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Immigrazione e Welfare: la Profezia di Friedman e il Caos della Sanatoria spagnola

La Spagna di Sánchez regolarizza 500mila migranti e i servizi pubblici vanno in tilt. Una mossa che fa crollare il welfare e dà ragione alla storica profezia del Nobel Milton Friedman.

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Negli anni Novanta, il premio Nobel per l’economia Milton Friedman ammoniva il Wall Street Journal per la sua radicata ossessione verso politiche di immigrazione a porte aperte. La sua sintesi fu tanto lapidaria quanto inequivocabile: «È semplicemente ovvio che non si può avere un’immigrazione libera e uno stato sociale». A distanza di decenni, la Spagna del Premier socialista Pedro Sánchez sta testando empiricamente la validità di questo assioma, con risultati che destano profonda preoccupazione sotto il profilo della tenuta economica e sociale.

Le immagini che arrivano in questi giorni da Barcellona, Saragozza, Siviglia e Valencia mostrano code chilometriche di migranti accampati fuori dagli uffici pubblici. Il motivo è l’apertura delle procedure per il controverso programma di regolarizzazione di massa voluto dal governo, che punta a legalizzare circa mezzo milione di stranieri attualmente privi di documenti. Come ampiamente prevedibile, il sistema burocratico iberico ha ceduto di schianto sotto il peso di questa improvvisa ondata. I funzionari dell’immigrazione minacciano scioperi per la mancanza di risorse e i consigli comunali valutano chiusure anticipate degli sportelli.

Anche a Valencia le code sono state chilometriche:

Dal punto di vista economico, la situazione presenta criticità che la retorica governativa non può mascherare. Uno Stato sociale efficiente si regge su un delicato equilibrio tra contribuzione fiscale e pianificazione della spesa pubblica. L’immissione repentina di centinaia di migliaia di nuovi aventi diritto, in assenza di coperture, adeguamenti strutturali preventivi e di offerte di lavoro da riempire genera un massiccio shock dal lato della domanda di servizi non compensato da un aumento dell’attività economica produttiva. Tanto più che buona parte di questi lavoratori non sono esattamente degli operai altamente speicalizzati.

Le ricadute sul tessuto economico sono immediate e tangibili:

  • Saturazione del welfare: Il collasso degli uffici anagrafici è solo l’anticamera di ciò che colpirà la sanità pubblica, l’assistenza sociale e le graduatorie per i sussidi.
  • Tensioni sul mercato immobiliare: La Spagna affronta già una grave carenza di alloggi a prezzi accessibili nelle aree urbane. Un aumento verticale della domanda, unito a un’offerta inelastica, non farà che spingere al rialzo gli affitti per le fasce più povere della popolazione autoctona.
  • Pressione al ribasso sui salari: Nonostante la narrazione governativa punti sulla crescita aggregata del PIL, l’immissione di una vasta forza lavoro dequalificata finisce per comprimere i salari reali, creando una concorrenza sleale nei settori a minor valore aggiunto.

Sánchez ha difeso la misura appellandosi all’inverno demografico: «La Spagna invecchia… Senza più persone che lavorano, la nostra prosperità rallenta e i servizi ne risentono». Tuttavia, sfugge un dettaglio: il Paese conta già una popolazione nata all’estero vicina ai 10 milioni su un totale di 50 milioni di abitanti, e circa il 90% dei nuovi posti di lavoro è già andato a immigrati. Aggiungere mezzo milione di persone non risolve il problema strutturale della bassa produttività spagnola; rischia, al contrario, di cronicizzarlo.

Sul fronte politico e legale, la reazione non si è fatta attendere. Il partito VOX ha denunciato il rischio di una “terzomondizzazione” dei servizi, mentre l’associazione conservatrice Hazte Oír ha presentato un ricorso d’urgenza alla Corte Suprema contro il Decreto Reale utilizzato dal governo per aggirare il Parlamento. La Corte ha concesso all’esecutivo 20 giorni non prorogabili per presentare la documentazione, aprendo alla concreta possibilità di una sospensione cautelare. L’argomentazione è solida: concedere permessi di soggiorno, iscrizioni alla previdenza sociale e accesso ai sussidi crea un “danno irreparabile”, alterando strutturalmente il mercato del lavoro e le finanze pubbliche con effetti quasi impossibili da revocare.

L’Europa intera osserva con apprensione, consapevole che questi individui, una volta regolarizzati, godranno della libertà di movimento nell’area Schengen. Mentre i Paesi vicini stringono le maglie dei controlli frontalieri, Madrid raddoppia la posta al buio.

La lezione spagnola ci riporta all’avvertimento di Friedman. Trattare l’erogazione dei servizi pubblici come un pozzo senza fondo è un’illusione ottica. I costi di questa operazione non saranno pagati da chi loda l’aumento quantitativo del PIL dal salotto di casa, ma dalla classe lavoratrice, costretta a subire salari più bassi, affitti più alti e un welfare al collasso.

 

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