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Il ballottaggio contro Futuro Nazionale può diventare un Boomerang per il Centrodx

Più il governo tenta di arginare Futuro Nazionale col doppio turno, più ne certifica la forza. Senza quei voti il centrodestra rischia di consegnare il Paese alla sinistra.

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Nel dibattito sulla nuova legge elettorale bisogna partire da una premessa indispensabile: siamo ancora nel campo delle ipotesi, degli emendamenti e delle indiscrezioni giornalistiche. Non esiste, al momento, una formulazione definitiva e unitaria della maggioranza sul ritorno del ballottaggio nazionale. Proprio per questo è necessario ragionare non sulle intenzioni attribuite ai singoli protagonisti, ma sugli effetti concreti che produrrebbero le diverse soluzioni oggi in discussione.

Il testo approvato dalla Camera a luglio prevede un sistema proporzionale con un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che arrivi prima in entrambe le Camere e raggiunga almeno il 42 per cento dei voti. In mancanza di queste condizioni, il premio non scatta e i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Il ballottaggio, presente nella versione originaria della riforma, era stato eliminato.

Ora il secondo turno è tornato improvvisamente al centro della discussione. E non è difficile comprenderne la ragione politica.

Le soluzioni circolate non sono identiche. La proposta attribuita a Forza Italia abbasserebbe dal 42 al 40 per cento la soglia necessaria per ottenere il premio: se una sola coalizione superasse il 40 per cento, riceverebbe direttamente il premio; se fossero in due a superarlo, si svolgerebbe il ballottaggio; se nessuna raggiungesse quella quota, si tornerebbe alla distribuzione proporzionale.

La proposta avanzata dal senatore Marcello Pera segue invece una formula più articolata: premio diretto alla coalizione che superi il 48 per cento; in mancanza di questa soglia, ballottaggio tra le prime due coalizioni, purché entrambe abbiano ottenuto almeno il 38 per cento e senza possibilità di nuovi apparentamenti. Se la seconda coalizione restasse sotto il 38 per cento, il premio sarebbe comunque assegnato alla prima qualora avesse superato il 42; negli altri casi scatterebbe il proporzionale.

 

Le differenze tecniche sono rilevanti, ma il disegno politico che sembra ispirarle è abbastanza evidente: evitare un accordo organico con Futuro Nazionale e confidare nel fatto che, al secondo turno, la maggioranza dei suoi elettori voterebbe comunque per il centrodestra guidato da Giorgia Meloni pur di impedire la vittoria della sinistra.

In altri termini, si vorrebbero incassare al ballottaggio i voti di Futuro Nazionale senza riconoscere al primo turno il peso politico del partito, senza modificare gli equilibri interni dell’attuale maggioranza e senza dover negoziare un programma comune. Sarebbe il tentativo di beneficiare dei suoi voti senza confrontarsi con le ragioni per cui tanti elettori hanno abbandonato o stanno abbandonando i partiti di governo.

È una scorciatoia apparentemente astuta. Ma potrebbe trasformarsi in un clamoroso boomerang.

Il primo effetto del doppio turno, infatti, potrebbe essere esattamente opposto a quello desiderato. Se un elettore di destra sa di poter votare Futuro Nazionale al primo turno e di poter eventualmente scegliere il centrodestra al secondo per fermare la sinistra, si sentirà molto più libero di esprimere subito la propria vera preferenza.

Verrebbe meno la pressione del cosiddetto voto utile. Nessuno potrebbe più dirgli che votare Futuro Nazionale significa automaticamente favorire la sinistra, perché il ballottaggio gli offrirebbe una seconda possibilità di scelta. Il doppio turno consentirebbe un voto identitario e politico al primo turno e un eventuale voto di governo al secondo.

Una legge immaginata per contenere Futuro Nazionale finirebbe così per offrirgli lo strumento più efficace per crescere.

È questo il paradosso che il centrodestra sembra sottovalutare: più si rende sicura la seconda scelta, più si libera la prima. E più Futuro Nazionale sale, più diminuisce la possibilità che l’attuale coalizione raggiunga le soglie necessarie per ottenere il premio o persino per accedere al ballottaggio.

