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La Crisi Argentina secondo Bagnai

Premessa:

E’ un fiorire di Articoli sull’Argentina. Questa nazione e’ sotto attacco. La tesi e’: “Argentina = Sovranita’ = Svalutazione = Disastro“. In realta’ riteniamo questa pura disinformazione. Avevamo gia’ trattato le questione un anno fa nell’articolo: La Tenaglia degli Avvoltoi sull’Argentina.

Successivamente 6 mesi fa abbiamo rivisto la questione: Argentina ed Ecuador: sovranita’ e ragionamenti in liberta’.

Gli articoli sono ampi, ma ne riportiamo uno stralcio:

Dire che  “se svalutassimo finiremmo come l’Argentina” altro non e’ che un affermazione ideologica; infatti dal punto di vista macro-economico vale esattamente l’opposto: il problema attuale dell’Argentina nasce dall’aver fatto affidamento sulla politica del cambio forte per imbrigliare l’inflazione. In estrema sintesi il Governo Argentino da alcuni anni difende un cambio col dollaro sostanzialmente insostenibile con lo scopo di imbrigliare l’inflazione, mentendo di fatto sui dati dell’inflazione (nella realta’ maggiore come da deflattore sul PIL) e sostenendo un cambio forte. La svalutazione non c’entra niente di niente”

Ma si sa’, sparare il titolone, associando la “sovranita'” all’Argentina e quindi al disastro e’ cosa facile, e qualche pollastro cade sempre nella rete. Ovviamente ci sono “gonzi” che vendono fumo, sostenendo all’opposto, che con la sovranita’ e’ impossibile fallire, ed anche qui qualche pollastro ci cade. Non abbiamo mai scritto che “sovranita’ equivale a risoluzione di ogni problema dell’Italia“, ma abbiamo scritto che “all’Italia, tra uno scenario nell’area Euro ed uno fuori, conviene il secondo” che e’ qualcosa di diverso: stando nell’euro e con un cambio rivalutato del 20-25%, e senza azioni massive per aumentare la competitivita’ (essenzialmente riducendo il CLUP, tramite riduzione cuneo fiscale e riduzione salariale), il declino e’ inevitabile. Tornando alla Lira, e’ ovvio che vi sarebbe un rimbalzo dell’export e della produzione, ma senza politiche per rendere strutturale un incremento di produttivita’ e per sistemare i fattori di perdita di competitivita’ storici (alta tassazione, alto debito pubblico, alta burocrazia, bassa ricerca, etc), questo vantaggio resterebbe solo temporaneo.

In Argentina, la crisi procedera’ fintanto che non vi sara’ un riallineamento tra cambio ufficiale e cambio reale, col cambio reale che guarda caso coincide esattamente col “differenziale di inflazione reale accumulato” dal 2001. Inoltre, e’ indubbio che se una nazione, con o senza sovranita’, fa politiche demenziali, ampliando i deficit strutturali (siano essi fiscali o della bilancia dei pagamenti) e perdendo competitivita’, e pone vincoli artificiali (ad esempio vincoli al cambio), prima o poi verra’ massacrata: gli squilibri vengono al pettine, e non esistera’ cura miracolosa, e la realta’ spianera’ gli squilibri stessi, con tutte le conseguenze dela caso (e non verrai salvato in cio’, ne’ da stampe miracolose di fiumi di banconota, ne’ da FMI o chissa’ chi).

Analogamente nell’area Euro la crisi andra’ avanti (con frenate ed accelerazioni) fintanto che non ci sara’ una soluzione agli squilibri interni, su questo non ci piove.

 

Ora Goofynomics di Alberto Bagnai, ha pubblicato un articolo dove si analizza la questione. L’approccio e la tesi, e’ analoga a quella da noi riportata negli articoli di cui sopra. Buona Lettura

 

Boys, do I hate being right all time!
Dr. Ian Malcolm in Jurassic Park (1993)
Dr. Alberto Bagnai in Goofynomics (2014)
 
 
 
…e alla fine l’Argentina ha svalutato!
 
