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Il governo vara il salario giusto, che va oltre il concetto di salario minimo

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Il governo ha presentato il decreto lavoro del 1 maggio, e le novità non sono poche, a cominciare da quella sul “salario giusto”, una locuzione che va nella direzione del governo, che sull’occupazione può rivendicare a ragione risultati eccezionali. Il salario giusto è una misura che vuole superare gli steccati del salario minimo che invece da anni la sinistra rivendica come unica misura utile per il problema dei redditi da lavoro bassi ( peccato che però non lo abbia mai proposto negli anni di governo). Una misura che decine di analisti ed economisti hanno già dimostrato essere inefficace se non in certi casi addirittura dannosa sul mondo del lavoro.

Col decreto del governo quindi niente salario minimo per legge, che la maggioranza ha sempre respinto, ma avanti con il “salario giusto”. Una formula che può sembrare fumosa, ma che ha un effetto molto concreto: per accedere agli incentivi pubblici, le imprese dovranno garantire trattamenti economici non inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative». Tradotto: il governo prova a rafforzare i cosiddetti contratti leader, sottoscritti dai sindacati maggiori e dalle associazioni datoriali più rappresentative.

Una scelta che, di fatto, guarda al mondo confederale, a partire da Cgil, Cisl e Uil, e restringe lo spazio dei piccoli sindacati, compresi quelli più vicini al centrodestra, come l’Ugl. Sigle che non sono state coinvolte né convocate dal governo, sottolineano ambienti sindacali: «Aspettiamo di leggere il testo, c’è un confronto in corso tra i sindacati». Meloni, invece, ha rivendicato proprio nella conferenza stampa post cdm «interlocuzioni costanti, anche se non ufficiali», definendo il decreto «un punto di partenza di un patto con i corpi intermedi, le organizzazioni sindacali e datoriali».

Nella pratica, si tratta di selezionare i contratti nazionali rappresentativi e usarli come riferimento per contrastare tutti gli altri contratti meno solidi o i cosiddetti “contratti pirata”.

Sul criterio di “rappresentatività”, però, non c’è ancora una conferma certa. Resta inoltre il tema dei contratti scaduti e non rinnovati sullo sfondo. Il decreto introduce un impianto diverso, basato sul trattamento economico complessivo dei contratti collettivi più rappresentativi. Non si guarda al minimo tabellare, ma all’intero pacchetto retributivo, includendo indennità, welfare e progressioni.

Magazzino

Magazzino (© Freepik)

per chi non rispetta questa impostazione, il decreto introduce un sistema di vincoli. Oltre al rafforzamento dei controlli da parte di Inps e Ispettorato del lavoro, scatta una leva immediata sul piano economico: l’accesso agli incentivi pubblici viene subordinato al rispetto dei livelli retributivi definiti dai contratti più rappresentativi. In altri termini, le imprese che applicano condizioni al ribasso restano escluse da sgravi e agevolazioni, inclusi quelli per giovani, donne e aree Zes.

L’intervento intende superare due squilibri strutturali. Da un lato, i ritardi nei rinnovi contrattuali, che negli ultimi anni hanno prodotto una perdita di potere d’acquisto. Dall’altro, la diffusione dei contratti pirata, con minimi inferiori sottoscritti da sigle poco rappresentative.

In concreto, il salario giusto funziona così:

  • il lavoratore deve percepire almeno il minimo previsto dal CCNL applicabile;
  • il contratto collettivo deve essere stipulato da organizzazioni comparativamente più rappresentative;
  • si mira a evitare il cosiddetto dumping contrattuale (cioè i contratti “pirata” con paghe più basse).

Come evidenziato nella nota del Governo, la misura serve a tutelare i lavoratori, a favorire la concorrenza leale tra imprese ed anche a valorizzare il ruolo della contrattazione collettiva.

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