Se poi Futuro Nazionale arrivasse paradossalmente a percentuali più elevate di quelle che ora gli attribuiscono i sondaggi, la strategia cambierebbe completamente di segno. Il centrodestra tradizionale non avrebbe più la certezza di raggiungere il 40, il 42 o, in alcune formulazioni, persino il 38 per cento. A quel punto la nuova legge non servirebbe a mettere al sicuro la maggioranza: potrebbe consegnare il premio direttamente al campo largo oppure impedire al centrodestra di giocarsi la partita al secondo turno.

La crescita di Futuro Nazionale diventerebbe quindi il più efficace deterrente contro una legge concepita per marginalizzarlo. Quanto più il partito dimostrasse di possedere un consenso autonomo e consistente, tanto più l’attuale maggioranza sarebbe costretta ad abbandonare le scorciatoie regolamentari e ad affrontare il problema sul terreno politico.

Il secondo errore consiste nel considerare gli elettori come una proprietà trasferibile. I voti non appartengono ai leader dei partiti e non si spostano meccanicamente da un simbolo all’altro. Una parte degli elettori di Futuro Nazionale potrebbe certamente scegliere il centrodestra al ballottaggio. Un’altra potrebbe astenersi, annullare la scheda o subordinare il proprio sostegno ad accordi politici precisi.

Nessuno può dare per scontato che un elettore che ha abbandonato Lega, Forza Italia o Fratelli d’Italia torni disciplinatamente al secondo turno soltanto perché gli viene indicato il pericolo della sinistra. Se quell’elettore si è allontanato, significa che esiste una frattura politica. E una frattura politica non viene ricomposta attraverso una formula elettorale.

Il ballottaggio non è un trasferimento automatico di consensi. È una nuova elezione, con una nuova campagna, un’affluenza diversa e una differente percezione della posta in gioco. Fare affidamento sul ritorno scontato dei voti di Futuro Nazionale significa fare i conti senza l’oste. E l’oste, in democrazia, è sempre l’elettore.

Il terzo rischio è strettamente aritmetico. Una rilevazione BiDiMedia del 26 agosto ha attribuito a Futuro Nazionale l’8 per cento, collocando il centrodestra tradizionale al 39,2 e il campo largo al 44,7. Con Futuro Nazionale nella coalizione, il centrodestra raggiungerebbe invece il 47,2 per cento.

È soltanto una fotografia del momento, non una previsione elettorale. Ma dimostra quanto sia fragile il calcolo sul quale si vorrebbe costruire il doppio turno.

Nella formula attribuita a Forza Italia, un campo largo sopra il 40 per cento e un centrodestra tradizionale sotto quella soglia potrebbero consegnare il premio direttamente alla sinistra, senza ballottaggio. Gli elettori di Futuro Nazionale non avrebbero neppure la possibilità di riequilibrare la partita al secondo turno.

Nella formula Pera, se il centrodestra tradizionale scendesse sotto il 38 per cento e la sinistra superasse il 42, mancherebbero le condizioni per il ballottaggio e il premio potrebbe essere assegnato direttamente al campo largo.

La legge pensata per neutralizzare Futuro Nazionale rischierebbe quindi di privare il centrodestra della possibilità stessa di vincere.

C’è poi un ulteriore boomerang, forse ancora più grave. Quando una maggioranza cambia la legge elettorale a ridosso del voto e il dibattito pubblico collega apertamente questa decisione alla crescita di un concorrente, quel concorrente riceve una straordinaria legittimazione.

Il messaggio involontario diventerebbe chiarissimo: Futuro Nazionale è ormai abbastanza forte da costringere il governo a riscrivere le regole.

Una strategia nata per ridimensionarlo finirebbe per certificarne la centralità. E gli consentirebbe di sostenere, con argomenti difficili da smentire, che i partiti della maggioranza non vogliono confrontarsi con le ragioni dei suoi elettori, ma preferiscono costruire un meccanismo per recuperarne i voti soltanto quando diventano indispensabili.

Il centrodestra dovrebbe invece domandarsi perché una parte del proprio elettorato non si riconosca più pienamente nell’attuale offerta politica. Le ragioni riguardano la sicurezza, l’immigrazione irregolare, la pressione fiscale, il costo dell’energia, il potere d’acquisto, la competitività delle imprese, la sovranità nelle scelte economiche e il rapporto con un’Unione europea sempre più incline a trasformare indirizzi politici discutibili in automatismi tecnocratici.

