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Economia

Industria, il Senato detta la linea all’Europa: meno burocrazia, più “Made in Europe” e una Zes anche per il Nord

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L’Europa non può limitarsi a fissare obiettivi climatici sempre più ambiziosi mentre fabbriche, investimenti e competenze prendono la strada degli Stati Uniti o dell’Asia. È questo il messaggio politico della risoluzione approvata dalla Commissione Industria del Senato, presieduta da Luca De Carlo, sulla proposta europea di regolamento per l’accelerazione industriale e la decarbonizzazione dei settori strategici.

Il documento esprime una valutazione favorevole sull’Industrial Accelerator Act, ma chiede al governo di intervenire nei negoziati europei per evitare che il nuovo quadro si trasformi nell’ennesimo labirinto di obblighi, certificazioni e costi amministrativi. La transizione ecologica, sostiene in sostanza il Senato, può funzionare soltanto se diventa anche una politica di rilancio produttivo. Non deve essere una tassa aggiuntiva sulle imprese europee.

La proposta di Bruxelles punta a portare entro il 2035 il peso della manifattura dal 14,3 al 20 per cento del Pil dell’Unione e interessa soprattutto le industrie energivore, le tecnologie a zero emissioni nette e il settore automobilistico. Sono comparti decisivi non soltanto per la produzione diretta, ma per intere filiere che comprendono costruzioni, mobilità, energia, difesa e spazio.

La risoluzione individua però una condizione essenziale: le nuove regole devono essere semplici, proporzionate e immediatamente operative. La Commissione chiede una tempistica realistica per l’applicazione degli obblighi, autorizzazioni più rapide e procedure digitali, evitando che la volontà di accelerare la produzione industriale venga vanificata dalla frammentazione burocratica e dai tempi dei permessi ambientali.

Uno dei passaggi più rilevanti riguarda il principio del “Made in Europe”. Negli appalti pubblici e nei regimi di sostegno dovrà essere premiata la produzione realmente europea, impedendo che componenti realizzate quasi interamente fuori dall’Unione possano ottenere gli stessi vantaggi attraverso un semplice assemblaggio finale. Per l’acciaio, il documento chiede che l’origine venga determinata sulla base del criterio del melt and pour, cioè del luogo in cui il metallo viene effettivamente fuso e colato.

È una scelta industriale prima ancora che commerciale. Se l’Europa utilizza risorse pubbliche per finanziare la decarbonizzazione, quelle risorse devono servire anche a rafforzare le fabbriche, l’occupazione e le catene di approvvigionamento europee, non a sovvenzionare indirettamente produzioni provenienti da Paesi che applicano standard ambientali e sociali molto meno rigorosi.

La Commissione chiede inoltre che i criteri “low carbon” siano coordinati con il sistema Ets e con il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, evitando duplicazioni e nuove certificazioni inutili. Il rischio denunciato è soprattutto quello di scaricare sulle piccole e medie imprese gli oneri di tracciabilità imposti dalle grandi multinazionali e dalle stazioni appaltanti. Per questo viene proposta anche una banca dati europea centralizzata, nella quale i produttori primari possano inserire le certificazioni relative all’origine e all’impronta carbonica.

Particolare attenzione è dedicata alle Pmi e ai distretti produttivi. La risoluzione chiede che reti di imprese, filiere integrate e cluster territoriali possano presentare progetti industriali aggregati e accedere alle procedure accelerate, ai finanziamenti e agli strumenti di sostegno. L’industrializzazione europea non può infatti essere costruita soltanto intorno ai grandi gruppi, ignorando quel tessuto diffuso di piccole aziende che rappresenta una parte decisiva del modello produttivo italiano.

Il documento introduce anche un principio molto netto sull’utilizzo dei fondi pubblici: gli incentivi devono essere concessi soltanto in presenza di piani industriali credibili, capaci di garantire innovazione, decarbonizzazione, occupazione e permanenza degli investimenti nell’Unione. In caso di delocalizzazione, le imprese dovrebbero restituire le agevolazioni ricevute.

 

Ma il passaggio politicamente più significativo per l’Italia è quello che invita il governo ad aprire un confronto con Bruxelles per introdurre strumenti specifici destinati alle aree industriali del Nord, sul modello della Zes unica del Mezzogiorno. Una proposta che riconosce come semplificazione, tempi certi e incentivi agli investimenti non debbano essere considerati misure emergenziali o limitate a una parte del Paese, ma elementi strutturali di una moderna politica industriale.

La risoluzione chiede anche di privilegiare il recupero delle aree industriali dismesse, dei siti contaminati già interessati da bonifiche e delle zone dotate di infrastrutture, riducendo il consumo di nuovo suolo e favorendo la rigenerazione territoriale. Viene inoltre rivendicato un ruolo centrale delle Regioni nella pianificazione delle aree di accelerazione e nella distribuzione degli investimenti.

Il messaggio rivolto all’Europa è dunque chiaro: la decarbonizzazione non può continuare a essere concepita come un processo fatto prevalentemente di divieti, scadenze e adempimenti. Deve diventare una leva di reindustrializzazione, autonomia strategica e crescita.

Dopo anni nei quali Bruxelles ha spesso chiesto alle imprese europee di correre con un peso sulle spalle, il Senato prova a rovesciare l’impostazione: meno burocrazia, più investimenti, protezione delle filiere, premi a chi produce davvero in Europa e sostegno alle aziende che mantengono lavoro e tecnologia sul territorio. La transizione sarà credibile soltanto se, insieme alle emissioni, non verranno abbattute anche le fabbriche.

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