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LA CONSULTA VA ABOLITA

In questi giorni la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’art. 24 del decreto legge 201/2011 il quale ha stabilito che, sui trattamenti pensionistici di importo superiore a tre volte il minimo Inps, per il 2012 e 2013 scattasse il blocco del meccanismo che adegua le pensioni al costo della vita. L’esborso per lo Stato, che dovrà versare quanto non erogato per quei due anni, ammonta a 4,8 miliardi di euro. E quel ch’è peggio, quella differenza continuerà a pesare anche per gli anni successivi. Il governo, come sempre, manifesta ottimismo ma non vorremmo essere nei panni di chi dovrà trovare i soldi.
Le ragioni con cui la Corte ha motivato la sentenza n.70 sono abbastanza evanescenti. Basti dire che, fra gli altri motivi, si parla anche dell’ “interesse dei pensionati”: come se l’interesse non giustificasse qualunque cosa, incluso il furto. Ma le giustificazioni del governo Monti, a suo tempo, non furono più serie e, tutto considerato, in diritto si deve dare ragione alla Corte Costituzionale. Ma ciò non le è di grande vantaggio.
Il diritto è rigido, astratto e logico nel senso che applica un sillogismo aristotelico. C’è la premessa maggiore, la legge punisce chi ruba; la premessa minore, Tizio ha rubato, e la conclusione: Tizio deve essere punito. Non importa chi sia, non importa che cosa abbia rubato e non importano le conseguenze sociali di quella punizione. Proprio per questo la giustizia è rappresentata come bendata: essa deve essere cieca alle considerazioni particolari.
La politica invece non ha nulla di astratto e tiene il massimo conto delle conseguenze pratiche della propria attività. La decisione che adotta non è quella astrattamente coerente con qualche precedente principio ma quella che reputa migliore in quel momento, per il bene del popolo. E il criterio per identificare la “migliore” non è giuridico o morale, ma esclusivamente pragmatico. Se per fare gli interessi della nazione bisogna non tener fede alla parola data, il politico non esita un istante. La Francia si era impegnata a garantire l’indipendenza della Cecoslovacchia ma nella Conferenza di Monaco del 1938 non tenne fede alla propria parola e, insieme alla Gran Bretagna , abbandonò Praga al suo destino. I protagonisti furono accolti in patria come salvatori della pace, mentre avevano abbandonato il più debole al più forte. Come disse Churchill: “Britain and France had to choose between war and dishonour. They chose dishonour. They will have war”, l’Inghilterra e la Francia dovevano scegliere fra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra”. Oggi sappiamo che fu effettivamente un errore, ma se la Conferenza avesse realmente salvato la pace, l’umanità avrebbe fatto un affare. Comunque, ciò che qui interessa è che, a Monaco, il diritto non ha avuto il minimo peso.
La politica è cosa diversa dal diritto, dalla morale, dalla giustizia. Perfino dalla decenza. È questa la ragione per la quale è necessario essere in disaccordo con la sentenza della Corte Costituzionale. Ammesso che il governo Monti abbia violato le norme più elementari del diritto, se il suo intento fu quello di salvare il Paese da un pericolo economico imminente, il suo comportamento fu giustificato ed è assurdo pesarlo sulla bilancia del diritto. Se viceversa fu sbagliato, dovevano sanzionarlo politicamente le successive elezioni. Quella della Consulta è un’invasione di campo. Perché mentre il giudice difende i pensionati per motivi astratti, è qualcun altro che, dopo, deve trovare il denaro per applicare la sentenza. In queste condizioni è fin troppo facile seguire gli ideali.
Chi scrive è tutt’altro che un estimatore del governo Monti o del governo Renzi. Le ragioni per difenderli sono generali, e vanno ben oltre il caso concreto. Se il governo ha il dovere di agire in qualunque modo nell’interesse nazionale, a questo dovere deve corrispondere il diritto di adottare le decisioni che reputa opportune, quali che siano, che corrispondano o no ai grandi principi. La Costituzione indica gli ideali dello Stato ma non deve occuparsi del modo in cui sono perseguiti in concreto, perché ciò è di competenza della politica. Principi come l’uguaglianza dei cittadini, per citarne uno, sono troppo vaghi ed opinabili per non prestarsi ad abusi. Se tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge la Corte Costituzionale potrebbe imporre al Paese la stessa paga per qualunque prestazione lavorativa, dal Presidente di Sezione della Corte di Cassazione al bidello di un liceo, dall’apprendista meccanico al Presidente della Repubblica. E se qualcuno reputa che queste affermazioni sono assurde sappia che le trova giustamente assurde, ma per ragioni politiche.
La decisione della Corte Costituzionale è giuridicamente impeccabile. Sbagliata è la sua esistenza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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