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Nel 2015 i suicidi economici hanno già superato quelli del 2014. Di Nicola Ferrigni

SuicidioPubblichiamo il drammatico studio del professor Nicola Ferrigni sui suicidi economici 2015. Spero vivamente che questi dati siano letti con attenzione, affinchè si possa avvertire la giusta dimensione della crisi attuale. 

Nei primi sei mesi del 2015 sono già 121 le persone che si sono tolte la vita per motivazioni economiche, rispetto ai 115 casi registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Continua dunque a salire vertiginosamente il numero dei suicidi per ragioni economiche, una escalation iniziata nel 2013 con i complessivi 149 casi registrati nell’anno (in notevole aumento rispetto agli 89 del 2012) e continuata nel 2014 quando le vittime di suicidio sono salite addirittura a 201 nell’intero anno.

Salgono così complessivamente a 560 i suicidi registrati in Italia per motivazioni economiche dall’inizio del 2012 a giugno del 2015.

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Ma a destare preoccupazione è soprattutto il dato relativo all’andamento dei singoli mesi che, se confrontato con quanto accaduto nel triennio 2012-2014, non solo conferma la drammaticità del fenomeno, ma ne accentua il carattere emergenziale. Se i prossimi 6 mesi confermeranno la tendenza di questo primo semestre, l’anno 2015 potrebbe dunque essere l’anno peggiore, avendo già fatto registrare per ogni mese – fatta esclusione per il solo mese di aprile – il numero più alto di suicidi legati alla crisi economica:

– 23 nel mese di gennaio (erano 12 nel 2012, 3 nel 2013, 15 nel 2014);

– 21 nel mese di febbraio (2 registrati nel 2012, 13 nel 2013, 20 nel 2014);

– 19 nel mese di marzo (9 nel 2012, 16 rispettivamente nel 2013 e nel 2014);

– 27 nel mese di maggio (erano 20 nel 2012, 12 nel 2013, 21 nel 2014);

– 18 nel mese di giugno (mentre se ne contavano 8 rispettivamente nel 2012 e nel 2013, 17 nel 2014).

Nel 2015, dunque, il numero più elevato di suicidi si registra nel mese di maggio, con 27 vittime, diversamente da quanto avvenuto nel 2014 e nel 2013 quando il maggior numero di suicidi si è registrato nel mese di aprile (rispettivamente con 26 e 24 casi) che, invece, nel 2015 fa registrare il numero più basso del 1° semestre (13).

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Dopo l’aumento esponenziale del numero di suicidi tra i disoccupati registrato nel 2014, il fenomeno sembra essere tornato ad interessare con maggiore forza gli imprenditori: sale infatti a 53 il numero di suicidi tra i titolari di azienda nei primi sei mesi del 2015, a fronte dei 46 registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Scendono a 43 i casi di suicidio tra i disoccupati (contro i 60 dei primi sei mesi del 2014).

Tali dati confermano le drammatiche difficoltà, nonostante i recenti interventi legislativi in favore delle aziende, che vive oggi l’imprenditoria italiana, vittima non solo della generale crisi economica ma anche di una elevata pressione fiscale, inadeguata e controproducente per le imprese soprattutto in questo momento storico.

Difficoltà dunque che riecheggiano in qualche modo anche le parole del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che proprio nell’eccessivo peso del fisco individua l’ostacolo alla ripresa economica e ad una crescita duratura.

Ma a preoccupare è anche il dato relativo ai dipendenti: dall’inizio dell’anno risultano ben 19, infatti, i casi di suicidio tra i lavoratori dipendenti (più che triplicati rispetto ai primi sei mesi del 2014 quando se ne contavano 6), vittime della precarietà lavorativa e dell’incapacità di fronteggiare le spese quotidiane o quelle straordinarie (come il pagamento del mutuo della casa), ma soprattutto vittime della paura. Il timore di perdere il lavoro e, dunque, di ritrovarsi improvvisamente a fare i conti con la mancanza di denaro e con la ricerca di un nuovo lavoro che molto spesso stenta ad arrivare, ha annullato qualsiasi atteggiamento prospettico anche in chi possiede un’occupazione.

Risultano invece 3 i pensionati che, schiacciati dal peso delle difficoltà economiche, hanno deciso di togliersi la vita.

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Dal 2012 ad oggi, sale dunque a 251 (il 44,8% del totale) il numero degli imprenditori che si sono tolti la vita, e a 226 (40,4% sul totale) le vittime di suicidio tra i disoccupati.

