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I 209 miliardi di Conte? Erano già scritti nei fogli Excel della Commissione
I 209 miliardi del PNRR non furono una vittoria negoziale di Conte, ma il frutto di un calcolo automatico europeo basato sul crollo del PIL italiano. Ecco perché prendere in prestito “tutto il prendibile” rischia di rivelarsi un boomerang per i conti pubblici e i contribuenti.

Giuseppe Conte continua a rivendicare, con ostinazione quasi notarile, il merito di aver “portato all’Italia 209 miliardi” dall’Europa. È una formula che sul piano propagandistico ha funzionato benissimo: semplice, immediata, suggestiva. Evoca l’immagine del premier che entra nei palazzi di Bruxelles, batte i pugni sul tavolo e torna in patria con il bottino. Una narrazione perfetta per la comunicazione politica, molto meno per la realtà economica.
Perché appena si esce dallo storytelling e si entra nel terreno dei numeri, dei regolamenti e della finanza pubblica, quella tesi si sgonfia rapidamente. La cifra dei 209 miliardi non fu il frutto di un capolavoro negoziale personale di Conte. Non fu una concessione straordinaria ottenuta grazie al suo talento diplomatico. Non fu il risultato di una vittoria politica contro partner europei inizialmente contrari. Fu, molto più banalmente, la conseguenza automatica dei criteri di riparto fissati dalla Commissione europea per il Recovery and Resilience Facility, il cuore del Next Generation EU da cui nacque il PNRR.
La quota teoricamente spettante a ciascun Paese membro era infatti calcolata sulla base di parametri oggettivi: popolazione, PIL pro capite relativo, condizioni del mercato del lavoro e, nella fase successiva, impatto economico della pandemia, misurato attraverso la caduta del PIL nel 2020 e nel biennio seguente. In sostanza, il peso della quota italiana non fu scritto dal carisma del premier di turno, ma da una formula tecnica già codificata nei regolamenti europei. Per chi volesse trovare i riscontri a questi dati alleghiamo il .pdf completo della norma recovery-and-resilience-facility-fax-ita.
Detto in modo ancora più chiaro: Conte ha venduto come conquista personale ciò che era già scritto nei fogli Excel della Commissione.
L’Italia, del resto, possedeva tutte le caratteristiche che la collocavano automaticamente tra i maggiori beneficiari del piano. È un Paese di grandi dimensioni demografiche, con quasi sessanta milioni di abitanti. È un’economia che da anni cresce meno dei principali concorrenti europei. Ha un mercato del lavoro più fragile rispetto alle economie del Nord Europa. E soprattutto fu colpita dalla pandemia con una recessione devastante.
Nel 2020 il PIL italiano crollò di circa il 9%, la peggior performance tra i grandi Paesi europei, superiore alla contrazione registrata da Germania, Francia e dagli altri principali partner dell’Unione. Era dunque inevitabile che l’Italia si collocasse al vertice della graduatoria dei beneficiari.
Il punto politico, quindi, è semplice e scomodo: chiunque si fosse trovato a Palazzo Chigi in quel momento avrebbe potuto chiedere fino a quella cifra, cioè fino ai 209 miliardi indicati come massimale teorico per l’Italia. Non fu Conte a creare quell’opportunità. Quell’opportunità derivava dai dati italiani applicati ai parametri europei.
Per questo la formula “Conte ci ha portato 209 miliardi” appartiene più alla pubblicità politica che alla cronaca economica. Conte non convinse partner riluttanti a fare un’eccezione per l’Italia, né strappò un privilegio speciale. Si limitò a chiedere il massimo consentito dalle regole del gioco. Operazione legittima, naturalmente, ma profondamente diversa dal racconto eroico confezionato in questi anni.
La domanda seria, allora, non è se fosse possibile chiedere quella cifra. La domanda vera è se fosse opportuno farlo integralmente. Ed è qui che la discussione italiana è stata spesso superficiale.
Attenzione a un punto decisivo: tutti quei fondi richiesti dovevano comunque essere contabilizzati e, direttamente o indirettamente, restituiti. Prestiti significa debito pubblico aggiuntivo: capitale da rimborsare con interessi. Anche la quota definita “a fondo perduto” non era denaro magicamente gratuito, perché finanziata da debito comune europeo che dovrà essere coperto nel tempo attraverso aumenti dei contributi dei Paesi membri e/o nuove imposizioni, nuove tasse. Non ricchezza regalata, dunque, ma nuovi oneri futuri, semplicemente intermediati a livello europeo.
