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Il paradosso di Hormuz: l’Asia vola, l’Europa deindustrializza. I veri mali del nostro continente

I dati PMI di aprile 2026 smentiscono le previsioni: Cina, Giappone e Corea del Sud registrano un boom industriale nonostante le tensioni in Medio Oriente. Perché l’Asia cresce mentre l’Europa sprofonda nella deindustrializzazione? Il ruolo della domanda interna e dell’iperburocratizzazione europea.

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Se c’è una lezione che l’economia reale ci impartisce quotidianamente, è che la narrazione dominante spesso si scontra con i numeri crudi e spietati. L’attuale crisi geopolitica in Medio Oriente, con il conseguente strangolamento dello Stretto di Hormuz, avrebbe dovuto mettere in ginocchio le economie asiatiche. Il motivo, sulla carta, era lapalissiano: Cina, Giappone e Corea del Sud sono i giganti più dipendenti in assoluto dal petrolio e dalle rotte commerciali del Golfo Persico.

Eppure, a guardare gli ultimi dati degli indici PMI (Purchasing Managers’ Index) manifatturieri di aprile 2026, sembra che in Estremo Oriente abbiano dimenticato di leggere il copione della recessione globale. Mentre l’Europa continua la sua mesta e inesorabile discesa verso la deindustrializzazione, l’Asia accelera.

I numeri del boom asiatico: un’espansione corale

L’attività industriale dei tre principali attori asiatici non è in semplice tenuta, ma è in uno stato di fervente espansione. Vediamo i dati nel dettaglio:

  • Cina (PMI RatingDog a 52,2): Un salto in avanti rispetto al 50,8 di marzo, stracciando le attese (51). È l’espansione più rapida dal dicembre 2020. I nuovi ordini crescono a ritmi che non si vedevano da cinque anni.

  • Giappone (PMI S&P Global a 55,1): Un’accelerazione impressionante rispetto al 51,6 del mese precedente. L’output produttivo cresce ai massimi dal 2014. Ironia della sorte, le tensioni in Medio Oriente hanno spinto i clienti giapponesi ad anticipare gli acquisti per evitare interruzioni, gonfiando la domanda.

  • Corea del Sud (PMI S&P Global a 53,6): L’espansione più forte dal febbraio 2022. La produzione corre ai ritmi più alti degli ultimi 20 mesi, trainata dal lancio di nuovi prodotti e dalla corsa all’accumulo di scorte.

Certo, non è tutto oro quello che luccica. Tutti e tre i Paesi segnalano colli di bottiglia, ritardi nelle consegne, aumento vertiginoso dei costi dei fattori produttivi (energia e materie prime) e un calo della fiducia a lungo termine. Ma la risposta a queste sfide è stata di stampo prettamente keynesiano: si produce di più, si spinge l’occupazione (cresciuta sia in Giappone che in Corea) e si sostiene la domanda interna ed estera.

L’alibi energetico e la malattia europea

Questo quadro dipinge una realtà scomoda per i decisori politici di Bruxelles e Francoforte. La narrazione secondo cui la flessione manifatturiera europea sia l’inevitabile scotto da pagare per le crisi energetiche ed esterne regge sempre meno.

La crisi energetica colpisce tutti, è vero. Ma non colpisce tutti in modo uguale, o meglio, non tutti reagiscono con lo stesso disfattismo. Se le economie orientali – strutturalmente sfavorite sul fronte energetico – riescono a macinare ordini e produzione, significa che il costo dell’energia è solo uno dei fattori nell’equazione manifatturiera globale.

Il vero problema del Vecchio Continente va cercato altrove. L’Europa è vittima di sé stessa. Da un lato, sconta un deficit cronico di domanda interna, repressa da anni di politiche orientate al rigore e a un’ossessione anti-inflazionistica che deprime i consumi e gli investimenti. Dall’altro, il tessuto produttivo è soffocato da un’iperburocratizzazione paralizzante e da direttive calate dall’alto che, invece di accompagnare le imprese, le zavorrano con costi di conformità insostenibili. La crisi energetica non ha fatto altro che evidenziare i problemi già esistente a cui i governi della UE non sanno come rispondere, perché il vertice di Bruxelles non sa cosa fare.

Mentre a Tokyo e Seul le aziende accumulano scorte per far fronte alle sfide logistiche e continuano ad assumere, in Europa si chiudono gli impianti. Questo dimostra che quando la domanda c’è, il sistema industriale trova il modo di assorbire persino gli shock dei prezzi e le turbolenze logistiche. Quando invece la domanda langue e l’imprenditore è vessato da uno Stato regolatore ma non stimolatore, l’energia costosa diventa semplicemente il colpo di grazia.

Forse è il caso di smettere di guardare al Medio Oriente per giustificare i nostri fallimenti, e iniziare a guardare alle scelte (o non-scelte) politiche che vengono prese in casa nostra. Appare quanto mai necessario che i singoli paesi riprendano la propria capacità d’azione e reimparino a gestire le proprie economie in mezzo alla crisi. Aspettarsi che il vertice dia indicazioni operative concordate, quando spesso non riesce a gestire neppure se stesso, sta rivelandosi una scelta autodistruttiva.

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