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La crisi della Spagna viene venduta come ripresa, proprio come per l’Irlanda: cosa c’è dietro questa improbabile strategia mediatica?

Tutti parlano della Spagna che si sta suppostamente risollevando dalla crisi, assieme all’Irlanda. Recentemente stavo analizzando un report di un fondo speculativo anglosassone e mi sono soffermato su alcune considerazioni sulla supposta crescita dei paesi euro periferici dopo anni di depressione, considerazioni che fanno il paio con quelle emerse recentemente sul supposto “recovery” irlandese, dopo 4 anni abbondanti di crisi. Bene, ricordando ai lettori che l’Irlanda oggi continua ad avere una crescita negativa pur avendo speso tra salvataggi bancari e deficit accumulati qualcosa di prossimo al 100% del proprio PIL in 5 anni i(dal 25% del 2005 di debito sul PIL del 2008 a circa il 118% oggi, per inciso sarebbe come se l’Italia avesse stimolato l’economia salvando le banche per oltre mille miliardi di euro!), oggi vogliamo analizzare la Spagna e dove stia andando la sua economia. Finalmente faremo alcune brevi considerazioni sulla big picture globale.-

Il report analizzato diceva sostanzialmente delle banalità, ossia che la Spagna oggi è divenuta interessante in quanto nuove legislazioni di stampo liberista permettono maggiore facilità di licenziamento per i nuovi assunti, oltre a rendere possibile declinare ad accordi lavorativi collettivi. Aggiungiamoci anche un cap sui costi di licenziamento relativi ad eventuali buonuscite. Il documento continuava correlando tali misure con un ritorno degli investimenti delle grandi case automobilistiche internazionali in Spagna, di fatto legate ai minori costi di produzione e, soprattutto, di manodopera operaia; così si giustificava una forte esposizione azionaria in tale paese. A parte la correlazione di cui sopra, resto scettico sulla sostenibilità sul lungo termine di dette misure: una volta che tutti i paesi dovessero fare la stessa scelta di indiscriminata riduzione dei costi, beh, dove finiremmo? La crisi sembra tutt’altro che sopita a livello globale, anzi, e quindi dico io i prodotti poi chi li comprerebbe…. Se poi la crescita cinese dovesse avere una pausa… Bene, ma continuiamo l’analisi. Dunque, vediamo un po’ i dati macro spagnoli. La disoccupazione giovanile è ancora ai massimi e non si vede nessun segno tangibile di miglioramento, siamo quasi al 56% (!!!cinquantaseipercento!!!). La disoccupazione totale è invece al 26% . Il valore di disoccupazione di lungo termine, meno volatile, sta continuando per altro a salire, approssimandosi al 13%.

Youth Uneployment SPA 0313

Uneployment SPA 0413

LT Uneployment SPA 0813

Le persone impiegate per altro sono scese drasticamente, e questa è una variabile importantissima in quanto direttamente correlate al GDP (ossia c’è stata una riduzione/inversione dei flussi migratori di lavoratori esterni verso la Spagna), vedasi di seguito.

emplyed prsns  SPA 0813

Ora le retribuzioni, in forte e decisa discesa, facendo il paio con quanto indicato nel report del fondo citato, ossia maggiore disponibilità di lavoratori fanno abbassare nettamente i costi della manodopera e, unitamente a tagli delle tutele per legge, magari fanno anche tornare l’occupazione (ma a basso costo), fino a quando un altro paese non abbasserà ulteriormente i costi (non mi avevano forse insegnato a scuola che il Trattato di Roma prevedeva per l’Europa una forma di solidarismo, qui mi sembra che ci siano schiavi a sud e padroni a nord, mah, magari mi sbaglio). E tale conseguente depressione degli stipendi di fatto si porta dietro anche una riduzione dei consumi, affossando l’economia, che per essere mantenuta a galla deve essere supportata da maggiore debito statale, come vedremo in seguito. Un cane che si morde la coda.

WAGWE SPA 0413

Ora i dati di (de)crescita. La Spagna è ancora in recessione tecnica, il GDP è ancora tendenzialmente negativo ed ora sembra si festeggi l’attesa di un GDP positivo di qualche decimo nell’ultimo trimestre 2013, vedremo se sarà vero (ci lascia ben sperare il fatto che Fabrizio Saccomanni non elabori previsioni economiche anche per la Spagna).

GDP Groth SPA 0813

Parimenti, vediamo il debito ed il deficit statali: il primo in crescita costante, supererà il 100% probabilmente entro un anno e mezzo (anche la Spagna a causa della crisi ha “investito” negli scorsi 5 anni l’equivalente di circa il 50% del proprio GDP in salvataggi e stimoli, tradottisi in deficit di bilancio statale: i risultati tardano davvero a venire…). Appunto, il secondo driver, deficit statale, resta in costante e profondo rosso, avendo la Spagna ottenuto luce verde dall’Europa a splafonare il limite del 3%. I diplomatici spagnoli hanno certamente fatto un buon lavoro in questo senso: peccato che, per inciso, la Spagna sia prossima ad un deficit del 10% sul GDP nel 2013, complimenti!

