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Il Cavallo di Troia che spaventa la UE: come la Cina aggira i dazi UE passando dal Marocco

I dazi non bastano: Pechino investe miliardi in Marocco per invadere l’Europa con auto a basso costo. Così la burocrazia di Bruxelles rischia di condannare a morte la nostra industria.

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Sulle colline intorno a Tangeri, dove fino a ieri pascolavano solo pecore, sta nascendo a ritmi serrati la Mohammed VI Tanger Tech City. Dietro questo nome si nasconde la nuova e imponente base industriale dell’auto cinese, pronta a produrre di tutto: dai freni alle batterie per i veicoli elettrici. L’obiettivo? Rifornire il mercato europeo, schiacciando le fabbriche di componenti del vecchio continente.

A Bruxelles inizia a serpeggiare il panico. I miliardi di dollari che le aziende del Dragone stanno riversando in Marocco rischiano di trasformare il Paese nordafricano in una gigantesca piattaforma di lancio per prodotti cinesi fortemente sussidiati. Un’ondata che minaccia di travolgere, forse definitivamente, la già fragile manifattura europea.

L’illusione dei dazi e la mossa di Pechino

L’Unione Europea ha recentemente imposto dazi fino al 45% sulle auto elettriche cinesi per difendersi dalla concorrenza sleale, dato che Pechino sussidia le proprie industrie a livelli fino a otto volte superiori rispetto ai Paesi occidentali. Ma la Cina non è rimasta a guardare.

Ha semplicemente spostato la produzione alle porte dell’Europa. Il Marocco, infatti, gode di un accesso quasi totalmente libero al mercato dell’Unione grazie agli accordi di libero scambio euro-mediterranei.

Perché gli investitori cinesi scelgono il Marocco? I vantaggi sono chiari:

  • Esenzione fiscale: Cinque anni di stop alle tasse aziendali.
  • Forza lavoro: Giovane e con costi nettamente inferiori rispetto all’Europa.
  • Energia verde: Utile per aggirare le future carbon tax europee.
  • Accesso ai mercati: Accordi di libero scambio che aprono le porte a 2,5 miliardi di consumatori, UE compresa.

Alla fine il Marocco appare un paradiso per gli industriali cinesi, che possono entrare liberamente sui mercati europei con vantaggi compentitivi enormi.

L’ennesimo errore di Bruxelles

La strategia è da manuale: i componenti cinesi arrivano in Nord Africa, subiscono una lavorazione sufficiente per ottenere il marchio “Made in Morocco” (le cosiddette regole di origine) ed entrano in Europa a dazio zero.

Bruxelles, come spesso accade, si accorge del problema a giochi fatti. Il Commissario al Commercio, Maroš Šefčovič, parla di “trasbordo” delle esportazioni cinesi per scaricare in Europa la loro sovraccapacità industriale. La Commissione ha già dovuto indagare sui cerchioni in alluminio marocchini, ritenuti “ingiustamente sussidiati” da Pechino tramite i fondi della Via della Seta.

Confronto delle Dinamiche Industriali

FattoreEuropa (UE)Marocco (con capitali cinesi)
Costo del lavoroMolto altoMolto basso
Sussidi stataliLimitati da regole rigideMassicci (tramite Pechino)
Accesso al mercato UEDirettoLibero (tramite accordi di scambio)
Costi energeticiElevati e instabiliMitigati da incentivi locali

Il problema per l’Europa è che questa dinamica è difficilissima da fermare. Aziende europee come Renault e Stellantis hanno già grandi fabbriche in Marocco e beneficiano proprio di questa catena di fornitura a basso costo. Colpire l’import dal Marocco significherebbe colpire anche le case automobilistiche europee. Rabat si è collocata in una posizione quasi perfetta: ha un enorme mercato a disposizione, non il suo, ma quello europeo, e questo permette di attrarre capitali da tutto il mondo, diventando l’hub industriale che chiude gli impianti europei.

La conclusione è amara: i dazi si stanno rivelando un muro di carta. Mentre a Bruxelles si discute di burocrazia e “Industrial Accelerator Act”, la Cina, unendo i propri capitali al basso costo del lavoro marocchino, rischia di spazzare via intere filiere industriali europee, in primis quella tedesca e italiana. L’ennesimo cortocircuito di una politica economica comunitaria che si ostina a chiudere la porta principale, lasciando spalancata la porta di servizio.

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