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Forzare il blocco nello Stretto di Hormuz: il passaggio “fantasma” degli Emirati e la metaniera del Qatar

Lo Stretto di Hormuz è un campo minato: petroliere degli Emirati spengono i radar per forzare il blocco iraniano, mentre Washington colpisce quattro navi di Teheran. Transita la prima metaniera del Qatar.

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Mentre la diplomazia internazionale sembra essersi impantanata nelle sabbie mobili del Golfo, la realtà fisica del petrolio non aspetta i tempi della politica. Nello Stretto di Hormuz, il “collo di bottiglia” più critico del pianeta, si sta giocando una partita a scacchi a luci spente. Letteralmente.

Negli ultimi giorni, i dati di tracciamento marittimo e le analisi satellitari hanno confermato quello che molti operatori sospettavano: gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno iniziato a forzare il blocco de facto imposto dall’Iran, utilizzando tattiche da “flotta ombra” per far defluire il greggio rimasto imbottigliato dall’inizio del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran.

Il ritorno delle “Dark Ships” nel Golfo

La strategia di Abu Dhabi è tanto semplice quanto rischiosa. Diverse petroliere cariche di greggio hanno attraversato lo Stretto con i trasmettitori di posizione (AIS) spenti. L’obiettivo è chiaro: evitare di diventare bersagli facili per le ritorsioni iraniane che, dal 28 febbraio scorso, hanno trasformato l’area in una zona di guerra a intermittenza.

Secondo i dati di Kpler e l’analisi satellitare di SynMax, l’operazione ha già dato i suoi frutti:

  • 4 milioni di barili di qualità Upper Zakum esportati.
  • 2 milioni di barili di Das crude transitati su quattro diverse cisterne.

Questi volumi sono solo una frazione delle esportazioni pre-conflitto della ADNOC (Abu Dhabi National Oil Co), ma rappresentano un segnale politico ed economico enorme. Mentre Iraq, Kuwait e Qatar avevano finora tirato i remi in barca — o meglio, le ancore in porto — la UAE ha deciso che il costo dell’attesa superava quello del rischio bellico. Il petrolio è stato smistato tramite trasferimenti ship-to-ship verso l’Asia o stoccato temporaneamente in Oman, nel tentativo di ossigenare una catena di approvvigionamento mondiale che vede il barile stabilmente sopra i 100 dollari.

La risposta di Washington: “Love Taps” o escalation?

Se gli Emirati giocano a nascondino, gli Stati Uniti hanno deciso di usare il martello. Nelle ultime ore, diverse fonti riportano che le forze americane avrebbero colpito o disabilitato quattro petroliere iraniane nei pressi dell’area di Jask.

Le immagini satellitari non lasciano spazio a troppe interpretazioni: una nave è visibilmente in fiamme, con fuoriuscite di petrolio che si estendono per oltre 7 chilometri. Negli ambienti della difesa si parla di “love taps”, piccoli colpetti per avvertire Teheran, ma la realtà è che la tensione ha raggiunto il punto di ebollizione. Teheran, per ora, tace. Un silenzio che, in queste latitudini, raramente è sinonimo di distensione.

Il “caso” Qatar e la mossa del metano

In questo caos calcolato, emerge un elemento di novità: per la prima volta dall’inizio delle ostilità, una metaniera qatariota di GNL (Gas Naturale Liquefatto) è riuscita a transitare nello Stretto. Destinazione: Pakistan.

Il dato interessante è tecnico: la nave non ha seguito la rotta tradizionale dell’isola di Hormuz. Sembra che l’Iran stia applicando una sorta di “pedaggio politico”, permettendo il passaggio solo alle nazioni considerate amiche o neutrali, come India, Cina e, appunto, il Qatar. Oppure il paese aveva ricevuto delle garanzie diverse e l’Iran non voleva prendersi la resposnabilità di fermare un carico verso un paese confinante (il Pakistan) attaccando una nave potenzialmente molto pericolosa. omunque  fatto sta che la nave è passata.

Diplomazia al fotofinish

Sul fronte politico, l’amministrazione Trump resta in attesa di una risposta formale da parte di Teheran alla proposta di pace volta a riaprire lo Stretto. Il Segretario di Stato Marco Rubio aveva ipotizzato una risposta in tempi brevi, ma il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha gelato gli entusiasmi, mettendo in dubbio la serietà di Washington dopo gli ultimi raid.

Le probabilità di un accordo permanente entro la fine di maggio sono crollate al 25%, ma ora l’Iran sembra pronto a rispondere. Con il Presidente Trump atteso in Cina la prossima settimana, la pressione per chiudere il conflitto è massima. L’economia globale non può permettersi un Hormuz chiuso a tempo indeterminato: se il petrolio smette di fluire regolarmente, le scorte strategiche dell’Occidente diventeranno l’unico cuscinetto prima di una recessione da shock d’offerta.

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