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IL BOSCO E GLI ALBERI DELL’ECONOMIA

Alcuni non riescono a vedere il bosco perché gli alberi glielo nascondono. Ci sono persone capaci di prendere in considerazione i più minuti particolari di un problema, senza avere la visione d’insieme che potrebbe risolverlo, o dichiararlo insolubile.
Ciò è particolarmente vero nel mondo dell’economia. Basta porsi questa domanda: come mai gli eventi economici giungono inaspettati? E non si sta parlando del prezzo delle banane ma di fenomeni che coinvolgono interi Paesi. Oppure, come in questo momento, l’intero globo terracqueo.
Non che manchino gli esegeti. In queste ore i giornali sono pieni di analisi degli attuali problemi economici e politici della Cina, e spiegano dottamente il perché della situazione attuale. E nessuno sogna di mettere in discussione le argomentazioni di questi illustri editorialisti. Ma rimane inevasa la domanda: perché la crisi della Cina si è manifestata in queste settimane e non prima? Il prodotto interno lordo di quel Paese è aumentato con ritmo strabiliante per circa trent’anni ed era fatale che si manifestasse una crisi: ma questo è prevedere che in inverno farà freddo. Utile sarebbe stato sapere la data della prima nevicata. E invece le Borse sono talmente sorprese dagli avvenimenti da reagire scompostamente, con esagerata emotività. E ciò dimostra che non se l’aspettavano. O, se se l’aspettavano, non sapevano quando il fatto si sarebbe verificato.
L’accenno alle Borse è particolarmente interessante. Mentre il campo dello storico è il passato, mentre il campo di tutti è il presente, il campo della Borsa è il futuro. Non per niente essa è stata chiamata “il termometro del tempo che farà domani”, e per saperlo è disposta a pagare i massimi analisti e i massimi esperti. In Borsa prevedere bene significa guadagnare denaro, prevedere male significa perderlo. Ebbene, se la massima istituzione economica che si occupa di futuro non riesce a prevederlo, è certo che, mentre la scienza economica è capace di brillanti ragionamenti sui fatti particolari (soprattutto se già avvenuti), quando si tratta di dare indicazioni per il futuro brancola nel buio come tutti. Ecco il paragone con il bosco e gli alberi.
Le cose non vanno diversamente nel governo dell’economia degli Stati. Qui ci si trova in un campo ampiamente arato, se è vero che il famoso libro che ha dato inizio all’economia moderna era intitolato “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, e non “Del modo di aumentare la produzione di carote nel Sussex”. E tuttavia, dopo due secoli e mezzo d’economia guidata dallo Stato, dopo la formulazione di molte brillanti teorie – a volte, ahinoi, anche applicate – i governanti dinanzi alle crisi non sanno che pesci prendere. Neanche quando queste crisi concedono quasi un decennio di tempo per trovare la soluzione.
Forse ci troviamo di fronte a due grandezze inversamente proporzionali. Più è piccolo il fenomeno economico (“Perché non ho comprato una Rolls Royce?”) più è accurata la risposta (“Non avevo tanti soldi da spendere per un simile capriccio”). Più è grande il fenomeno economico (“Perché l’Europa è in crisi, da almeno sei anni?”) meno soddisfacente è la risposta (“Vorrei proprio saperlo”).
Sempre in campo economico, c’è un’altra constatazione vagamente di-vertente: di fronte ad un problema contro il quale hanno sbattuto il naso fior di economisti e di uomini di Stato, l’ultimo dei lettori di giornali non si scoraggia ed ha le sue soluzioni: “Al governo sono un pugno d’imbecilli. Dovrebbero fare questo e questo”.
Intendiamoci, nulla esclude che al governo ci sia un pugno d’imbecilli. Ma l’esperienza sta lì a dimostrare che sostituendo quegli imbecilli con quelli che li definivano tali di solito non migliora nulla. I “professori” – quelli che dalle cattedre universitarie di economia o di politologia, o anche dalle colonne dei giornali, distillano tonnellate di cultura specifica – una volta al potere fanno pressoché costantemente pessime figure. Non è un caso che Clemenceau dicesse: “La guerre est une chose trop grave pour être confiée à des militaires”, la guerra è una cosa troppo grave per affidarla a dei militari”.
Governare un Paese non è una tecnica, e proprio per questo la tecnica è d’ausilio fino ad un certo punto. Anche nel campo dell’economia, dal momento che la “macro” funziona così male, ci si potrebbe umilmente limitare alla “microeconomia”. Per esempio, obbedire a principi come: non spendere i soldi che non si hanno; non contrarre debiti che non si possono rimborsare; non sprecare le risorse; non dimenticare mai che chi agisce per dovere (il funzionario dello Stato o il politico) non è mai efficiente come chi agisce nel proprio interesse (il cittadino).
Ma principi così banali non incantano nessuno. Meglio tenersi anni di crisi, aspettando Godot.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 agosto 2015

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