Si può condividere o contestare la risposta proposta da Futuro Nazionale. Non si può fingere che il suo consenso sia un’anomalia da correggere con una soglia elettorale.

Ma l’aspetto forse più miope dell’intera operazione riguarda l’astensionismo. La politica italiana continua a discutere di come redistribuire i voti di chi già partecipa, mentre ignora l’enorme massa di cittadini che ha smesso di credere nell’utilità del voto.

Alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza si fermò al 63,91 per cento: più di un elettore su tre rimase a casa. Alle Europee del 2024 l’affluenza nazionale scese al 49,69 per cento: oltre la metà degli aventi diritto non partecipò. Sono dati che descrivono una crisi della rappresentanza ben più profonda di qualsiasi problema di soglie, premi o ballottaggi.

Il doppio turno non recupererebbe questo enorme bacino. Al contrario, una riforma percepita come costruita nei palazzi per proteggere gli equilibri esistenti rischierebbe di aumentare la distanza tra cittadini e politica. Chiamare gli elettori alle urne nell’arco di 2 settimane non significa convincere a votare chi non si sente più rappresentato. Senza una proposta credibile, due turni possono produrre due occasioni di astensione.

Il vero obiettivo di una coalizione ambiziosa dovrebbe essere riconquistare chi non vota più, non escogitare il modo di spartirsi con maggiore convenienza i voti rimasti. Una legge elettorale può trasformare voti in seggi; non può trasformare la disillusione in partecipazione.

Esiste infine una questione istituzionale, che va ricordata senza attribuirle effetti automatici. Non è da sottovalutare il Codice di buona condotta della Commissione di Venezia, secondo il quale gli elementi fondamentali del sistema elettorale non dovrebbero essere modificati a meno di un anno dalle elezioni. Si tratta di un principio di stabilità e di certezza del diritto, non di un divieto giuridicamente vincolante. Se però la legge fosse approvata nell’autunno del 2026 e si votasse nella primavera del 2027, la riforma si collocherebbe chiaramente fuori da quel parametro di buona condotta, alimentando ulteriori dubbi sull’opportunità politica dell’operazione.

Resta inoltre il vaglio costituzionale. La Corte costituzionale ha bocciato nel 2017 la specifica disciplina del ballottaggio prevista dall’Italicum, non il doppio turno in quanto tale. Le soglie oggi ipotizzate cercano evidentemente di superare quelle obiezioni, ma resterebbero da valutare la proporzionalità del premio, il divieto di nuovi apparentamenti, il rapporto tra voti del primo turno e seggi finali e la necessità di maggioranze omogenee nelle due Camere.

Al netto dei tempi parlamentari, della promulgazione e dell’eventuale contenzioso, il problema politico rimane comunque evidente.

Il centrodestra rischia di cercare nella tecnica elettorale la soluzione a un problema che nasce dalla politica. Il ballottaggio potrebbe liberare il voto verso Futuro Nazionale al primo turno, indebolire ulteriormente Lega e Forza Italia, far scendere la coalizione sotto le soglie decisive, consegnare il premio alla sinistra, non garantire il ritorno degli elettori al secondo turno e allontanare ancora di più chi ha già scelto l’astensione.

La strategia più lungimirante sarebbe un’altra: aprire un confronto trasparente con Futuro Nazionale su un accordo elettorale e di governo fondato su impegni programmatici chiari e verificabili. Una coalizione non richiede l’annullamento delle identità che la compongono. Richiede un perimetro comune, una leadership riconosciuta e responsabilità precise davanti agli elettori.

Futuro Nazionale non può essere considerato un deposito di voti da aprire il giorno del ballottaggio. È un soggetto politico con il quale confrontarsi apertamente.

Se l’obiettivo è impedire che la sinistra governi il Paese, la strada più solida non consiste nel cambiare le regole per contare in anticipo i voti altrui. Consiste nel creare le condizioni politiche affinché quegli elettori riconoscano nel centrodestra una casa comune e non una destinazione obbligata dalla paura dell’avversario.

Una coalizione sicura della propria forza non riscrive le regole per evitare il confronto con una parte del proprio mondo. Ascolta quella parte, ne comprende le ragioni e prova a riconquistarla.

Perché i conti senza l’oste, soprattutto quando l’oste è il popolo sovrano, raramente tornano.

Antonio Maria Rinaldi

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