E voi direte: mastica! Dov’è la novità? Ce l’avevano spiegato per filo e per segno Frenkel e Rapetti, quei due “de’ passaggio” che scrivono sul Cambridge Journal of Economics (l’unica rivista “eterodossa” che gli utili giavazzoti son stati costretti a mettere in classe A), quei due sempliciotti che hanno documentato la spiegazione finora più convincente del meccanismo tipo delle crisi finanziarie nella terza globalizzazione (il film già visto che abbiamo chiamato Romanzo di centro e di periferia), ce l’avevano detto questi due, insomma, che l’Argentina avrebbe svalutato.
 
Vi ricordate? Frenkel mi aveva spiegato come stavano le cose a cena, dopo il seminario di Pescara, in una conversazione che vi avevo in parte riportato qui. Poi, per tutto il 2013, continuavano le domande: “Ma come sta l’Argentina? Ma l’Argentina come sta? Ma come l’Argentina sta?” e via permutando. A me! Che poi, in fondo, a parte il fatto di conoscere un economista argentino, non sono un particolare specialista di quel paese, ritenendo di aver sufficienti problemi a casa mia per non dovermi preoccupare di quelli altrui.
 
Allora scrissi a Roberto, che mi rispose, come ricorderete, così. Io sintetizzavo il contenuto di quel suo lavoro con una frase che riassume la mia posizione, che è come spesso capita quella del buon senso e dell’onestà intellettuale:
 
“Niente è solo buono o solo cattivo. Applicazione: certo lo sganciamento dal peso non poteva, da solo, risolvere tutti i problemi dell’Argentina, e nessuno pensa oggi che uscire dall’euro risolverà tutti i problemi dell’Italia (o, se lo pensa, si illude). Ovviamente però questo non significava e non significa che il cambio fisso fosse o sia una buona idea nel caso di questi due paesi.”
 
Quelli che “Bagnai dice che l’Argentina è un modello” ovviamente sono dei pezzenti, o umanamente (nel senso che vengono pagati per dire boiate), o intellettualmente (nel senso che non ci arrivano), or both, perché Natura può anche essere matrignissima, e anche perché se sei un coglione è difficile che qualcuno ti paghi per dire cose intelligenti, visto che non ci riusciresti nemmeno gratis (e qui corre un pensiero affettuoso al nostro amico…).
 
Ma siccome l’articolo di Roberto era troppo lungo, e siccome “la Presidenta di qua, la Presidenta di là, la guerra delle due Cristine” (daje a ride), continuavano ad arrivare accorate domande “L’Argentina, ma come sta?”.
 
Allora riscrissi a Roberto (il 6 giugno):
 
Dear Roberto,
I hope everything is going well in Argentina. Chances are that your situation is much better than ours, although it is really difficult to evaluate it from here. I am working on the CES special issue and will send the editorial to Joe this week.
 
Risposta:
 
Dear Alberto,
Nothing is going well in Argentina. An inconsistent populist economic policy, badly managed, destroyed the fundamentals that led to a vigorous labor-intensive growth in  2002-2007 and put the country in the brink of an inflationary crisis. The real exchange rate is strongly appreciated while we have a 24% inflation rate and reserves are gradually falling in spite of the controls in the FX market and imports. The unavoidable future devaluation will push inflation to much higher figures. Again!
 
Replica:
 
Dear Roberto,
I must say that I expected something similar to that. Do you have any recent paper describing this unfortunate outcome? Your “Presidenta” is very familiar and praised by the Italian alternative left-wing people, I try sometimes to keep them reasonable, but my efforts are not very fruitful.
 
