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Il patto col diavolo di Ankara: meglio la tecnologia cinese che la tutela dei turcofoni uiguri

Il tradimento storico di Ankara: ha abbandonato gli uiguri per ottenere da Pechino la tecnologia balistica. Oggi, quegli stessi missili minacciano l’Europa e ridisegnano gli equilibri del Mediterraneo, mentre la Turchia sprofonda nel deficit commerciale con il Dragone.

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La Turchia si erge spesso a paladina dei popoli islamici e della galassia turcofona. A parole. Nei fatti, la politica di Ankara si muove su binari di freddo cinismo. Per ottenere la tecnologia balistica che l’Occidente le negava, il governo turco ha venduto alla Cina i propri “fratelli di sangue”: gli uiguri.

Oggi, quel baratto storico presenta un conto salatissimo. La tecnologia ceduta da Pechino è alla base dei missili che ora minacciano le capitali europee. Una mossa spregiudicata che ha distrutto la dissidenza uigura e aperto una voragine nella bilancia commerciale turca.

Tutto inizia nel marzo 1996. Pechino decide di stroncare il movimento per l’indipendenza del Turkestan Orientale. La base operativa del movimento è in Turchia. La Cina offre ad Ankara un patto: silenziare la diaspora in cambio di tecnologia missilistica.

Fino a quel momento, la Turchia dipendeva dagli Stati Uniti. I suoi razzi non superavano i 40 chilometri. Mancava del tutto la capacità industriale e ingegneristica per fare da sola. Di fronte al no di Washington sui trasferimenti tecnologici, Pechino colma il vuoto.

L’accordo che ha cambiato l’industria militare

Tra il 1997 e il 1998, il Ministero della Difesa turco firma contratti per 550 milioni di dollari con le aziende di Stato cinesi. Nascono i progetti “K” e “J”.

Non è un semplice acquisto di armi. È un travaso di sovranità industriale. L’azienda turca Roketsan riceve materiali, attrezzature e le preziose conoscenze sui propellenti solidi.

La Turchia ottiene l’indipendenza per progettare e produrre missili balistici. Il prezzo politico viene pagato subito. Nel 1998, il governo emana la direttiva segreta numero 36.

La bandiera del Turkestan Orientale diventa illegale. Le organizzazioni uigure in Turchia vengono smantellate. La lotta di un popolo affine diventa, magicamente, una questione di “lotta al terrorismo” da gestire insieme a Pechino.

Il salasso economico per Ankara

C’è un aspetto di questo accordo che viene spesso taciuto: il disastro economico. Tradire gli uiguri ha aperto le porte a un’invasione commerciale cinese.

L’interscambio bilaterale è passato da 283 milioni di dollari nel 1990 a 1,4 miliardi nel 2000. Ma non è uno scambio alla pari. Si tratta di un’asimmetria dominata dalla Cina.

La Turchia ha barattato l’indipendenza militare con la sottomissione commerciale. Il deficit cronico con Pechino drena continuamente valuta estera dalle casse di Ankara. Questo squilibrio strutturale pesa enormemente sull’economia reale turca. Meno capitali interni, più pressione su una Lira già costantemente in affanno e una domanda aggregata deviata verso le esportazioni asiatiche a basso costo.

Da 40 a 2.000 chilometri: il mirino sull’Europa

Assorbita la tecnologia cinese, l’industria bellica turca ha iniziato a correre. Trent’anni di sviluppi hanno portato Ankara a scalare tutte le categorie della missilistica.

Ecco la progressione dell’arsenale balistico turco:

  • Kasırga (1998): Derivato dal cinese WS-1, gittata di 100 km.
  • Yıldırım (anni 2000): Derivato dal B-611 cinese, gittata di 150 km.
  • Bora (2009): Sviluppo nazionale, gittata oltre 280 km, margine di errore ridotto a 10 metri.
  • Tayfun (2025): Missili a medio raggio, gittata oltre 560 km, ipersonico.
  • Cenk (In sviluppo): Obiettivo dichiarato di 2.000 km.

Il raggio d’azione parla chiaro. Il Tayfun copre ampiamente Cipro, la Grecia, parte di Israele e il sud-est dell’Europa.

Il presidente Erdogan non ne fa mistero. Ha già minacciato pubblicamente di colpire Atene se la Grecia non dovesse “comportarsi bene”. La dottrina militare turca usa i missili nati dalla Cina per minacciare i propri alleati NATO.

Un sistema da 2.000 chilometri, come il Cenk, cambierà la geometria della sicurezza dal Mar Nero al Medio Oriente.

L’asse col Pakistan e la base in Somalia

Il quadro si complica guardando alle alleanze parallele. La Turchia ha stretto un patto di ferro con il Pakistan. Costruiscono insieme droni d’attacco che Islamabad ha già usato in combattimento contro l’India.

Il rischio vero è la condivisione tecnologica estrema. In passato, aziende turche hanno collaborato alla rete clandestina di A.Q. Khan, il padre dell’atomica pakistana. Ankara ha i missili, a Islamabad non mancano le conoscenze sulle testate nucleari.

Per testare missili intercontinentali, serve spazio. La Turchia non ne ha. Per questo sta costruendo uno spazioporto in Somalia.

Ufficialmente è un programma spaziale. In realtà, la costa somala offre l’accesso all’Oceano Indiano: un corridoio perfetto per testare motori pesanti e rientri atmosferici, lontano dagli occhi della NATO.

Il paradosso degli F-35

In questo scenario, gli Stati Uniti discutono se ridare alla Turchia i caccia F-35. Basterebbe spostare i sistemi russi S-400 in Qatar o negli Emirati Arabi Uniti. Del resto, per la difesa antiaerea turca si muove in direzione autonoma, con la predisposisione dello “Steel Shield”, per cui il sistema russo, che probabilmente è stato ben analizzato,

Fornire gli F-35 non riporterà la Turchia alla disciplina atlantica. Molto probabilmente porterà ad un semplice miglioramento nello sviluppo dei propri sistemi interni, come il KAAN, il caccia di quinta generazione indigeno, sviluppato internamente. Il tutto mettendo sotto tensione tutta l’Europa orientale e meridionale.

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