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Il petrolio chiama la recessione, ma gli USA (per ora) ignorano la storia. Fino a quando?

Il prezzo del petrolio minaccia di sfondare i 100 dollari e la storia lancia un avvertimento inquietante: quasi tutte le recessioni sono nate così. Eppure, gli Stati Uniti e Wall Street volano grazie all’IA. Ecco perché la vera bolla pronta a esplodere potrebbe nascondersi proprio dietro i colossi della tecnologia.

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Da mezzo secolo a questa parte, c’è un fantasma che si aggira regolarmente per i mercati finanziari: il rincaro del petrolio. Dagli anni ’70 in poi, quasi ogni recessione economica negli Stati Uniti è stata anticipata da una fiammata del greggio. Un copione già visto, che funziona come una profezia che si autoavvera: l’energia costa di più, produrre e trasportare merci diventa oneroso, l’inflazione sale. Di conseguenza, le banche centrali alzano i tassi, il credito si raffredda, i consumi frenano e l’economia va in stallo.

Eppure, oggi c’è qualcosa di diverso.

L’anomalia americana e l’euforia di Wall Street

Su dodici recessioni del dopoguerra, ben dieci sono state precedute da uno shock petrolifero (sono eccezione il 1960, causata da errori di politica monetaria e da un calo della domanda interna e il 2020, per il Covid). Oggi, a mesi di distanza dall’inizio del conflitto in Medio Oriente che ha visto coinvolti Stati Uniti, Israele e Iran, i prezzi del barile hanno più volte minacciato di sfondare il tetto dei 100 dollari.

Variazione del PIl USA (da Federal Reserve of Saint Louis)

La logica vorrebbe una brusca frenata. Invece, la più grande economia del mondo sembra immune. Mentre l’Europa mostra segnali cronici di debolezza, il PIL statunitense viaggia su un solido +2%. Wall Street, ignorando i venti di guerra, macina record su record, trainata da un’euforia quasi febbrile. Il motivo? Da un lato la tenuta degli utili aziendali, dall’altro la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale, che promette di rendere le aziende invulnerabili ai cicli economici tradizionali.

Indice SP500 da Tradingeconomics

Le soglie del dolore: quando scatta l’allarme?

Ma fino a che punto l’economia può sopportare il peso dell’oro nero prima di cedere? Il mercato del lavoro è la vera cartina al tornasole. Come ricorda il Fondo Monetario Internazionale, le interruzioni delle forniture energetiche colpiscono duramente e a lungo l’occupazione, in quasi tutti i settori. Gli analisti di RBC Economics stimano che servirebbe la perdita di circa un milione di posti di lavoro per far scattare la cosiddetta “Regola di Sahm“, l’indicatore storico che segna l’inizio ufficiale di una recessione.

Le grandi case d’affari hanno delineato le loro “linee rosse” sul prezzo del barile Brent:

Prezzo del Barile (Brent)Previsione e Impatto EconomicoFonte
100 dollariRischio di “recessione tecnica”. Se il prezzo regge per mesi, danni globali lievi.BNP Paribas / Oxford Econ.
125 dollariNecessario un periodo prolungato a questa quota per innescare una “lieve recessione”.Moody’s
140 dollariRecessioni lievi in diverse aree del globo e calo temporaneo del PIL USA.Oxford Economics
200 dollariInnesco chiaro e immediato per una recessione severa.BNP Paribas

La Federal Reserve, per ora, osserva con cautela, mantenendo le aspettative di inflazione ancorate. Finché i prezzi non esplodono, si evitano strette monetarie fatali.

Lo scudo dello shale e il rischio tecnologico

C’è un fattore strutturale che spiega questa tenuta: gli Stati Uniti di oggi non sono quelli degli anni ’70. Grazie all’estrazione di shale oil e a una forte indipendenza energetica, l’America è diventata molto meno vulnerabile. Uno shock del 50% sul prezzo del greggio oggi sottrarrebbe solo lo 0,2% al PIL americano, un quinto rispetto ai danni degli anni ’70.

Ma attenzione a cantare vittoria. Il vero rischio di contagio non è nelle vecchie fabbriche, ma nei server di ultima generazione. Un aumento drammatico dell’energia colpisce l’intera base dell’economia. Quando i costi logistici e produttivi salgono, le aziende tagliano gli investimenti per mantenere i margini.

Ed è qui che la bolla tecnologica rischia di scoppiare. Colossi come Google, Meta, Amazon o i giganti dei chip come Nvidia, hanno investito capitali enormi nelle infrastrutture per l’Intelligenza Artificiale. Se la liquidità globale si restringe a causa dell’energia cara, questi enormi flussi di spesa potrebbero congelarsi. Come ricorda Jamie Dimon (JP Morgan), l’inflazione porta tassi alti, e i tassi alti sgonfiano il valore degli asset. Considerando che il settore tecnologico pesa ormai per il 40% sull’indice S&P 500, un contraccolpo in questo comparto non sarebbe una semplice correzione, ma l’innesco della recessione che tutti credevano di aver evitato.

Come diceva saggiamente Warren Buffett: è solo quando la marea si ritira che scopri chi stava nuotando nudo.

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