GDP vs crescita debt SPA 0413

GDP Budget SPA 0413

Finalmente, dopo questa serie di dati che fan venire le lacrime agli occhi – alla faccia della supposta, si supposta, ripresa -, ecco le conclusioni. Come l’Irlanda la Spagna non è in fattuale ripresa, anzi permane in depressione di lungo termine. La qualità di vita della propria cittadinanza sta drasticamente calando e non ne vuole sapere di migliorare; parimenti la tassazione deve aumentare per imposizione euro- austera (gracias Europa alemana!), affossando ulteriormente i consumi e rendendo improbabile la crescita, vedasi oltre:

Pers income tax rate SPA 0413

Negli ultimi 5 anni in Spagna si sono spesi centinaia di miliardi a sostegno dell’economia, accumulando debito, ma i risultati sono inesistenti. Ora, perché i mercati festeggiano la ripresa quando oltre a essere solo statistica sarà certamente effimera? Bene, la conclusione a cui sono arrivato è che le policies euro-austere semplicemente non funzionano in nessuna parte d’Europa, nemmeno dopo aver speso montagne di denaro accumulato in maggiore in debito pubblico. Così come l’Irlanda, il Portogallo, la Grecia e l’Italia. L’Italia oggi tiene un filo di più – per ora – grazie al risparmio accumulato in passato dalle famiglie, risparmio che comunque è destinato ad esaurirsi in assenza di crescita vera (e di attacco fiscale con misure straordinarie). A livello macro sappiamo che l’unico paese che continua a crescere in Europa è la Germania, ora nemmeno più il blocco tedesco ma principalmente la sola Germania. Tutta Europa ha certamente paura di questa situazione, in quanto a termine si consoliderà l’egemonia teutonica sul continente (i francesi ne sono letteralmente terrorizzati, in memoria della prima parte del secolo scorso). E dunque, se tali policies non funzionano, perchè non vengono interrotte?? I commentatori mainstream hanno paura di dire quello che ormai è evidente a tutti: la Germania sta vincendo la terza guerra mondiale con lo spread e l’euro austero, la crescita tedesca dipende in larghissima parte dal crollo delle economie periferiche attraverso le politiche depressive euro-imposte secondo chi scrive finalizzate anche ad eliminare i concorrenti economici continentali. In effetti quello che sta succedendo sembra molto semplice: stiamo riproponendo in chiave moderna, rivista e corretta versione 2.0 il programma nazista, e ripeto nazista, di Walther Funk del 1942, punto per puntoii[con alcune rilevanti differenze peggiorative rispetto ad allora, ossia oggi sono stati inglobati nelle policies euro-tedesche anche principi che il regime nazista voleva combattere, leggasi l’indebitamento dei paesi satelliti dell’Inghilterra che dunque venivano schiavizzati dal mondo anglosassone attraverso il debito: oggi la l’Europa tedesca ha imparato bene la lezione e sta facendo altrettanto con i periferici, o sbaglio?]. Cosa diceva in dettaglio tale progetto, denominato di Europa Comune ed elaborato dopo la conquista della Germania di praticamente tutto il territorio Europeo? Semplicemente:

  • trasformare i paesi euro-periferici in semplici consumatori,
  • in serbatoio di manodopera a basso costo, da “intensivizzare” [cfr. Dr. M. Ilgner],
  • con popolazione che abbia come fine ultimo solo consumare (senza risparmiare),
  • senza industrie pesanti ma solo preminentemente agricole (aggiungendo oggi il turismo, che nel 1942 non esisteva nell’accezione attuale),
  • e tutto questo con il fine ultimo di mantenere alto il livello di vita dei paesi del nord Europa [cfr. Prof. Dr. H. Hunke].

In questo contesto si inquadrano meglio le analisi del fondo speculativo con cui ho esordito: le aziende centro-europee trasferiscono lavori di basso livello in Spagna e nei periferici, operai etc. e mantengono quelli ad alto valore aggiunto nella core Europe. Sono venuto al corrente recentemente del progetto di una grandissima azienda tedesca di decentralizzare i servizi della varie branches europee: i lavori di buon livello a Berlino, quelli di basso livello/manovalanza spicciola in Romania, a stipendi romeni. Chi non vuole accettare, adios! Per contestualizzare le referenze indicate, il suddetto Ministro dell’Economia del Reich, Walther Funk, così scriveva in relazione all’evoluzione economica dell’Europa tedesca attesa successivamente al consolidamento dell’egemonia militare nazista nel continente (n.b., Funk fu anche uno dei principali artefici della confisca dei beni ebrei in Germaniaiii, oltre ad essere stato condannato dal tribunale di Norimberga all’ergastolo per crimini di guerra e contro l’umanità, mica un pischello qualsiasi – della serie, anche con il cannone dell’economia si possono compiere crimini contro il genere umano -):

Die kommende Friedenswirtschaft muss dem Grossdeutschen Reiches ein Maximum an wirtschaftlicher Sicherheit garantieren und dem deutschen Volke ein Maximum an Güterverbrauch zur Erhöhung der Volkswohlfahrt.

