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IL TROLLEY DI BECCARIA

L’esperienza è stata, per dirla in inglese, delle più “trivial”. Non volgari, dunque, ma banali, normali, insignificanti. In uno dei tanti supermercati della mia città i carrelli per la spesa sono utilizzabili senza inserire la moneta per prelevarli. E tuttavia ho notato che non ero l’unico che dopo l’uso andava a reinserirli nella loro fila, anche senza l’interesse di recuperare la moneta. Ed ho visto che anche gli altri lo facevano. Ciò mi ha indotto a chiedermi: quanta gente sarebbe andata a rimettere a posto il trolley se sin dal principio ci fosse stato soltanto questo cartello: “Si prega la gentile clientela di riporre il carrello dove è stato prelevato”? Due su dieci? Già tre mi avrebbero meravigliato. E invece qui sembrava che i miei concittadini avessero finalmente imparato un civismo di cui di solito non si vedono tracce.

La cosa ha una spiegazione. Per anni, la necessità di inserire la moneta è stata costante in tutti i supermercati. Ancora oggi, il mercato con i trolley liberi è un’eccezione. E proprio perché è un’eccezione non induce i clienti a cambiare abitudini.

I romani definivano la consuetudine: “opinio iuris et necessitatis”, opinione che la cosa sia necessaria e imposta dalla legge. E in realtà la distinzione fra norma giuridica e consuetudine è più labile di quanto non si pensi. Non soltanto il Parlamento può rendere cogente una consuetudine; non soltanto la consuetudine è già legge, quando questa espressamente la richiama, ma si potrebbe anche sostenere che la legge stessa, prima di essere consacrata nei testi, è sentita come “consuetudine opportuna” da parte degli onesti. Se i loro rappresentanti in Parlamento la trasformano in norma consacrata nella Gazzetta Ufficiale, è per far sì che anche i meno scrupolosi siano obbligati a conformarsi. Ma la base dell’obbligo, come si vede, è più sociologica che deontologica.

Ecco un esempio. Viaggiando sul métro di Parigi si vedono spesso dei cafoni che, per stare più comodi, appoggiano le suole delle scarpe sulla poltroncina di fronte, incuranti del fatto che altri passeggeri dovranno poi sedersi lì. Si può invece star sicuri che le persone che abitano in case pulite ed eleganti non lo farebbero mai. Non perché la legge lo vieti (ammesso che si occupi di cose del genere) ma perché un simile comportamento avrebbe scandalizzato i loro genitori e loro stessi hanno poltrone che non vorrebbero veder sporcate da nessuno.

La conclusione è semplice: è efficace non una legge che ha una sanzione draconiana, ma una legge capace di divenire consuetudine. Ecco perché Beccaria era contrario alle pene selvagge, e insisteva sulla certezza della sanzione, anche se mite. Si può fornire un esempio adatto ai nostri tempi. Immaginiamo che sull’Autostrada del Sole ogni 5 km ci sia un autovelox e che le ammende per eccesso di velocità siano molto miti. Per chi supera di non più di 20 km i 130 km/h, 10€, e 50€ per chi supera i 150 km/h. Se qualcuno volesse cavarsi lo sfizio di percorrere trecento chilometri a 140 km/h, si troverebbe a pagare sessanta ammende di dieci euro, seicento euro. Se poi volesse andare a 160 km/h si vedrebbe presentare un conto di tremila euro. Quanta gente, in simili condizioni, correrebbe in autostrada? Eppure si è parlato di un’insignificante ammenda di dieci euro, per chi è sbadato.

Gli italiani hanno fama di disordinati, mentre gli svizzeri sono considerati stupidi e pignoli nell’osservanza di qualunque norma. Ciò non dimostra che noi siamo geneticamente dei bricconi e loro geneticamente delle pecore o dei santi. La realtà è che in passato loro hanno sperimentato la severità della legge, mentre noi siamo stati abbandonati a noi stessi. Nei secoli scorsi siamo stati indotti a tollerare la corruzione anche in Vaticano, in Svizzera hanno avuto Calvino e Zwingli, e non c’è stato molto da ridere. La rivoluzione protestante è stata anche una rivolta morale, che a noi è mancata. Il risultato è quel detto, attribuito falsamente soltanto ai Borboni, che suona: “Agli amici tutto, ai nemici la legge”.

I popoli civili sono tali perché in passato sono stati adeguatamente – e soprattutto costantemente – sanzionati se sgarravano. Anche se non ferocemente. Al contrario, finché la sanzione sarà rara ed eventuale, non servirà a nulla aumentare le pene. Soprattutto se, come avviene in Italia, la corruzione si impara sui banchi di scuola, con la “legalità” del copiare i compiti in classe.

Ciò che migliora un Paese non è quanto grave sia la sanzione dell’illecito, ma quanto rapida e quanto frequente. Finché non si comprende questo, si continueranno a cacciare le streghe, punendo troppo le poche che si riusciranno ad acchiappare.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

15 marzo 2015

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