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ITALY SEES A HEADSHRINKER

 

Hanno arrestato il sindaco di Venezia (Pd) e un’altra trentina di persone, per il solito rosario di accuse di irregolarità e ruberie, mentre l’arresto del noto esponente politico di centrodestra Giancarlo Galan pare sia stato richiesto. Vivendo lontano da Venezia, e non conoscendo nessuno di questi signori, l’annuncio è accolto con orecchie distratte. In fondo, siamo al cane che morde uomo, non all’uomo che morde cane. E tuttavia dalla stanchezza per questo genere di vicende che riguarda l’intera Italia si può dedurre che nel sistema c’è qualcosa che non va. Su questa affermazione è probabile che tutti convengano. Dove però i contrasti e i dissensi sono inevitabili è sull’identificazione delle cause e sui possibili rimedi.

Una prima risposta, che riceverebbe molti cenni di assenso dalle bettole ai salotti chic, sarebbe questa: gli italiani divengono particolarmente tendenti a delinquere quando occupano posizioni di vertice, dai primari ospedalieri ai direttori dei grandi Enti pubblici. E soprattutto quando fanno carriera in politica, cioè quando divengono sindaci, parlamentari o ministri. Ma la teoria ha vistose falle. Dal momento che le persone importanti non vengono dalla Luna ma sono emanazione del popolo, bisognerebbe estendere l’accusa all’intera nazione italiana. E questo sarebbe una sorta di abbaglio lombrosiano. Il razzismo è stato superato e squalificato – oltre che dal ricordo della Shoah –  dalla sua evidente infondatezza. Inoltre non si può prendere sul serio l’ipotesi assurda che il popolo italiano, composto in maggioranza da onesti, chissà per quale perversione faccia poi arrivare al potere soltanto i disonesti. E poi, se riconosciamo che i grandi politici sono lo specchio del Paese, come mai siamo tanto severi con loro invece di esserlo con noi stessi?

Qui si può formulare una fantastica teoria psicoanalitica. Il popolo italiano ha un ego amorale, e un superego pressoché  calvinista. Per conseguenza, mentre di fatto si comporta male, sente l’esigenza di una punizione per i propri misfatti. E questa punizione l’applica alla propria élite. Avremmo insomma una furia savonaroliana, da Heautontimorumenos, ma scaricata su un altro soggetto: col noto meccanismo primitivo della vittima sacrificale, cioè del capro espiatorio.

A tutto ciò si aggiunge naturalmente l’occasione di visibilità per i magistrati che sono lieti di trasformarsi in rappresentanti del superego collettivo, in braccio armato dell’ira popolare e in modelli di intransigente virtù. E magari ne ricavano, in casi non infrequentissimi, una notevole carriera politica.

Va subito detto che gli inquirenti non potrebbero tenere questo comportamento se il nostro ordinamento giuridico penale non gliene fornisse i mezzi, sia in termini di identificazione dei comportamenti sanzionabili, sia nell’attivazione di incontrollati ed immediati provvedimenti di restrizione della libertà personale degli accusati. Carcerazione che ha già valenza afflittiva, quand’anche dopo si giungesse all’assoluzione, e comunque ha il potere mediatico di stroncare la vita politica, e a volte non solo politica, del soggetto preso di mira.

Ma l’eccesso di severità di una legislazione che consente tali abusi non può stupire: deriva anch’esso dalla rabbia vindice del popolo che sta alla base di questa teoria. La nazione ha un forte senso di colpa e vuole emendarsi. Crea dunque le norme per rendere lecita l’uccisione del capro e infine spera che, sacrificandolo, gli dei, placati, accorderanno l’anelata purificazione e il definitivo miglioramento morale. Poi ciò non si verifica, e più arrabbiato di prima il popolo invoca ancor più arresti e ancor più carcere per tutti. Fino ai proclami draconiani di un Beppe Grillo.

Naturalmente a tutto ciò non c’è rimedio. Nessuno può sognare di avere abbastanza forza per cambiare la mentalità di un Paese. E sarebbe inutile dire che, se un professore giudica insufficienti tutti i suoi alunni, insufficiente è lui. In realtà bisognerebbe cambiare le leggi in modo da renderle adeguate al livello morale dell’Italia e da punire soltanto chi è responsabile di gravi reati. Non bisognerebbe tenere in ansia e sulla corda migliaia di galantuomini.

Avevo un amico di gioventù, persona di inossidabile onestà, che ebbe la sfortuna di divenire Soprintendente alle Antichità e alle Belle Arti di Siracusa. Da quel momento, come mi disse, passò più tempo in Tribunale a difendersi dalle mille accuse che gli piovevano addosso, che a fare il suo lavoro. Per fortuna l’Ente gli pagava gli avvocati. Per fortuna i magistrati lo assolvevano regolarmente. Ma era vita, quella?

Leggendo la notizia degli arresti di Venezia molte persone gongoleranno. Personalmente non ne so niente, ma se mi offrissero la carica di sindaco della più bella città del mondo, risponderei: “Questa proposta mi onora al di là dei miei meriti e delle mie ambizioni e ciò malgrado mi vedo costretto a rifiutarla: così non sono nessuno, ma almeno rimango a piede libero”.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

4 giugno 2014

 

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