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IL “PRODOTTO” DELLA SCUOLA

Della riforma della scuola si è parlato molto, fino ad arrivare ad insoliti scontri fra l’intera classe docente (progressista) e un governo di sinistra. La materia del contendere riguarda l’assunzione – non per esami, Dio guardi! – di migliaia di docenti, il potere dei presidi, ed altro ancora, ma non si parla affatto del “prodotto” dell’impresa, cioè del livello culturale dei discenti. Anche se, da anni ed anni, in tutte le valutazioni internazionali otteniamo punteggi da retrocessione. Ancora nel 2013 abbiamo letto che, secondo i risultati del Programme for the International Assessment of Adult Competencies, sette italiani su dieci “non sanno né leggere né far di conto” e che “su ventiquattro Paesi siamo ultimi nelle competenze linguistiche e al penultimo posto in quelle matematiche”. “Non sanno leggere”, precisiamo, nel senso che non capiscono appieno il significato di ciò che leggono. Naturalmente non siamo geneticamente inferiori agli altri europei, ma la nostra scuola riflette i peggiori difetti nazionali e i risultati si vedono.
Questo è il massimo male cui bisognerebbe mettere rimedio, e invece ci si occupa dell’assunzione di migliaia di docenti invecchiati in cattedra senza titolo, di presidi che o sono dei Re Travicello o rischiano di diventare dei dittatori, di stipendi e di mille cose che non sono la ragione per cui esiste la scuola. La scuola è più uno stipendificio che un’istituzione culturale: non importa chi insegna e che cosa insegna, importa quanto prende al mese e se il suo impiego è stabile.
La scuola è un’istituzione strutturalmente in perdita. Essa forma i lavoratori e i cittadini: e questa funzione è talmente necessaria, che guardare ai suoi costi sembra blasfemo. Ad una condizione, tuttavia, che quella istruzione sia impartita. Noi invece abbiamo una macchina gigantesca che ha un rendimento pietoso, e dunque il denaro che spendiamo per l’educazione è quasi uno spreco. La nostra scuola è un disastro economico e culturale.
La riforma di cui si parla non è una cosa seria, perché non si occupa dell’essenziale. L’insegnamento fornito ai discenti è troppo carente. Seguendo la nostra mentalità, più retorica che scientifica, ci convinciamo che non ci sia modo di valutare seriamente né i docenti né i discenti. Due cose false ma molto utili a chi rischia di essere giudicato severamente. In Italia nessuno vuol essere valutato perché praticamente tutti abbiamo paura. I docenti sono longanimi con gli alunni perché sanno che loro stessi, se valutati seriamente, sarebbero bocciati. E non parliamo di ciò che avverrebbe se si comparassero i loro risultati di insegnanti con i mitologici programmi ministeriali per le varie classi.
I nostri professori da ragazzi hanno copiato ed hanno un occhio di comprensione per ragazzi che copiano. Da ragazzi non capivano la matematica ed erano lo stesso promossi, e ora vanno coralmente contro il collega di matematica che vuole bocciare qualche somaro. Perché si riconoscono in esso. Infine, quando ci sono prove mandate da altri – esami di maturità, prove Invalsi – suggeriscono le soluzioni agli alunni, come chiedevano loro di fare ai loro docenti, quando erano ragazzi. Insomma, a scuola abbiamo una sorridente tradizione di disonestà e complicità. Per questo, se c’è il rischio di una valutazione, ci rifugiamo in perorazioni astratte sul valore della formazione rispetto all’informazione, della valutazione critica rispetto alla nozione, come se non si sapesse che ai ragazzi mancano le une e le altre. E comunque, a che scopo affrontare la collera dei genitori dei ragazzi bocciati, se del “prodotto” della scuola non importa niente a nessuno?
Siamo così giunti al totale abbandono di ogni sforzo e di ogni regola. L’analfabetismo è diffuso. Ne abbiamo conferma ogni giorno, sentendo parlare i giornalisti in televisione.
Ecco la riforma della scuola di cui si dovrebbe discutere, ricordando che un professore bravissimo, che promuove invariabilmente tutti, avrà in media tre alunni su trenta che studiano. Un professore mediocre, che nemmeno spiega, ma boccia chi non sa, avrà ventisette alunni che studiano e imparano. Per paura, ma imparano. Dunque, fra il professore buono e il professore cattivo, a scuola il più pericoloso è il primo, se guardiamo al “prodotto”.
Per una riforma veloce, bisogna partire dall’idea che esistono eccellenti sistemi scientifici di valutazione sia dei professori sia degli alunni. A questi ultimi bisogna dire: per essere promossi dovete sapere questo, questo e questo. Se non sapete il necessario, sarete bocciati con valutazione tecnologica, quand’anche il professore non vi avesse insegnato ciò che vi viene chiesto. Controllate i programmi ministeriali (da rendere realistici) e se non vi si attiene, denunciatelo. Poco importa che vi metta bei voti. Infatti il sistema dovrebbe anche licenziare senza esitazione il professore che non ha insegnato ciò che doveva insegnare. La fila dei postulanti è lunghissima e non si rischia di rimanere senza.
La nostra scuola è sbracata, buonista e ignorante, e abbiamo bisogno di un periodo in cui sia severa, spietata e culturalmente migliore. Ormai chiedere che tempo, che modo e che persona è il verbo “sarebbero” è divenuto materia di quiz televisivi. Stiamo esagerando.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 giugno 2015

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