E Roberto mi mandò un po’ di roba che aveva scritto per giornali argentini, che mi tenni lì da parte. Poi il 22 giugno del 2013 scrissi questo, nel quale, dopo aver chiarito che il problema attuale dell’Argentina non era quello di avere un “pesetto”, ma di avere un “pesone”, mi rivolgevo ad un ampio spettro di economisti, dicendo:
 
Cari amici “de destra” e “de sinistra”, accomunati dal meschino astio ideologico e dal non capire un cazzo di economia, ve lo dico in un altro modo: la Presidenta contro la quale vi accanite, se siete “de destra”, sta facendo esattamente la politica suggerita negli ultimi 40 anni  dal vostro solone Giavazzi (usare il cambio forte per domare l’inflazione), e la Presidenta che venerate, se siete “de sinistra”, sta facendo esattamente la politica suggerita dal loro (o vostro?) solone Giavazzi (usare il cambio forte per domare l’inflazione).
Nell’uno e nell’altro caso, se non foste quegli imbecilli che siete, capireste che c’è poco da accanirsi (perché è controproducente per le vostre tesi), cioè c’è poco da venerare (perché è controproducente per le vostre tesi).
Ma a noi piace ricordarvi così, brancolanti nel buio della vostra cecità ideologica…
 
Questa affettuosa correzione fraterna non faceva che riportare alla realtà italiana (che coma Flaiano ricorda, supera la fantasia) quanto Martin Rapetti aveva lucidamente illustrato in un articolo pubblicato su Triple Crisis, che nel post di cui sopra vi traducevo.
 
Poi o Marco (Palombi) o Stefano (Feltri) mi chiesero un articolo per Fatto Quotidiano cartaceo, che scrissi, e che decisero di ripubblicare online, e lo trovate qui, nel quale io mi limitavo ad esporre l’argomento di Roberto e Martin (attenzione, notate bene: esporre l’argomento di Roberto e Martin), e ad applicarlo all’esperienza italiana.
 
Apriti cielo!
 
Questa è una delle letterine che ricevetti:
 
Esgregio Professore,
ho appena letto il suo articolo sull’Argentina apparso su Il Fatto Quotidiano e sono scioccato….
Chi glielo ha scritto? Che fonti sono state consultate? Il livello analitico usa gli stessi criteri di Novella 2000…. non si vergogna? La sua penna ed il suo nome sono al soldo di quali interessi??
Io studio l’Argentina da 9 anni e ci vivo e lavoro da 7: la sua analisi mi fa vergognare del livello accademico dei lumi nazionali… lei cita fonti della UBA, io invece li ci insegno e le posso di con massima convinzione che ha scritto un mare di cazzate…
Ma c’é mai venuto in Argentina? Se sí, con chi a parlato? Chi ha consultato? Le faccio un favore giacché mi fa pena e le do una pista: la chiave del problema che sta analizzando risiede nella politica energetica nazionale e nella crescente necessitá di imprtare energia… ora si metta a lavorare che ne ha di terreno da recuperare
Bocciato!!
 
(e qui un pensiero mi traversò la mente: “E chi cazzo sei? Zorro?” Notate che come al solito, ortografia e punteggiatura, da Thénardier in poi… Ma del resto, cosa ti vuoi aspettare da un economista!?)
 
Ma non era finita qui, perché poco dopo il Manifesto pubblicò un articolo di due luminari, Roberto Lampa e Alejandro Fiorito (ah, io sono questo qui, e non è un problema di cv, è un problema di produzione, che è una cosa diversa). Il Manifesto, come sapete, ha fatto il restyling, e con l’occasione ha cancellato tutta una serie di vergogne, ma il web, come altresì sapete, non perdona, e quindi l’articolo lo trovate… nel posto dove meno vi sareste aspettato di trovarlo! Nel blog di Sergio Cesaratto!
 
Perché dico che non vi sareste, o per lo meno non mi sarei, aspettato di trovare un articolo del Manifesto sul blog di Sergio? Ma perché Sergio continuamente piagnucola che il Manifesto lo censura, ma altrettanto assiduamente persevera nel legittimare con la sua credibilità scientifica questo squallido organo di regime. Un atteggiamento, ne converrete, molto diverso dal mio, che dopo la confessione dello Sbilifesto di aver orientato il dibattito sull’euro li ho mandati a fare in culo di netto (come ricorderete), anche se questa operazione di onestà intellettuale mi ha fruttato letterine tipo questa:
 
Alberto,
sapevo che eri una persona difficile, ma non credevo che potessi diventare così sgradevolmente piccino. Non vedo alcun spazio né intellettuali né tantomeno personale per immaginare un qualsiasi futuro contatto tra di noi. Pertanto non mi dispiace lasciarti al tuo “pubblico” al quale ripetere messianicamente il tuo verbo.
 