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Passiamo ora ad un esame ancora più dettagliato scorporando il dato sulla condizione professionale della vittima di suicidio, per l’area geografica. Dall’analisi emerge che dal 2012 ad oggi, il numero più elevato di imprenditori e titolari d’azienda suicidi si riscontra nel Nord-Est con 83 casi (il 33,1% del totale degli imprenditori suicidi). A seguire il Nord-Ovest (con 53 casi, ovvero il 21,1%), il Sud (con 49 episodi, il 19,5%), il Centro (con 43 casi, ovvero il 17,1%) e le Isole (con 22 casi, l’8,8% del totale degli imprenditori che si sono suicidati).

Nelle regioni meridionali invece prevale il numero di vittime tra i disoccupati: sono 61 i casi registrati infatti al Sud (il 27% del totale dei disoccupati suicidi), contro i 50 del Centro (il 22,1%), i 44 del Nord-Est (19,5%), i 41 del Nord-Ovest (18,1%) e i 30 delle Isole (13,3%).

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Nei primi sei mesi del 2015 l’età media delle vittime si abbassa significativamente: la percentuale più elevata – pari al 28,9% – di vittime di suicidio per crisi economica, infatti, si colloca nella fascia d’età 35-44 anni, che nello stesso periodo dello scorso anno faceva registrare una percentuale pari al 21,7%. A seguire, sempre nei primi sei mesi del 2015, il segmento dei 45-54enni (26,4%) e quello dei 55-64enni (22,3%).

Preoccupante appare anche il numero dei suicidi legati a problematiche e difficoltà economiche tra i più giovani: ben il 9,1% delle vittime ha infatti un’età compresa tra i 25 e i 34 anni (+3% rispetto al periodo gennaio-giugno del 2014) mentre il 3,3% ha meno di 25 anni (1,7% nel primo semestre del 2014).

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L’abbassamento dell’età delle vittime è peraltro oltremodo evidente analizzando l’andamento registrato a partire dal 2013 quando il fenomeno del suicidio ha iniziato ad interessare un numero sempre più significativo di 35-44enni: se nel 2012, infatti, tale fascia rappresentava il 13,5% dei suicidi, nel 2013 questa è salita al 22,1%, per poi abbassarsi leggermente al 21,4% nel 2014 e salire di nuovo e vertiginosamente al 28,9% nel primo semestre del 2015.

In tale fascia d’età si osserva peraltro che, se la condizione professionale più rappresentata – probabilmente in virtù della giovane età – è quella dei disoccupati, con una percentuale pari al 48%, significativa appare però la quota di imprenditori, che rappresentano il 31,7% dei 35-44enni. Per il 16,3%, infine si tratta di lavoratori dipendenti.

Cresce ugualmente il segmento degli under 35. Nello specifico, la fascia degli under 25, se nel 2012 non contava alcuna vittima, questa passa invece allo 0,7% nel 2013, al 2,5% nel 2014 e al 3,3% nel primo semestre del 2015; la fascia dei 25-34enni passa invece dal 6,7% del 2012 al 9,1% nei primi sei mesi del 2015. Di contro, si riduce negli anni, dunque, l’incidenza percentuale dei 45-54enni, passando dal 44,9% del 2012 al 26,4% del primo semestre del 2015, così come quella dei 55-64enni che scende dal 24,7% registrato nel 2012 al 22,3% dei primi sei mesi del 2015.

Accanto dunque a quei giovani che, scoraggiati, hanno perso la fiducia nel lavoro e hanno smesso anche di cercarlo, cresce drammaticamente anche il numero di coloro che hanno abbandonato addirittura ogni speranza nel futuro rinunciando ad una lunga una vita ancora da vivere. Tali dati sottolineano, con molta probabilità, come l’ammortizzatore sociale rappresentato dalla famiglia, che negli ultimi anni ha sostituito prepotentemente quello sociale erogato dallo Stato e che ha permesso fino ad ora al sistema di restare in piedi, vada progressivamente esaurendosi. La famiglia di origine ha rappresentato – soprattutto in preda alla crisi economica degli ultimi anni – un paracadute per molti di quei giovani alla ricerca incessante di lavoro e che, nonostante le difficoltà, potevano ancora rivolgersi a genitori e nonni per avere dei garanti per l’acquisto di una casa o per l’avvio di un’attività imprenditoriale, per sanare delle situazioni debitorie, o semplicemente per poter far fronte alle spese quotidiane durante la temporanea assenza di un proprio reddito. Ma la difficile situazione economica ha davvero colpito tutti. I più giovani oggi dunque non sanno più a chi rivolgersi avendo perso non solo il sostegno delle Istituzioni e delle stesse banche ma anche quel “salvagente” rappresentato dalle famiglie d’origine. In una situazione di difficoltà, totale sfiducia e senza alcun supporto, la scelta di togliersi la vita appare a molti giovani, purtroppo, come l’unica via di fuga.