Come corollario, un commento finale. In questi giorni abbiamo visto l’addio di E.ON all’Italia (in Germania stranamente i giornali riportavano un “Arrivederci Italia”, mica han detto addio, strano…). Non è che fra qualche mese vedremo qualche azienda tedesca cercare di comprarsi che so, solo come esempio, l’ENEL di turno – per inciso, un gioiello -, spostando non solo manodopera ma anche utili provenienti da branches internazionali dall’Italia alla Germaniaiv? A pensar male…. Pensate un po’ che durante l’invasione militare tedesca dell’Europa di 75 anni or sono sia Dresdner Bank che Deutsche Bank comprarono diverse banche nei territori occupativ. E se succedesse qualcosa del genere anche oggi, chi dovremmo ringraziare? Berlusconi? Prodi? Letta? Saccomanni? Tutti costoro? Solo alcuni? Io un’idea ce l’ho, anche perché – e qui termino – le previsioni di Saccomanni per il 2014 ed oltre (vedasi ultimo DPEF saccomannianovi) sono talmente sballate da preludere inevitabilmente ad un buco nei conti a partire da marzo 2014 (ripeto, inevitabilmente!, vedete i link sotto e fatevene una ragione) e dunque in tale momento di concretizzazione dell’emergenza varrà tutto, ci sarà la richiesta di intervento immediato sui conti da parte dell’Europa tedesca – che non sarà una vera emergenza ma solo un’emergenza provocata ad arte, basta guardare i numeri, il nome giusto è bomba ad orologeria –. Ed allora si giustificheranno le famose misure straordinarie di cui abbiamo parlato in passatovii, misure che passeranno inevitabilmente per le famose privatizzazioni richieste regolarmente e ripetutamente dal commissario Olli Rehn (sembra quasi ossessionato), puntuale nello sferzare l’Italia come l’equivalente di un cane da riporto economico tedesco, dico questo con tutto il rispetto e l’affetto possibile sia per il miglior amico dell’uomo che per il commissario finnico, ma rende davvero bene l’Idea, spero non se l’abbia a male. Ed ecco che magari si (s)venderà, o semplicemente ci sarà un’OPA a mercato aperto puntualmente non contrastata dal Governo Italiano magari proprio sull’azienda di cui oggi non si parla – che machiavellico sarebbe in quel caso il duo Letta-Saccomanni, tacciono la vera preda, geniali! –viii. Che poi l’interesse straniero possa concretizzarsi proprio sull’unica azienda statale che – stampa alla mano – doveva essere resa (incredibilmente) contendibile dal provvedimento attuativo sulla golden share che l’altro collega europeo Mario Monti cercò di approvare a suo mandato governativo ampiamente scadutoix è un’altra storia (…).

Dunque, è questa l’Europa che si vuole per l’Italia e per i propri figli? E’ questa l’Europa che volevano i padri fondatori, quelli del Trattato di Roma? Ed aggiungo il mio cavallo di battaglia, vogliamo che a breve la Germania cerchi di impossessarsi delle poche multinazionali italiane rimaste per poi delocalizzarne parte a Berlino o Sofia, portando via utili ed occupazione e peggiorando la crisi italiana (l’altra settimana sono finite nel marasma del downgrade addirittura le Generali, l’assicurazione penso più solida e tradizionale del globo terracqueo)? Come desumibile dalle parole – e dai documenti, oltre che dai fatti – di Walther Funk, la Germania ha combattuto l’ultima guerra mondiale e di fatto anche quella precedente per il predominio anche e soprattutto economico nel continente, chi pensa che le cose siano cambiate temo si sbagli di grosso. Speriamo che quando la gente finalmente sarà nella posizione di imporre un cambiamento di rotta alla politica*, avendo accettato questa triste ma molto realistica eventualità, non sia troppo tardi.

* ad esempio, accettando la possibilità di un’uscita dall’euro

 

Mitt Dolcino

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Riferimenti e Note:

ii “Europäische Wirtschaftsgemeinschaft”, – Berlin 1942, The Society of Berlin Industry and Commerce and the Berlin School of Economics – Editore: Haude & Spener, 1943 / Berlin – WorldCat OCLC number: 31002821

v Richard J. Overy: The Economy of the German „New Order“. In: Overy et al. (Hrsg.): Die „Neuordnung“ Europas. NS-Wirtschaftspolitik in den besetzten Gebieten. Metropol, Berlin 1997, S. 11–24

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