Allora, io né piagnucolo, né legittimo. Altri piagnucolano, e poi che fanno? Propongono come oro colato (“ah, se si decidesse a pubblicare sempre cose di questa qualità!” Ma lo fa, Sergio, lo fa, tranne quando ci scrivi tu che gli alzi la media) una monnezza simile, che, notate bene, è piuttosto disonesta intellettualmente, per un motivo estremamente semplice: mi attribuisce la paternità di una spiegazione che io ho sì condiviso e diffuso, ma della quale non sono l’autore. Per carità, a me fa piacere essere accomunato a Roberto, ci mancherebbe.
 
Nel frattempo, quello che Roberto diceva e io divulgavo, perché forte dell’esperienza italiana e di un minimo di Econ102 lo trovavo molto convincente, è successo: l’Argentina ha svalutato. Non so se quello che i due luminari di cui sopra riportavano nel loro stile piacevolmente sovietico (“il Keynes meno addomesticato e l’eterodossia economica strutturalista hanno invece trovato ospitalità nei palazzi di governo dell’economia argentina”, stilisticamente una via di mezzo fra Fascisti su Marte e la Croda dei Gemelli Ruggeri), non so, dicevo se le previsioni di questi campioni del realismo socialista si siano ugualmente verificate. Certo, per saperlo bisognerebbe che in Argentina gli uffici di statistica venissero lasciati funzionare, invece di essere periodicamente epurati, ma a casa sua ognuno si regola come crede: se vale per il mio blog, varrà anche per uno stato sovrano.
 
E, naturalmente, come liturgia vuole, dopo i cialtroni a cornu Epistolae si affacciano quelli a cornu Evangelii.
 
Riprendendo i toni della ricostruzione neostorica degli anni ’90 ad opera del Corriere, ecco che La Stampa ci delizia con la solita metafora: lo schizzo.
 
Amici giornalisti, non contesto l’aneddoto che riportate. Per carità, tutto è utile, e quello che dite è sicuramente vero. Ma è inutile girarci intorno: una valuta si deprezza quando è troppo forte, non quando è troppo debole, mi seguite? Se ti vuoi suicidare, non vai al piano terra per spiccare un salto, cercando di schiantarti contro il soffitto del quarto piano: normalmente, come sapete, si va al quarto piano per schiantarsi sul lastrico del piano terra. E quindi, schizzo o non schizzo (molto plausibile in un paese che ha nella propria memoria storica devastanti inflazioni a quattro cifre!), il punto è che la Kirchner, come Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti e Amato (i nostri governanti nello Sme credibile), ha fatto la politica giavazziana di usare il cambio forte per contenere un’inflazione che c’era già, e che andava curata in altro modo: non rendendo meno competitivo il paese, ma gestendo in modo meno populista la domanda e i redditi interni. L’aneddoto che raccontate (il negoziante che ratto come un fulmine ritocca il cartellino dei prezzi) sarà senz’altro tanto vero quanto pittoresco, non dubito che ciò sia accaduto, che voi l’abbiate visto coi vostri occhi, o appreso da testimoni fededegni. Rimane il fatto che è un aneddoto, ed è strumentale a una ricostruzione tendenziosa della realtà, quella che insinua che se ripristinassimo un minimo di razionalità economica, saremmo devastati dall’inflazione, come nel 1992 (secondo i vostri colleghi, perché invece secondo Monti la svalutazione ci aveva fatto bene).
 
