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Perù al cardiopalma: Fujimori sorpassa Sánchez al fotofinish. L’onda conservatrice che può ridisegnare il Sud America
Elezioni in Perù: Keiko Fujimori sorpassa Roberto Sánchez per soli 650 voti. Il voto estero ribalta il risultato, prime proteste a Lima. Come può cambiare l’economia del Sud America

Il Perù ci regala l’ennesimo thriller elettorale, con uno spoglio che sembra sceneggiato per tenere col fiato sospeso i mercati e le cancellerie internazionali. Al 98,2% delle schede scrutinate, la candidata conservatrice Keiko Fujimori ha operato un sorpasso all’ultimo respiro sul rivale di sinistra Roberto Sánchez. Parliamo di un margine infinitesimale: il 50,002% contro il 49,998%. Tradotto in cifre, appena 651 voti di scarto su oltre 18 milioni di schede valide.
A fare la differenza, ribaltando le proiezioni iniziali, sono stati i peruviani all’estero, in particolare i bacini elettorali di Stati Uniti e Giappone, che hanno neutralizzato la forte spinta rurale che nei giorni scorsi aveva portato in testa Sánchez. La partita, tuttavia, è ben lontana dall’essere archiviata in modo pacifico.
- Circa l’1,76% delle schede (quasi 400.000 voti) è attualmente in revisione presso la giustizia elettorale.
- La maggior parte delle contestazioni arriva dalla regione metropolitana di Lima, storica roccaforte fujimorista.
- Sánchez ha abbandonato i toni concilianti delle prime ore, denunciando sviluppi “strani e discutibili”, mentre nella capitale i cannoni ad acqua hanno già disperso le prime proteste.
La partita non è ancora conclusa e rischia di prolungarsi nei prossimi giorni, fra polemiche che rischiano di sfociare in disordini.
Il contesto economico e geopolitico
Cosa significa questo per l’economia e gli equilibri regionali? Molto, per non dire tutto. Il Perù ha bruciato nove presidenti in un decennio, e il prossimo esecutivo erediterà un Paese spaccato a metà tra il dinamismo della costa e la marginalizzazione dell’interno andino.
Se la vittoria della figlia del controverso ex presidente Alberto dovesse concretizzarsi (dopo tre ballottaggi persi per un soffio), assisteremmo all’ennesima conferma di un deciso spostamento a destra dell’America Latina. Sulla spinta di una crescente richiesta di sicurezza contro le bande criminali legate al narcotraffico, il continente si scoprirebbe sempre più a trazione conservatrice, visti i recenti esiti in Cile, Bolivia, Ecuador e le dinamiche in Colombia. Rimarrebbero “isolate” le realtà del Brasile di Lula e di un Venezuela che, pur con mille contraddizioni, ha ripreso a dialogare per convenienza commerciale con Washington. La sicurezza sta comunque diventando il fattore decisivo nelle battaglie elettorali.
Sotto il profilo strettamente economico, i mercati accoglierebbero con sollievo una vittoria di Fuerza Popular. Sánchez, erede politico di Pedro Castillo, proponeva un maggiore intervento statale e una revisione costituzionale che allarmava le multinazionali del rame, di cui il Perù è un fornitore globale primario.
Purtroppo un approccio unicamente pro-mercato non basterà a stabilizzare il Paese. La sottile differenza fra i due scieramenti sicuramente riaccenderà proteste e contestazioni una volta terminato il processo elettorale, chiunque sia a prevalere. Senza interventi chiari e precisi, il divario economico che ha generato il voto di protesta rurale è destinato a riesplodere. La sola politica di mercato, o i soli contributi







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