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Il mainstream alla prova dei fatti: a cosa servono le “riforme strutturali” di Claudio Bernabe’. – parte 1

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Abbiamo ricevuto questo interessante articolo dall’ingegnere Claudio Bernabe’, che , per facilità, abbiamo diviso in 4 parti che pubblicheremo a partire da oggi. Leggetelo con calma. 

 

Che il mainstream sia un coacervo di nozioni sovente svincolate dalla realtà economica non ha bisogno di grandi spiegazioni. Le sue “ricette” ci vengono ripetute in ogni dove e senza possibilità di replica: occorre privatizzare, fare le riforme strutturali, gli accordi di libero scambio, cedere ulteriore sovranità, gli Stati Uniti d’Europa, la BCE come la FED, ecc. Sono ritenute realtà fattuali per il semplice fatto che tutti (o quasi) le ripetono a pappagallo, senza pensare, senza neanche sapere cosa vogliano dire e quali conseguenze comportino.

Peccato che al mainstream qualche volta sfugga la verità, ovviamente nell’indifferenza pressoché totale dei media. Ci sono casi eclatanti in cui la sincerità è veramente disarmante: sanno che ci stanno fregando e la tentazione di dircelo in faccia è troppo forte!

Penso che fosse questo lo spirito che animava Mario Monti quando, in uno slancio di sincerità, diceva che la Grecia era il maggiore successo dell’euro, che l’attività del suo governo era improntata alla distruzione della domanda mediante politiche di austerità («stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale») o quando Vitor Constâncio (vice presidente della BCE) diceva: «penso che, per avere una storia più accurata riguardo le cause della crisi, dobbiamo guardare non solo alle politiche fiscali: gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori. Al contrario dei livelli del debito pubblico, il livello del debito privato è aumentato nei primi sette anni dell’euro del 27%. L’aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), e Portogallo (49%), tutti paesi che sono stati sottoposti a grandissimo stress durante la recente crisi. La crescita repentina del debito pubblico, d’altra parte, è iniziata solo dopo la crisi finanziaria», ma nonostante ciò, alla prova dei fatti, i bilanci pubblici di questi paesi, denominati PIIGS (che ha forte assonanza col termine pigs, maiali), sono stati presi d’assalto con manovre “lacrime e sangue” che hanno duramente colpito la popolazione.

Per comprendere meglio la logica del meraviglioso mondo mainstream, utilizziamo il modello di Olivier Blanchard ricordando una regola semplicissima: se in un grafico cambia una variabile contenuta nell’equazione che descrive l’andamento di una curva (o di una retta) e questa variabile non appartiene agli assi, si sposta LA curva, se invece appartiene agli assi ci si muove SULLA curva. E se cambia una variabile non contenuta nell’equazione? Non succede nulla!!

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Il mondo mainstream è il migliore dei mondi possibili: in condizioni normali il mercato è in perfetto equilibrio e tutti sono soddisfatti. Nel gergo economico questa condizione è definita di equilibrio “naturale”. Nulla vieta che nel breve periodo ci siano scostamenti, anche consistenti, ma nel medio periodo tali scostamenti vengono aggiustati. Lo vediamo nel grafico a fianco che rappresenta l’equazione dei salari (in questo grafico l’asse delle ascisse, cioè l’asse orizzontale, è invertito rispetto al solito; non cambia nulla a livello concettuale, ma ci sarà utile in seguito). La retta orizzontale posta a quota A/(1+) rappresenta il salario offerto dalle imprese, cioè quanto le imprese sono disposte a pagare i lavoratori in termini di salario reale W/P (W è il salario nominale, P sono i prezzi dei beni pertanto il loro rapporto costituisce il salario reale ovvero il potere d’acquisto), mentre la curva rappresenta il salario reale richiesto dai lavoratori che, come si può vedere in figura, dipende dal tasso di disoccupazione u e dalla conflittualità z. Il salario richiesto dai lavoratori, quindi, può variare per due motivi: più i lavoratori sono sindacalizzati, con una legislazione che protegge il lavoro, con alti sussidi di disoccupazione ecc., cioè maggiore è la conflittualità z, maggiore è il salario che chiederanno, mentre un aumento della disoccupazione u farà moderare le loro pretese riducendone le richieste salariali. Come si può vedere, infatti, all’aumentare della disoccupazione, cioè muovendoci verso sinistra, la curva si abbassa e quindi il salario richiesto diminuisce. Nel punto di intersezione tra la retta orizzontale e la curva si ottiene l’equilibrio economico: gli imprenditori pagano esattamente quanto desiderano pagare e i lavoratori ricevono esattamente quanto desiderano ricevere. Il tasso di disoccupazione corrispondente (un) viene definito “tasso di disoccupazione naturale”.