I fatti stanno esattamente al contrario: l’inflazione è in primo luogo causa, non effetto, della svalutazione. Certo che poi, in paesi dalla struttura e dal percorso storico diverso dal nostro, rischia di innescarsi un meccanismo cumulativo, un circolo vizioso svalutazione-inflazione, per cui la svalutazione, dopo esser stato effetto, diventa causa. Lo sappiamo, ce lo dice la letteratura scientifica. Guardate questa tabella, che riporta i coefficienti di pass-through (trasferimento da svalutazione a inflazione) stimati per aree geografiche (sempre dallo studio di Goldfajn e Werlang, più volte citato):
 
 BAG1
 
 
L’America, sostanzialmente per effetto delle dinamiche dell’America Latina, è l’unico continente nel quale si registra statisticamente un impatto della svalutazione sui prezzi maggiore del 100%, cioè l’unico paese nel quale sia documentata statisticamente l’esistenza di una spirale svalutazione-inflazione. Quindi sì, è molto probabile che i timori espressi anche da Roberto si materializzino: l’inflazione, che da tempo era al 20%, ora rischia di aumentare, perché il cambio, invece di essere gestito con flessibilità, accomodandosi al differenziale di inflazione, è stato troppo rigido e ha recuperato tardi e di colpo. Da noi, invece, quando accomodammo nel 1992 il cambio al differenziale di inflazione cumulato, l’inflazione scese, guarda un po’! Strano, ve’? Ma vero. Eppure voi non potete proprio resistere a interporre al racconto dei fatti le vostre fottute e tendenziose opinioni, non ce la fate proprio…
 
Ma i dati, i santi e veri dati dell’economia e della statistica, per i quali io, come il Gaddus, non ho l’odio che ad essi portano i “sofi e sofoni tutti immersi nella categoria qualitativa”, i dati, che ci dicono?
 
Bene: intanto questo è il tasso di cambio nominale bilaterale fra peso e dollaro, quotato incerto per certo come si fa in tutto il mondo civile (con l’eccezione di qualche provincia del Veneto rinomata per la produzione vinicola):
 
 BAG2
 
 
La storia la sapete e non c’è bisogno di commentarla, e questi sono i dati ufficiali, quelli del forex. All’inizio del 2002 il cambio ha ceduto di schianto (ma come sapete nel periodo di aggancio si era accumulato un differenziale di inflazione di circa il 200%, quindi era ovvio che il devaluation rate misurato incerto per certo recuperasse altrettanto), poi si è ripreso, poi da giugno 2003 si è stabilizzato, per poi ricominciare a cedere. Notate che ora stiamo intorno a 8!
 
Ma cosa è successo da quando il cambio si è stabilizzato? Qual è stata l’evoluzione dei prezzi argentini rispetto a quelli statunitensi, e del cambio peso/dollaro?
 
Qui vedete la svalutazione cumulata del cambio (cioè la cumulata della variazione mensile del tasso di cambio), insieme al differenziale di inflazione cumulato fra Argentina e Stati Uniti, a partire da quando il cambio nominale si stabilizza, cioè dal giugno del 2003:
 
 BAg3
 
 
Vedete? Il differenziale di inflazione segue una rotta pressoché costante, aumenta uniformemente di circa 0.006 (lo 0.6%) al mese. Notate: l’inflazione che considero è quella congiunturale, cioè mese su mese precedente. E il cambio? Il cambio sembra che non faccia quello che dice Roberto, perché sembra che sia tenuto “stabile” (e quindi “forte”) fino a circa il 2008, per poi cedere (il prezzo in dollari del peso si innalza) a partire dallo scoppio della crisi. Reazione questa piuttosto naturale, peraltro. Ma c’è un problema. Questo succede se consideriamo i dati ufficiali dell’inflazione argentina, i quali, come sapete, sono piuttosto chiacchierati. 
 