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Analizzando il dato complessivo relativo al periodo gennaio 2012 – giugno 2015, la fascia d’età maggiormente interessata è quella che va dai 45 ai 54 anni con un’incidenza percentuale pari al 34,5%. A seguire, la fascia dei 55-64enni (25,4%) e quella dei 35-44enni (22%).

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I primi sei mesi del 2015 registrano un vertiginoso aumento dei suicidi nell’Italia meridionale: 37 (30,6%) i casi nel primo semestre dell’anno, il numero più elevato rispetto alle altre ripartizioni geografiche, e che risulta in significativa crescita rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno quando se ne registravano 27 (23,5%). Rispetto a quanto avvenuto nel 2014, in cui il fenomeno cominciava ad uniformare le diverse aree geografiche, nel 2015 sembra invece che lo stesso travolga con drammatica forza il Sud Italia, così come il Nord-Est in cui il numero di suicidi passa da 26 del primo semestre del 2014 (22,6%) a 35 nei primi sei mesi del 2015 (28,9%).

A conferma di quanto appena detto, ci sono i dati relativi al numero dei suicidi – che appare in calo –registrato al Nord Ovest, che passa da 26 del primo semestre del 2014 a 20 dello stesso periodo nel 2015, e al Centro, il quale nei primi sei mesi del 2015 conta 22 vittime, contro le 23 del 1° semestre dello scorso anno. In netta diminuzione anche i casi di suicidio avvenuti nelle Isole, che passano da 13 dei primi sei mesi del 2014 a 7 nel primo semestre del 2015.

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Dal 2012 al primo semestre del 2015, dunque, il maggior numero di suicidi legati alla difficile situazione economica si registra soprattutto nel Nord-Est: 146 in tutto i suicidi nell’Italia Nord-Orientale dall’inizio del 2012 a giugno del 2015, il 26,1% del totale; a seguire il Sud (126, pari al 22,5% del totale), il Centro (120, pari al 21,4% del totale), il Nord-Ovest (108, pari al 19,3%) e le Isole (59, pari al 10,5%).

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Lo scorporo del dato territoriale lascia emergere, inoltre, il drammatico incremento dei suicidi nella regione del Veneto, che nei primi sei mesi del 2015 rappresentano già il 23,1% del totale, in aumento rispetto al 14,8% registrato nel 1° semestre del 2014. Un aumento significativo dei suicidi per crisi economica si rileva anche in Campania in cui si passa dall’11,3% del primo semestre del 2014 al 15,7% del 1° semestre del 2015.

Cresce, nei primi sei mesi del 2015 rispetto al primo semestre del 2014, anche il numero dei suicidi in Calabria (4,1% contro l’1,7%), nel Lazio (5,8% contro il 4,3%), in Puglia (4,1% contro il 3,5%) e nel Piemonte (3,3% contro il 2,6%).

Appaiono invece in calo, in riferimento al medesimo arco temporale, i casi di suicidio soprattutto in Lombardia (9,1% del 1° semestre del 2015 contro il 12,2% del 1° semestre del 2014) e in Liguria (4,1% dei primi sei mesi del 2015 a fronte del 7% dei primi sei mesi del 2014.

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Dal 2012 ad oggi la regione più colpita dal fenomeno è sicuramente quella del Veneto che fa registrare ben il 18,8% dei casi di suicidio per crisi economica. A seguire, la regione Campania con un’incidenza percentuale del 12,5%. Ancora, la Lombardia (9,3%), la Sicilia (7,1%), il Lazio (6,1%), la Toscana e l’Emilia Romagna (5,7%), il Piemonte (5%), la Liguria e l’Abruzzo (4,8%), la Puglia (4,6%), le Marche (4,5%), la Sardegna (3,4%), la Calabria (2,5%), l’Umbria (2,3%) e il Friuli Venezia Giulia (1,8%). In coda invece la Basilicata (0,5%), Valle d’Aosta e Molise (0,2%).

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Scorporando ulteriormente il dato geografico, si rileva un numero più elevato di suicidi per crisi economica nelle province di Venezia, Padova e Napoli. A seguire le province di Salerno, Milano e Treviso, e ancora quelle di Ancona, Perugia, Roma e Avellino.

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L’analisi dei dati relativi al periodo gennaio 2013 – giugno 2014 ha evidenziato come tra le modalità scelte dai suicidi prevalga l’impiccagione, interessando il 42,7% delle vittime. Rappresentano invece il 13,2% i casi di coloro che hanno utilizzato un’arma da fuoco e l’11% di quanti sono precipitati nel vuoto.

Tra le altre modalità più utilizzate, ancora, la combustione (4,2%), l’investimento ferroviario (4%), l’intossicazione (3,4%), l’annegamento (3%), l’avvelenamento (1,9%), l’accoltellamento (1,7%), il taglio delle vene (1,5%), il soffocamento (1,1%).

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Nicola Ferrigni @nicolaferrigni

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