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IDEE CHIARE SULL’IMMIGRAZIONE

Quando un detto è veramente brillante, viene attribuito a tante di quelle celebrità, che alla fine non si sa chi l’abbia veramente inventato. Di certe massime – “Giove rende pazzi coloro che vuol perdere”, “il diavolo si nascone nei particolari” – non si riesce nemmeno a conoscere l’origine. E questa è comunque la sorte di tutti i proverbi.
Uno di questi detti così suona: “Allah, dammi la forza di sopportare i mali contro cui non ho difesa; Allah, dammi la forza di lottare contro i mali non invincibili; Allah, dammi la saggezza di distinguere gli uni dagli altri”. Che corrisponde poi alla leggenda di Giufà – personaggio mitico di apologhi siciliani – il quale, seduto su un muro, gemeva come se lo stessero torturando. Gli chiesero di che cosa soffrisse e lui, fra un lamento e l’altro, rispose: “Sono seduto su un chiodo”. “E perché non ti alzi?” “Troppa fatica”.
A tutto ciò si pensa a proposito delle incessanti tragedie del Mediterraneo, e di fronte all’immigrazione clandestina in Europa. È qualcosa di negativo, sia perché questi immigranti vanno a costituire gruppi allogeni spesso inassimilabili che un giorno potrebbero creare dei problemi – dicono qualcosa i fatti delle “banlieue” parigine? – sia perché le condizioni della traversata provocano migliaia di vittime, incluse donne e bambini. Si tratta di mali contro i quali possiamo lottare o no? Nell’opinione pubblica italiana sembra che la risposta sia no, ma la cosa è discutibile.
Il concetto di impossibilità è più elastico di quanto non si pensi. Esiste l’impossibilità fisica (volare agitando le mani), esiste l’impossibilità morale (dare del cretino al proprio padre, almeno ai tempi di chi scrive), esiste l’impossibilità giuridica (uccidere il cane del vicino che abbaia; naturalmente il cane, non il vicino). Per fermare l’immigrazione clandestina, l’impossibilità non è certo fisica. Basterebbe accogliere i mancati naufraghi con le mitragliatrici o rimorchiare di nuovo al largo i loro barconi. Ma questo è certo peggio che sparare al cane del vicino.
Dunque le impossibilità di cui si parla o sono di ordine morale o sono di ordine giuridico. Il problema giuridico apparirebbe particolarmente spinoso, perché di livello internazionale: come trattare con un Paese come la Libia in pieno caos, con due governi che nemmeno messi insieme comandano sull’intero territorio? Giusta domanda. Ma essa contiene in sé la sua risposta: se le autorità locali non sono in grado di controllare il proprio territorio, ai sensi delle convenzioni internazionali non possono essere legalmente considerati “governi” di quel territorio. Uno Stato consiste della triade popolo-territorio-governo, e mancando quest’ultimo rimane un territorio, ma non uno Stato. Dunque gli italiani – o ancor meglio i militari europei – potrebbero benissimo, per ipotesi, andare ad installarsi nei porti e porticcioli della Libia e impedire ai barconi di partire. Sparando a chi si avvicini per contrastare la loro azione. Naturalmente gli immigranti clandestini e i loro sfruttatori si sposterebbero altrove, ma da un lato sarebbero sempre più lontani, dall’altro nulla impedirebbe agli italiani di dire alle autorità locali: o li sorvegliate e impedite che partano o ci pensiamo direttamente noi. Il rifiuto di una simile soluzione non è un’impossibilità giuridica: è soltanto mancanza di risolutezza.
Per quanto riguarda l’impossibilità morale, le obiezioni sono ancora più flebili. È vero che non soccorrendo i migranti una volta che sono in mare essi rischiano di morire, ma è anche vero che sono in mare perché contano di essere soccorsi, e se ciò non avviene – per qualunque motivo – spesso muoiono come mosche. Basterà togliere loro la speranza del soccorso e saranno costretti a prendere il mare con mezzi adeguati. Di nuovo, questione di risolutezza. Loro non naufragheranno più, e il problema si sposterà sul comportamento da tenere al loro arrivo sul continente europeo.
Anche qui, l’impossibilità di arginare il fenomeno è soltanto morale. Basterebbe considerare l’immigrazione clandestina non un reato, ma una insanabile irregolarità amministrativa per risolvere la questione. Chi arriva non avendo varcato una frontiere autorizzata è un immigrante clandestino e viene condotto su un’isola, da cui andrà via appena otterrà l’asilo politico o richiederà di essere rimandato al Paese da cui proviene. Non è carcerazione, infatti l’interessato può andar via in qualunque momento: è divieto di circolazione sul resto del territorio nazionale. I barconi con cui gli immigranti sono arrivati sarebbero tenuti da parte per essere forniti a coloro che, in numero sufficiente, non hanno (o dicono di non avere) un Paese in cui tornare. Andrebbero via così come sono arrivati.
Naturalmente queste soluzioni potranno non piacere a tutti. Ma in questo caso se ne suggeriscano altre, ugualmente efficaci. Allah comunque ci ha detto che possiamo mettere questi mali fra quelli contro cui possiamo lottare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 aprile 2015

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