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Il migliore dei mondi impossibili

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Adesso mettiamoci seduti – che tempo ne abbiamo a iosa – e proviamo a riflettere sul futuro: sul mondo che verrà. A chiederci cosa succederà quando sarà finita l’emergenza. Come sarà il domani? Anzi, cosa “diventerà” il domani? E come saremo noi? Anzi, come saremo diventati noi, o come vorremmo diventare? Non sono domande oziose. Sono domande politiche. Di “politica” vera. Quella dove “noi” siamo davvero attori protagonisti nella “scelta” (la politica è, nella sua essenza, l’arte di “scegliere”). E non più spettatori apatici della “amministrazione” (l’amministrazione è, nella sua essenza, la tecnica del “gestire” le scelte politiche). Siamo stati abituati per troppo tempo alla “amministrazione”. Un’amministrazione “amministrata” da pseudo-politici, intellettualmente e culturalmente nani, meri esecutori seriali di opzioni politiche deliberate  altrove: in altri luoghi, in separati consessi, in opache cupole sideralmente lontane non solo dal nostro vissuto quotidiano, ma anche da ciò che noi – nel nostro intimo – volevamo davvero.

Allora, mettiamoci seduti – che tempo ne abbiamo a iosa – e proviamo a immaginare il futuro che non c’è. Io vedo due scenari davanti: uno estremamente realistico e altamente credibile; l’altro assolutamente improbabile, ai limiti dell’impossibile. Lo dico subito, onde prevenire le giuste obiezioni. So già che il secondo non si realizzerà perché non lo si “vorrà”  realizzare ma voglio, per attimo appena, illudermi che si “potrà” fare. Comunque sia, il primo scenario  consiste nel condurre a definitivo compimento, nelle sue già manifeste direttrici, il mondo di prima.

Un mondo dove la finanza dominerà incontrastata (con un volume di “attività” virtuali cinquanta volte superiore al PIL del globo), dove gli Stati si avvieranno alla propria definitiva messa in congedo, dove si instaurerà una “Repubblica” planetaria all’insegna di un solo pensiero autorizzato e di un unico governo sedicente “democratico”, ma in effetti gestito per conto terzi; dove i padroni del vapore saranno pochissimi individui, smisuratamente ricchi e potenti,  e in cui le libertà costituzionali (di espressione, di circolazione, di dissenso) saranno conculcate. Mentre la massa verrà, da un canto, “selezionata” in base a spietati criteri “malthusiani”, dall’altro “sedata” dall’anestetico mediatico e pascolata con un reddito di cittadinanza universale, con gadget digitali “ricreativi” e, soprattutto, con un controllo (sul corpo, sulle “percezioni” e sulla coscienza) poliziesco e onnipervasivo.

In definitiva, un mondo “abitato” da uomini ridotti a bestie ottuse e senza visione, o a simil-robot eterodiretti dagli algoritmi di una intelligenza digitale. Infine, al vertice, una casta di “elevati” (come li definisce un Pifferaio Magico di nostra conoscenza) contraddistinti da una “disumana” e insindacabile maestà.

Il secondo scenario, invece, è quello della scientifica, deliberata distruzione del sistema economico-sociale-finanziario della “Matrice” attuale. Con un reset completo e la riconquista della perduta autonomia, da parte di agglomerati nazionali piccoli o grandi, ma pacifici, collaboranti e indipendenti; con un recupero “popolare” della “politica” come “diritto” condiviso delle scelte.

Sarebbe la fine dell’Impero, della globalizzazione dei capitali a discapito dell’uomo, e l’inizio di un nuovo “Medioevo” (nel senso più alto e nobile del termine, per chi ha la fortuna di averlo studiato): recupero del senso di una identità – spirituale prima che materiale – di singolo, di genere, di popolo, di civiltà. Una riconversione “autarchica” in cui riacquistano un senso e una logica preziose parole come “tradizione”, “confine”, “città”, “comunità”, “valori”, “uomo”, “donna”, “bambino”, “solidarietà”, “democrazia”.

Siamo sul crinale della Storia, e dall’alto possiamo raffigurarci, possiamo “pre-figurarci”, due futuri. So che il secondo ha probabilità quasi zero, e lo ripeto. Ma oggi mi sono seduto, ho meditato, mi sono accorto di avere tempo e di avere voglia di immaginare. Ne è uscito fuori un mondo altamente “improbabile”, ma non “impossibile”. E allora mi è tornata in mente quella frase di Arthur Conan Doyle: “Una volta escluso l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, non può che essere la verità”.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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