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Il grande paradosso del debito: i colossi di Wall Street scappano dai titoli di Stato occidentali. Ecco dove si rifugiano

I titoli di Stato di USA ed Europa non proteggono più dal carovita: i gestori scappano verso i debiti emergenti, ma dietro i guadagni facili si nasconde la trappola dei mercati poco liquidi.

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Il mondo della finanza globale si è improvvisamente capovolto. Quei titoli di Stato occidentali che per generazioni hanno rappresentato il bene rifugio per eccellenza oggi bruciano i risparmi degli investitori.

Spaventati dai debiti pubblici fuori controllo di Stati Uniti ed Europa e da un’inflazione energetica dura a morire, giganti della finanza come BlackRock e JPMorgan stanno facendo una mossa un tempo impensabile: cercano riparo nei debiti dei mercati emergenti.

Il crollo dei porti sicuri occidentali

Per decenni le cancellerie occidentali hanno impartito lezioni di disciplina fiscale al resto del pianeta. Oggi l’ironia della storia presenta il conto: sono proprio le economie avanzate a trovarsi con l’acqua alla gola.

Negli ultimi mesi i titoli di Stato delle grandi potenze hanno subito pesanti vendite. In Francia i rendimenti decennali sono schizzati verso l’alto, seguiti a ruota da Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone. Quando i rendimenti salgono, il valore di mercato dei titoli in portafoglio crolla. Chi pensava di aver parcheggiato il proprio denaro in una botte di ferro si ritrova con perdite concrete.

Mentre i bond governativi di Washington e Bruxelles segnano un bilancio negativo da inizio anno, i debiti emessi in valuta locale dai Paesi in via di sviluppo hanno guadagnato oltre il 3%.

La corsa verso tassi reali impensabili in Occidente

A spingere colossi come BlackRock non è un’improvvisa generosità verso il Sud del mondo, ma un calcolo di convenienza economica. Le banche centrali dei mercati emergenti hanno iniziato ad alzare i tassi molto prima della Federal Reserve o della BCE.

Rendimenti reali titoli dei mercati emergenti -Bloomberg

Oggi molti Paesi in via di sviluppo registrano un’inflazione media intorno al 3,8%, decisamente più bassa rispetto al picco del 2022. Questo garantisce rendimenti “reali” – cioè al netto dell’inflazione – che in Occidente sono un lontano ricordo. Al contrario paesi come gli USA rendono circa 1,5% dal punto di vista reale, mentre quelli tedeschi rendono lo 0,6% circa.

Chi compra debito brasiliano o colombiano incassa cedole che proteggono davvero il capitale dal carovita, mentre i titoli occidentali faticano a tenere il passo.

L’illusione della calma e la trappola dei titoli “sottili” e del rischio

I grandi gestori sostengono di spostarsi su questi mercati perché offrono “minore volatilità”. Ma qui si nasconde un inganno tecnico che i non addetti ai lavori non vedono.

Questa apparente stabilità non dipende dal fatto che il debito di un Paese emergente sia improvvisamente privo di rischi. Dipende dal fatto che questi mercati sono sottili: hanno volumi di scambio quotidiani molto ridotti rispetto a colossi come il debito americano.

Nei mercati poco scambiati, i prezzi non oscillano ogni secondo perché passano pochi contratti di compravendita. Questa calma piatta, però, dura solo finché il vento è a favore. Se dovesse scoppiare una nuova crisi globale e tutti i fondi cercassero l’uscita nello stesso momento, la porta si rivelerebbe strettissima, innescando crolli verticali di prezzo per mancanza di acquirenti.

Nello stesso tempo ci si dimentica talvolta che il rendimento è legato al rischio paese o al rischio della valuta d’espressione del debito stesso. Se la rischiosità non spiega il rendimento i mercati sono destinati a riequilibrare il tutto.

Le ricadute pratiche: chi pagherà il conto?

La fuga, anche parziale, dei grandi capitali verso i mercati emergenti ha conseguenze dirette e pesanti per l’Europa e per l’Italia. Se i colossi finanziari globali preferiscono prestare denaro a Brasilia, Ankara o Pretoria piuttosto che a Roma o Parigi, i nostri governi dovranno fare una cosa sola: alzare a loro volta i rendimenti offerti per attirare investitori.

Questo significa che rifinanziare il debito pubblico costerà sempre di più allo Stato. Quelle risorse sottratte al bilancio pubblico si tradurranno in tagli alla spesa sociale, meno investimenti per le imprese e una pressione fiscale sempre più soffocante.

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