Da cosa si riconosce che il modello di Blanchard che stiamo utilizzando è un modello mainstream? Abbiamo visto che, se la disoccupazione u aumenta, le richieste salariali si affievoliscono perché la paura di perdere il lavoro porta le persone a più miti consigli. Ma cosa succede se il tasso di conflittualità z diminuisce? In altre parole: cosa succede togliendo protezione ai lavoratori, riducendo il ruolo dei sindacati, riducendo i sussidi di disoccupazione, favorendo i licenziamenti attraverso lo svuotamento dell’art. 18, ecc.?

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Poiché la curva dei salari dipende dalla conflittualità z, ma z non è posto sugli assi, la curva si sposterà. In quale direzione? Ovviamente verso il basso perché, riducendo le tutele, i salari richiesti diminuiscono (vedi figura). Qual è l’effetto sortito? Che la disoccupazione diminuisce! Infatti passa da un a un. Quindi la riduzione dei salari fa diminuire la disoccupazione.

Cosa succede invece quando i lavoratori vogliono essere pagati di più? Ovviamente la disoccupazione aumenta!

Ecco, ora lo sai, per il mainstream se sei disoccupato la colpa è di quelli che lavorano poiché guadagnano troppo! Il pensiero che i lavoratori siano potenziali acquirenti delle merci prodotte non li sfiora minimamente.

Cosa succede in occasione dell’arrivo di una crisi?

Lo vediamo aggiungendo un altro grafico che rappresenta il mercato dei beni reali e finanziari, costituito dalla curva AD (che sta per Aggregate Demand, cioè domanda aggregata), e il mercato del lavoro, costituito dalla curva AS (che sta per Aggregate Supply, cioè offerta aggregata).

È il famoso modello AD-AS.

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Ai primi segnali di arrivo della crisi, gli imprenditori perdono fiducia, rivedono al ribasso le loro aspettative di profitto e come reazione riducono gli investimenti I. Il calo degli investimenti farà spostare a sinistra la AD, portandosi in AD’ (vedi figura a fianco), pertanto ci sposteremo dal punto di equilibrio E al punto A e conseguentemente nel breve periodo avremo un calo della produzione. Detto in altro modo: poiché gli investimenti sono una della voci che concorrono a formare la produzione Y, una diminuzione degli investimenti I comporterà una diminuzione della produzione Y che passerà da Yn a Y’ (il pedice n sta ad indicare che si tratta del livello naturale di produzione, cioè il livello di produzione che si raggiunge quando il livello di occupazione è pari al suo tasso naturale, un). Poiché l’investimento I è una variabile dell’equazione della domanda aggregata AD e poiché I non compare sugli assi cartesiani (sugli assi ci sono la produzione Y e i prezzi P), come precedentemente detto, la curva si sposta. La riduzione della domanda aggregata fa calare la produzione e conseguentemente aumenta la disoccupazione che passa da un a u’ (vedi la parte superiore del grafico).

Ma niente paura, il modello mainstream ha in serbo mirabolanti sorprese!

L’aumento della disoccupazione fa moderare le richieste salariali (ricordate che i salari richiesti dipendono dal tasso di disoccupazione?) per cui i lavoratori si accontenteranno di un salario inferiore. Nel breve periodo c’è una dicotomia tra i salari reali richiesi dai lavoratori (che si sono abbassati) e i salari reali che gli imprenditori offrirebbero (che sono rimasti invariati). Cioè gli imprenditori sarebbero disposti a pagare lo stesso salario reale di prima, pari A/(1+), ma i lavoratori si accontentano di un salario inferiore (tratto BC in figura). Gli imprenditori, mossi da carità cristiana, invece di approfittare della situazione aumentando il loro margine di profitto (a parità di prezzi, se diminuiscono i salari elargiti, aumentano i profitti), decidono di abbassare i prezzi di vendita dei prodotti cosicché il salario reale dei lavoratori W/P ritorni ad essere come prima. Il salario nominale W si è ridotto, ma anche i prezzi P dei beni diminuiscono ed il loro rapporto resta invariato. Il potere d’acquisto è salvo! Immagino che vi sorga una domanda: ma gli imprenditori non lavorano per fare profitti? No, sono tutte persone pie e devote che MAI si approfitterebbero di una situazione di debolezza del mercato del lavoro, pertanto abbassano i prezzi per non impoverire i lavoratori.