Se invece consideriamo stime alternative (delle quali parla l’Economist) il quadro in effetti cambia (i dati sono qui):
 
 bag4
 
 
 
A partire dal 2008 in effetti il cambio comincia sì ad adattarsi, a cedere, ma rimane di gran lunga indietro rispetto all’evoluzione del differenziale di inflazione, molto più esplosiva se si considerano dati meno addomesticati. Ora, siccome alla fine l’evidenza è che l’Argentina ha dovuto svalutare, questo convalida a posteriori sia l’interpretazione di Roberto, che il grafico costruito coi dati non ufficiali. Infatti, se la situazione fosse quella dipinta dai dati ufficiali, l’Argentina di svalutare non avrebbe tutto questo bisogno, perché il cambio nominale sarebbe stato sufficientemente accomodante dalla crisi in poi.
 
Chiaro?
 
Insomma: BAU (Business As Usual).
 
Cosa dobbiamo trarre come morale da questa favola?
 
Due cose.
 
La prima è che se il cambio si svaluta, vuol dire che era troppo forte, cioè che il paese non se lo poteva permettere, il che normalmente accade quando una leadership corrotta o inetta, ma comunque populista, ha giocato fino al giorno prima il gioco di “quota 90”, il gioco della difesa simbolica del prestigio della Nazione riflesso dalla “forza” della sua valuta.
 
La seconda è che sono i differenziali di inflazione a guidare gli aggiustamenti del cambio. Da qui discendono due conseguenze. La prima è che il 17% del quale parlavano i giornali ieri probabilmente è solo un assaggio: l’Argentina, se le stime non ufficiali sono un minimo attendibili, dovrà correggere ulteriormente la parità col dollaro. La seconda è che quello che “schizza”, generalmente, è il cambio, dopo che un paese ha deciso di “legarsi le mani” a un paese forte, e non l’inflazione, dopo che un paese ha deciso di fare la cosa giusta. Abbiamo anche detto, però, che nei paesi dell’America Latina (ma non in Europa) c’è effettivamente evidenza che il primo schizzo (quello del cambio) inneschi una spirale di schizzi, dando vita ad una piacevole Villa d’Este inflazionistico-svalutativa. Quindi lì, ma non qui, la svalutazione effettivamente rischia di attivare un processo idraulico-cumulativo.
 
Non qui.
 
Non qui.
 
Non qui.
 
Questo dice l’economia, con buona pace dei cialtroni a cornu Epistolae, e anche di quelli a cornu Evangelii. Oh, naturalmente prevenire è meglio che curare, ma io più che dire queste cose da un anno, raccontare come sarebbe finita (ed è finita come dicevo io), e spiegare le vere analogie fra Italia e Argentina (l’aver perseguito politiche populiste di rigidità del cambio), non potevo fare.
 
E quindi, ora, ragliate, fratres! “Bagnai, l’Argentina, l’Argentina, Bagnai…”. Quante “i” e quante “a”, che sono appunto le vocali del raglio…
 
 
 
In princípio erat Verbum,
et Verbum erat apud Deum,
et Deus erat Verbum.
Hoc erat in princípio apud Deum.
Ómnia per ipsum facta sunt:
et sine ipso factum est nihil, quod factum est:
in ipso vita erat,
et vita erat lux hóminum:
et lux in ténebris lucet,
et ténebræ eam non comprehendérunt.
 
 
(…ma poi, suvvia, perché tutto questo “schizzare”? Veramente, non riesco a capirlo. Ho l’idea che il vostro economista preferito sia North. No, non Douglass (premio Nobel nel 1993), che si occupa di storia economica, ma Peter, che si occupa di schizzi. Insomma, cari “giornalisten”, se non cambiate metafora, si capirà su quali siti passate il tempo a documentarvi. Occhio, perché, come sapete, su quei siti si perde la vista.
 
Vabbe’, va, consoliamoci con un altro North: Nigel, questa volta. Se devo essere invidioso, preferisco sia per un buon motivo:
 
 
 
 
Weiss non lo conoscevate, eh? Beati voi! Altrimenti perché avremmo l’euro? E quindi voi, che dell’Europa non sapete una beneamata fava, in fondo l’euro ve lo meritate. Sto lavorando per me…)

 

By GPG Imperatrice

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