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Il “Supermercato di Stato” a New York: un esperimento da 30 milioni che sfida la logica economica

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Esiste un fascino intramontabile che colpisce ciclicamente alcuni amministratori pubblici: l’idea che la pianificazione centrale possa correggere d’imperio le dinamiche della vendita al dettaglio. L’ultimo capitolo di questa saga arriva da New York, dove un grafico pubblicato dalla divisione New Media del fondo Andreessen Horowitz (a16z) ha messo a nudo le inefficienze strutturali del primo supermercato a gestione municipale voluto dal politico Zohran Mamdani.

L’obiettivo dichiarato è nobile: combattere i cosiddetti “deserti alimentari” (aree urbane prive di accesso a cibi freschi). Tuttavia, se analizziamo i numeri da un punto di vista puramente economico e contabile, il “Mamdani Mart” assume i contorni di un’anomalia finanziaria.

I numeri del progetto: costi fuori scala per la GDO

Secondo i dati riportati dal New York Post, la struttura governativa prevista nel quartiere di East Harlem richiederà un’iniezione di fondi pubblici pari a circa 30 milioni di dollari. Il dato che fa letteralmente saltare sulla sedia chiunque conosca il settore retail è il rapporto tra costo e dimensioni:

  • Superficie stimata: 9.000 piedi quadrati (circa 836 metri quadrati).
  • Investimento pubblico: 30.000.000 $.
  • Costo di realizzazione: oltre 3.300 dollari per piede quadrato (l’equivalente di circa 35.000 dollari al metro quadro).

Costi comparati per piede quadrato dei negozi, in alto il “Mamdani mart” ,m in basso le soluzioni private

Di seguito un rapido confronto per comprendere l’entità dello sbilanciamento:

Parametro“Mamdani Mart” (Gestione Pubblica)Standard Settore Privato (GDO)
Dimensione836 mqSpesso > 1.500 mq
Costo per Piede Quadrato~ 3.300 $Generalmente < 200$ (solo allestimento)
Logica di GestioneCopertura a deficit (tasse)Efficienza operativa e margini

Ovviamente si tratta di cifre fuori da ogni logica economica. Sarebbe stato più logico contribuire, controllando

Le ricadute economiche: il limite dell’intervento pubblico

La Grande Distribuzione Organizzata (GDO) è una bestia completamente diversa: è un settore che vive su margini di profitto netti microscopici (spesso tra l’1% e il 3%) e che sopravvive esclusivamente grazie a una spietata disciplina dei costi, alla logistica just-in-time e alle economie di scala. Pensare che una pubblica amministrazione possa sostituirvisi è piuttosto arrogante.

Lo Stato, per sua natura, non possiede né le competenze logistiche né la flessibilità per gestire approvvigionamenti e merci deperibili con la stessa spietata efficienza di una catena privata. Quando il capitale investito non è soggetto al rischio d’impresa, ma è garantito dal gettito fiscale, la necessità di contenere le spese operative svanisce.

Il precedente del Missouri

La storia americana recente offre già esempi simili. Un esperimento analogo di supermercato finanziato con fondi governativi in Missouri, il KC Fresh Sun, si è rapidamente arenato tra scaffali vuoti, inefficienze nella catena di approvvigionamento e perdite operative.

Il paradosso di questi modelli è che, di fronte al fallimento contabile, la politica raramente mette in discussione la validità dell’impianto teorico. La giustificazione standard tende a essere che “non si è investito abbastanza denaro pubblico”, preparando il terreno per ulteriori iniezioni di capitale. Un approccio che, portato alle sue estreme conseguenze nel settore retail, ricorda drammaticamente i fallimenti dei sistemi di distribuzione centralizzata pianificata in stile sovietico o cubano.

Se il problema è l’assenza di supermercati in determinate aree basterebbe offrire dei vantaggi fiscali a chi apre in quelle zone, e magari migliorare la sicurezza. Il commercio stesso troverebbe la soluzione, facendo aprire i necessari punti vendita. Per un socialista la soluzione è diversa, molto più costosa e inefficiente, ma non paga lui!

 

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