Ma la riduzione dei prezzi mette in moto un meccanismo complesso quanto virtuoso: il calo dei prezzi P comporta l’aumento dei saldi monetari reali M/P, ma poiché la AS dipende proprio dai saldi monetari reali, avremo che l’offerta aggregata AS si sposterà in AS’. Spieghiamo meglio questo passaggio: le persone ora posseggono una quantità maggiore di moneta (è maggiore in termini reali poiché con la stessa quantità di moneta M ora puoi acquistare più beni finanziari in quanto i prezzi P sono diminuiti) e con la moneta in più si acquistano titoli che, per la legge della domanda e dell’offerta, aumentano di prezzo e conseguentemente il tasso d’interesse sui titoli si abbassa. Con l’abbassamento del tasso d’interesse sui titoli si abbasserà anche il tasso d’interesse sui mutui per cui per un imprenditore sarà più conveniente chiedere un prestito, pertanto gli investimenti aumenteranno e la produzione aumenterà. Di quanto? Fino a tornare al suo livello naturale. E la disoccupazione? Diminuirà fino a tornare al livello naturale: a quel punto i lavoratori chiederanno esattamente quanto gli imprenditori vogliono pagare e non ci sarà più variazione dei salari nominali e dei prezzi. Evviva, la crisi si risolve da sola!!!

Dunque il risultato finale è: salari reali invariati, produzione invariata, disoccupazione invariata, prezzi diminuiti (deflazione). Evviva, la crisi ha eliminato il problema dell’inflazione che danneggia tanto i poverelli (dicono loro).

Verrebbe quasi da sperare che le crisi vengano più spesso!

Tutto questo, è bene ricordarlo, grazie alla magnanimità degli imprenditori che non intendono approfittarsi della debolezza dei lavoratori causata dall’aumento della disoccupazione (in termini più raffinati si dice che il markup, cioè il simbolo che compare nell’equazione dei salari, è esogeno). Ma c’è un altro aspetto fondamentale, senza il quale non si avrebbe la convergenza del sistema economico verso il livello naturale di produzione: la AD decrescente, cioè il fatto che la produzione diminuisce all’aumentare del prezzo (in altre parole la AD diminuisce andando verso destra). Ma lo è SEMPRE? Secondo il modello mainstream sì (più o meno inclinata, ma comunque decrescente), ed è proprio questo che mette in moto il meccanismo virtuoso spiegato precedentemente (aumento dei saldi monetari reali, aumento del prezzo dei titoli, diminuzione del tasso d’interesse, aumento degli investimenti, aumento della produzione, diminuzione della disoccupazione). È solo questione di tempo, basta aspettare e tutto tornerà a posto magicamente.

MA E’ DAVVERO COSI’?!? Ovviamente no e la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti (anche del mainstream), ma cosa inceppa questo meraviglioso meccanismo? Secondo il mainstream le possibili cause possono essere tre: se gli investimenti sono poco sensibili al tasso di interesse, se siamo nella situazione definita di trappola della liquidità, oppure se i salari nominali sono rigidi verso il basso, cioè se il processo di aggiustamento al ribasso è bloccato, anche in presenza di elevata disoccupazione. Ma secondo la “vulgata”, ovviamente, il motivo è uno solo: l’ultimo! Questa è proprio la principale delle imperfezioni e asimmetrie del mercato che, a loro dire, rendono persistente la disoccupazione. Cioè, secondo il mainstream, gli alti tassi di disoccupazione restano persistenti perché la gente è troppo ricca (i salari non scendono a sufficienza).

Ecco che entrano in gioco LE RIFORME STRUTTURALI!

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