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Il Dragone in Europa: come gli investimenti cinesi in Europa sono al picco, e perché potrebbero diminuire

Nel 2025 l’Europa ha assorbito il 25% dei capitali cinesi globali, soppiantando gli USA. Da Stellantis in Francia alle mega-fabbriche di batterie, ecco perché il Vecchio Continente rischia ora un drammatico shock industriale.

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I grandi gruppi cinesi, trovando la porta sbarrata negli Stati Uniti dalle rigide politiche dell’amministrazione Trump, hanno  bussato al portone europeo. E lo hanno trovato spalancato, con alcuni paesi estremamente accessibili a questo denaro proveniente da Oriente, come ben citato dal quotidiano francese Les Echos.

Nel 2025, l’Europa (incluso il Regno Unito) ha attratto investimenti cinesi per un valore di 16,8 miliardi di euro, un livello che non si vedeva dal 2018, segnando un drammatico +67% rispetto all’anno precedente. Per dare un’idea della proporzione, oggi il Vecchio Continente assorbe quasi il 25% degli investimenti esteri di Pechino (era appena il 10% nel 2023). Gli Stati Uniti, al contrario, sono crollati ai minimi decennali, fermandosi a circa 3 miliardi di euro.

Dove finiscono i capitali cinesi?

La spinta non è solo finanziaria, ma soprattutto industriale. Le acquisizioni di partecipazioni societarie hanno sicuramente fatto girare i contatori – basti pensare al colosso Tencent che si è preso il 25% della francese Ubisoft o l’acquisizione della svedese Marshall Group – ma il vero dato economico rilevante riguarda i progetti greenfield, ovvero la costruzione di nuove fabbriche dal nulla.

Questi investimenti diretti sono balzati a 8,9 miliardi di euro (+51%). Il settore trainante? Nemmeno a dirlo, l’automobile. Oltre il 77% dei nuovi cantieri riguarda l’indotto delle quattro ruote. La Cina non sono esporta auto, vuole proprio colonizzare, dall’interno , il settore auto europeo. Evidentemente nella strategia cinese non deve sopravvivere un’industria europea autonoma del settore, un obiettivo che la UE sta facilitando.

Ecco come si dividono la torta europea i grandi poli industriali cinesi:

NazioneQuota Investimenti (2025)TendenzaSettori Principali
Ungheria23%In calo (dal 32%)Batterie (es. Gigafactory CATL a Debrecen)
Germania15%Stabile/In crescitaTest e sviluppo batterie (es. polo CATL in Turingia)
Francia12%In crescitaPartnership auto (es. Stellantis/Dongfeng a Rennes), Solare

Il caso Stellantis è emblematico: la joint venture con Dongfeng per distribuire il marchio premium Voyah potrebbe portare, per la prima volta, alla produzione diretta di vetture cinesi negli storici stabilimenti francesi di Rennes.

Voyah courage

Si tratta di un classico effetto di sostituzione: per aggirare ostacoli commerciali e logistici, il capitale si insedia direttamente nel mercato di sbocco. Anche se la produzione avviene in europa, la dipendenza dalla Cina è più che evidente e di tecnologia sviluppata nel vecchio continente ne rimane ben poca. L’Italia ha già proaticamente perso la propria industria del settore, la prossima sarà la Francia.

Un boom destinato a sgonfiarsi?

Siamo quindi al picco massimo degli investimenti cinesi in Europa? I dati suggeriscono proprio di sì. Nonostante l’entusiasmo dei numeri del 2025, l’orizzonte si sta rapidamente rannuvolando.

Secondo l’ultimo studio congiunto del Merics e del Rhodium Group, le promesse di nuovi progetti stanno crollando drammaticamente: si è passati da una media di 18 miliardi di euro nel biennio 2022-2023 a soli 5,5 miliardi stimati per il 2024-2025. Negli ultimi tre trimestri del 2025, sono stati registrati appena 440 milioni di euro di nuovi impegni.

I motivi di questa brusca frenata sono tre:

  • Geopolitica e dazi: Il clima di incertezza globale spinge le aziende di Pechino alla cautela (wait and see), anche in  Europa.
  • La debolezza dello Yuan: Una valuta cinese debole rende economicamente molto più vantaggioso produrre in patria ed esportare, piuttosto che sostenere gli alti costi operativi europei.
  • Eccesso di capacità produttiva: Tra veicoli elettrici, pannelli solari e batterie, le fabbriche già esistenti o in fase di completamento sono ampiamente sufficienti a saturare la domanda globale prevista.

La conclusione è un monito per la politica industriale europea. Come fa notare Gregor Williams del Rhodium Group, gli attuali dazi europei colpiscono appena il 9% delle esportazioni cinesi. Il mercato unico è ancora una prateria apertissima. L’Europa ha goduto dell’illusione di una reindustrializzazione trainata dai capitali di Pechino, ma ora rischia di dover affrontare in solitaria un nuovo, drammatico “shock cinese”, fatto di esportazioni a basso costo contro cui le nostre industrie locali faticheranno a competere.

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