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IL DIVORZIO BREVE

Il divorzio breve – dopo una separazione di sei mesi – è divenuto legge, e molti parlano di crisi del matrimonio, forse anche di crisi della famiglia. Non senza qualche ragione. Ma non è detto che il lamento sia giustificato.
Il matrimonio indissolubile è nato in un momento in cui la vita media era molto più breve di oggi. Se la durata fosse ancora quella, i divorzi sarebbero rari per ovvie ragioni: quanta gente divorzia prima dei quarant’anni?
In un momento in cui l’esistenza era molto più precaria, a favore dell’indissolubilità militavano anche le necessità della specie. Ammettendo che allora si avessero figli a diciott’anni, come in tutte le società primitive e come è conforme alla fisiologia, dovendo portare i figli alla maggiore età, bisognava che i coniugi rimanessero insieme almeno per una ventina d’anni, soprattutto considerando che quelli nati quando il padre aveva trent’anni rischiavano di rimanere orfani prima della pubertà. Inoltre, in quella società, pur lavorando come una schiava per accudire i figli e occuparsi delle faccende casalinghe, la donna non poteva disporre di un reddito proprio. Sarebbe dunque stato impensabile, e pressoché immorale, che il marito le lasciasse il compito impossibile di sobbarcarsi da sola le cure parentali. Dunque il divorzio, se si traduceva nell’abbandono da parte dell’uomo di moglie e figli, era assolutamente contrario agli interessi della specie. A lungo l’amore eterno, la famiglia infrangibile e l’assurdità del divorzio sono stati iscritti, più che nelle leggi, nelle condizioni di fatto dell’esistenza. In quel momento il matrimonio non era soltanto un impegno d’amore dei coniugi: era anche un impegno nei confronti della società. Fra l’altro la mortalità infantile era alta, e la specie umana manteneva a fatica l’equilibrio fra i nati e i morti. Dire “ti amerò sempre” era meno azzardato di oggi. “Sempre” indicava un tempo che era la metà o un terzo di quello di oggi.
Il fasto corale della cerimonia nuziale, previsto praticamente in tutte le società, corrisponde alla necessità di avvertire l’intera comunità che, da quel momento, per quei due esseri umani il sesso acquisiva caratteri di esclusiva. L’uomo non doveva disperdere le sue capacità di procurare cibo e protezione su più famiglie, mentre la donna era tenuta ad un obbligo di fedeltà pressoché selvaggio, che di fatto faceva ruotare tutta la sua vita intorno al suo utero. L’uomo infatti collaborava alle cure parentali esclusivamente per tramandare i propri geni, e mai avrebbe voluto allevare i figli di un altro. Questa mentalità è ancora vigente nel mondo islamico.
Sono passati secoli e millenni e tutto ciò è cambiato. La durata della vita umana è enormemente aumentata. Le pratiche anticoncezionali normalmente rendono la procreazione un atto volontario e il numero dei figli è di solito limitato ad uno o due. Le donne spesso hanno un lavoro fuori casa, e dispongono di un reddito proprio. Loro stesse rimangono sessualmente attive e attraenti fino ad un’età un tempo impensabile, e l’avere già avuto rapporti con un uomo non le rende, come in passato, prodotti di scarto. Dunque sono venute meno molte delle ragioni che davano al matrimonio le caratteristiche d’un tempo. L’unione può ancora durare tutta la vita, ma nessuna persona sana di mente può dire “ti amerò per sempre”, ricordando che questo “per sempre” oggi può estendersi su un arco di tempo di sessant’anni o poco meno.
Il matrimonio non è più ciò che fu: è la libera partnership di due adulti che dura finché dura quella che i romani chiamavano “maritalis affectio”. Ancora oggi, per l’eventuale separazione, costituisce una notevole remora l’esistenza di figli piccoli: ma quando questi sono grandicelli, se non c’è più la concordia e l’affetto, il matrimonio, la coabitazione e l’impegno alla fedeltà appaiono come un’assurdità. E probabilmente lo sono.
Il divorzio breve non è tanto la testimonianza di un decadimento morale dei giovani o della stessa famiglia, è piuttosto il portato di una diversa demografia e di una diversa condizione economica delle coppie. Infine e fortunatamente, è il risultato di una diversa considerazione della donna, divenuta anche lei un essere umano a cui va riconosciuta la libertà di disporre di sé. Il risultato è naturalmente che si sono aperte le porte della prigione sociale. Un uomo voleva evidentemente un gran bene alla sua compagna, con cui viveva da molti anni, ma stupiva gli amici affermando che non aveva alcuna intenzione di sposarla: “Perché dovrei dire al sindaco con chi vado a letto?” Ecco il punto: il matrimonio è divenuto un fatto privato e il divorzio breve, più che uno scandalo, costituisce la riprova di un cambiamento sociologico che sarebbe poco realistico negare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 aprile 2015

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