanisti non è solo una scelta etica, ma una necessità economica per evitare cause miliardarie e rigetti normativi da parte dei governi. Il pensatore, oggi, protegge il capitale dell’azienda molto più del programmatore.

 

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