Da lunedì 28 settembre, nei distributori Enilive la benzina non potrà costare più di 1,99 euro al litro e il gasolio più di 2,19 euro. È questo il price cap annunciato da Eni: un prezzo massimo praticato dalla sua rete, non un blocco imposto per legge a tutti i distributori italiani. La misura durerà inizialmente 30 giorni e potrà essere prorogata fino alla fine dell’anno, secondo l’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Eni la quantifica in circa 17 centesimi al litro sotto i livelli medi attuali.

Per gli automobilisti è una risposta concreta a prezzi che hanno superato i due euro al litro. Per il governo è anche un modo di affrontare uno shock nato fuori dai confini italiani senza affidarsi soltanto a nuovi sconti fiscali. Eni collega i rincari alla minore disponibilità internazionale di prodotti raffinati, aggravata dalle crisi geopolitiche, e alla riduzione della capacità di raffinazione europea. Il tetto, precisa la società, è legato all’agevolazione sulle accise attualmente in vigore: dunque non va letto come una promessa di prezzi immutabili fino a dicembre, qualunque cosa accada alle imposte o al mercato.

Il tempismo conta. Dal 26 settembre lo sconto fiscale sul gasolio deciso dall’esecutivo si è ridotto da 12,2 a 6,1 centesimi al litro. L’annuncio di Eni è arrivato il giorno prima, quando il rischio di un nuovo aumento alla pompa era evidente. Palazzo Chigi ha ringraziato la compagnia e ha definito l’iniziativa un «lodevole atto di attenzione all’Italia». Intanto i ministri Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin hanno convocato per l’8 ottobre le società che gestiscono le raffinerie nazionali, per valutare se sia possibile aumentare la produzione dei principali carburanti. Sono interventi diversi, ma rispondono allo stesso problema: contenere l’effetto dei rincari internazionali su famiglie e imprese.

Quanto c’è del governo nella scelta di Eni? La decisione è formalmente della società. C’è però un retroscena politico più preciso di una semplice coincidenza di calendario. Secondo la ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera e ripresa da Open, Giorgia Meloni e l’amministratore delegato Claudio Descalzi hanno parlato più volte del caro carburanti; già in una telefonata del 26 agosto avrebbero discusso di come superare la sequenza dei tagli temporanei alle accise. Nella ricostruzione pesa la moral suasion di Palazzo Chigi, mentre la scelta aziendale viene descritta come autonoma. È una distinzione essenziale: i contatti riferiti dalla stampa sostengono l’ipotesi di un impulso politico, non dimostrano che il governo abbia ordinato a Eni di fissare quei prezzi.

L’esecutivo guarda ora al possibile effetto sulle altre compagnie. Se il tetto di Enilive attirerà clienti, i concorrenti potrebbero avere un incentivo ad abbassare i propri listini. È una possibilità, non un risultato già acquisito. Anche per questo la portata della misura si capirà dai prezzi effettivamente praticati nei prossimi giorni, dentro e fuori la rete Eni.

Le opposizioni hanno scelto di insistere sul ritardo. Francesco Boccia, del Pd, chiede perché Eni non sia intervenuta prima e perché il governo non glielo abbia chiesto; Angelo Bonelli, di Avs, vede nella decisione la prova che calmierare i prezzi fosse possibile. Giuseppe Conte domanda quale sia stato, in questa vicenda, il ruolo dell’esecutivo. Sono domande politiche legittime. Ma liquidare il tetto solo perché arriva oggi rischia di oscurare ciò che produce da lunedì: un limite verificabile ai prezzi di una grande rete di distributori, mentre il costo del gasolio resta una pressione quotidiana per chi lavora e si sposta. La critica più utile, adesso, è chiedere quanto durerà il beneficio e se altri operatori seguiranno Eni.

Ma il significato politico della mossa è già evidente. Di fronte a una crisi prodotta da fattori internazionali, il governo ha cercato di mobilitare una grande azienda strategica italiana per difendere il potere d’acquisto delle famiglie, senza caricare interamente il costo dell’intervento sul bilancio dello Stato.

Se altri operatori seguiranno Eni e se la misura verrà estesa fino alla fine dell’anno, Palazzo Chigi potrà rivendicare di avere trasformato la propria moral suasion in un risultato concreto. Non un ordine impartito a una società quotata, ma una regia politica esercitata attraverso relazioni istituzionali, pressione e responsabilità nazionale. È questa, più ancora del singolo prezzo esposto alla pompa, la partita che il governo sta cercando di vincere.