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I  petrodollari sauditi sbarcano in Afghanistan nonstante il Pakistan. “Patto della Mecca” già in crisi?

Riad firma un accordo venticinquennale per gas e petrolio con Kabul ed evita la mediazione di Islamabad: la presunta “NATO islamica” si rivela fragile di fronte alle vere priorità economiche.

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Mentre l’esercito pakistano bombarda i villaggi oltre il confine con l’Afganistan e caccia a forza due milioni di rifugiati, l’Arabia Saudita atterra a Kabul per prendersi petrolio e gas, stracciando decenni di monopolio diplomatico pakistano.

La firma dell’accordo del 7 settembre a Kabul ha il sapore di una doccia gelata per la diplomazia asiatica. Il ministero delle Miniere e del Petrolio guidato dall’amministrazione talebana ha siglato un contratto venticinquennale con la compagnia energetica saudita Delta International.

L’oggetto dell’intesa riguarda l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi nel bacino di Kushk-Tirpul, tra le province occidentali di Herat e Badghis. La cifra di partenza ammonta a 200 milioni di dollari, ma il piatto forte è ben più ricco: sul tavolo ci sono progetti a catena per un controvalore stimato tra i 50 e i 60 miliardi di dollari nei prossimi decenni.

A mettere la firma sono stati Hedayatullah Badri per Kabul e Shaher Al-Taqi per il gruppo saudita. La presenza che ha fatto sobbalzare le cancellerie mondiali, tuttavia, è un’altra: Zalmay Khalilzad. L’ex inviato speciale degli Stati Uniti, già regista degli accordi di Doha del 2020, era seduto in prima fila a garantire che l’Afghanistan è pronto per gli affari internazionali.

Per il Pakistan si tratta di uno smacco bruciante. I vertici militari di Rawalpindi consideravano da sempre Kabul come una sorta di “quinta provincia”, un cortile di casa dove nessuno straniero poteva entrare senza il permesso di Islamabad. L’Arabia Saudita ha dimostrato il contrario: se ci sono risorse da estrarre, i sauditi trattano direttamente con i talebani.

La beffa economica per Islamabad è totale. Riad aveva promesso al Pakistan investimenti faraonici per 20 miliardi di dollari, rimasti per la quasi totalità lettera morta sulla carta. Al contrario, i soldi veri cominciano a scorrere verso i giacimenti afghani.

Nel frattempo, l’intesa svela la fragilità del recente Patto di Difesa Congiunta della Mecca, siglato in pompa magna tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Venduto dalla propaganda come una sorta di “NATO musulmana” basata sulla difesa reciproca, l’accordo mostra già crepe evidenti.

I fatti sul campo sono spietati. Ora che l’Arabia Saudita si trova in grave affanno per la pressione dei ribelli Houthi sulle rotte marittime e sui confini, da Islamabad non si vede alcuna risposta militare proporzionata al pericolo. Quando c’è da rischiare soldati e risorse, le grandi alleanze ideologiche evaporano e lasciano il posto alla dura convenienza economica.

Elemento chiavePosizione del PakistanStrategia dell’Arabia Saudita
Rapporti con KabulIsolamento totale e attacchi aerei transfrontalieriAccordi commerciali diretti ed esplorazione energetica
Patto della MeccaCercasi scudo diplomatico contro l’IndiaPragmatismo economico; legami commerciali stabili con Delhi
Gestione dei confiniEspulsione forzata di 2 milioni di civili afghaniApertura a investimenti infrastrutturali sul territorio afghano

Le divergenze strategiche tra i due paesi non potrebbero essere più marcate:

  • Islamabad cerca la destabilizzazione per costringere Kabul alla sottomissione, bloccando valichi commerciali e privando gli studenti afghani dell’accesso alle università.
  • Riad punta sulla sicurezza dei propri approvvigionamenti e rifiuta di sacrificare le proprie rotte commerciali per le faide locali del vicino.
  • Kabul dimostra di poter incassare capitali esteri senza dover pagare dazio a intermediari militari terzi.

Il dramma umano provocato dalla strategia pakistana resta enorme. Più di due milioni di rifugiati afghani sono stati caricati sui camion e scaricati al confine senza beni né risparmi, con le famiglie rimaste bloccate per giorni sotto il sole. Islamabad pensava di piegare la leadership talebana con la fame e l’assedio, accusandola di coprire i terroristi del TTP.

Il risultato pratico è l’opposto. L’atteggiamento punitivo del Pakistan ha accelerato la ricerca di partner alternativi da parte di Kabul. Il ministro degli Esteri talebano, Amir Khan Muttaqi, ha ribadito che il paese spalancherà le porte a investimenti in miniere, agricoltura e commercio, proponendo anche agli Stati Uniti di superare vent’anni di guerra in nome della cooperazione d’affari.

Il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, ha provato fino all’ultimo a vendersi a Washington come l’unico ponte possibile verso l’Asia Centrale, promettendo persino una futura riapertura della base di Bagram. Ma la diplomazia dei dollari ha superato le vecchie rendite di posizione della Guerra Fredda: l’amministrazione americana comprende che l’ossessione pakistana rischia solo di incendiare la regione.

Se l’Arabia Saudita non esita a scavalcare l’alleato pachistano in Afghanistan, difficilmente prenderà le sue parti in un eventuale scontro con l’India, partner commerciale troppo ricco per essere sacrificato. L’accordo di Kabul segna il tramonto delle illusioni per Islamabad: gli affari sul greggio vanno avanti, e chi resta ancorato al ricatto dei confini finisce per pagare il conto da solo. Del resto non si vedono truppe pakistane sul campo in Yemen…

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