Tradotto: il contribuente paga comunque. Magari non subito, magari con altre etichette, magari in forma diluita nel tempo. Ma paga.
Molti altri governi europei questo ragionamento lo compresero immediatamente. In quella fase storica i tassi di interesse sui mercati erano eccezionalmente bassi e, per alcuni emittenti sovrani con rating elevato, persino negativi. Per economie come Germania, Olanda e altri Paesi ad alta reputazione creditizia, finanziarsi direttamente emettendo debito nazionale risultava spesso più conveniente che ricorrere ai prestiti europei.
E non solo per una questione di costo finanziario. Andare sul mercato significava conservare piena libertà nella scelta degli investimenti, nei tempi di spesa e nelle priorità strategiche, senza sottostare a un fitto reticolo di milestone, target, verifiche procedurali, revisioni periodiche e controlli della Commissione.
Per questo diversi Stati membri hanno utilizzato solo in parte la possibilità offerta da Bruxelles, mentre altri hanno rinunciato del tutto alla componente prestiti. Non fu euroscetticismo. Fu pragmatismo.
L’Italia, invece, scelse la linea opposta: prendere tutto il prendibile. Politicamente era la soluzione perfetta, perché consentiva di annunciare la cifra più alta d’Europa e di vendere all’opinione pubblica il presunto trionfo negoziale del governo Conte. Ma in economia i numeri vanno interpretati, non idolatrati. Il numero più grande non coincide quasi mai con la scelta migliore.
A rendere ancora più fragile quella narrazione è il mito dei fondi “gratis”. Ancora oggi molti continuano a credere che una parte consistente di quelle risorse sia piovuta dall’Europa come un dono senza contropartite, quasi un assegno firmato da Bruxelles per premiare l’Italia.
Ma la realtà contabile è diversa. L’Unione Europea non dispone di un bilancio autonomo. Il suo bilancio si alimenta attraverso i contributi degli Stati membri e attraverso l’imposizione di tasse. Inoltre, per finanziare il Next Generation EU, Bruxelles ha emesso debito comune sui mercati mediante Eurobond.
Ciò significa che anche il denaro presentato come gratuito dovrà comunque essere coperto nel tempo: con maggiori contribuzioni nazionali, tassazione ambientale, nuovi prelievi indiretti o altre forme di imposizione che, in ultima analisi, ricadranno su famiglie e imprese. Il costo può essere spalmato, rinviato, nascosto sotto nuove sigle. Ma non evapora.
Esiste poi un ulteriore paradosso tutto italiano. Il nostro Paese è storicamente il terzo contributore netto al bilancio dell’Unione in valore assoluto. In sostanza, l’Italia parteciperà anch’essa al rimborso del debito comune europeo contratto per finanziare quelle stesse risorse che tanta propaganda ha raccontato come regalo esterno.
Ecco perché il punto politico va rovesciato. Non bisognerebbe chiedersi chi si sia intestato il numero più grande, ma chi abbia valutato con lucidità costi, benefici e alternative disponibili. Molti governi europei fecero esattamente questo esercizio e conclusero che fosse meglio chiedere meno, oppure nulla, sulla componente prestiti. Nessuno, in quei Paesi, sentì il bisogno di trasformare una scelta prudenziale in uno slogan permanente.
In Italia, invece, si è preferito celebrare il volume nominale delle risorse, trascurando la domanda essenziale: era davvero la scelta migliore? Col senno di poi, tra ritardi nell’attuazione del PNRR, difficoltà di spesa, continue revisioni del piano, condizionalità stringenti e crescente peso del debito, il dubbio non solo è legittimo: è inevitabile.
Conte non ha avuto il merito di aver portato 209 miliardi. Ha avuto la fortuna di trovarsi a Palazzo Chigi nel momento in cui i parametri europei assegnavano all’Italia la quota massima richiedibile. È stato però molto abile nel trasformare un automatismo tecnico in una rendita politica personale, facendo credere a molti italiani di aver ottenuto grazie alle proprie capacità negoziali risorse che sarebbero spettate comunque al nostro Paese.
È stata un’operazione mediatica di notevole efficacia, tanto che ancora oggi quella versione dei fatti sopravvive soprattutto tra i sostenitori più fedeli del Movimento 5 Stelle. Ma il tempo della propaganda è finito. E i documenti parlano chiaro: quei 209 miliardi erano già assegnati all’Italia prima ancora che Conte se ne attribuisse il merito.
La politica vive di narrazioni. I conti pubblici, prima o poi, presentano il saldo finale.
Antonio Maria Rinaldi, ex membro della Commissione parlamentare europea ECON.








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