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Global Minimum Tax 2026: cosa cambia davvero per le imprese italiane e perche’ non basta

Dal 1 gennaio 2026 e’ operativa la Global Minimum Tax. Cosa significa per le multinazionali, quali sono i limiti della riforma e perche’ la vera partita fiscale europea e’ appena iniziata

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Unione europea
Unione europea (© Depositphotos)

Dal 1 gennaio 2026 qualcosa è cambiato nel modo in cui il mondo tassa le grandi imprese. Non è un cambiamento spettacolare — non ci sono state prime pagine, non ci sono state piazze in subbuglio. Ma la Global Minimum Tax, il cosiddetto Pillar Two dell’accordo OCSE/G20, è entrata a pieno regime, e per la prima volta nella storia moderna esiste un pavimento minimo alla competizione fiscale tra Stati. E’ un passaggio storico — ma è anche, come spesso accade nelle riforme fiscali internazionali, un passaggio molto più limitato di quanto il nome lascerebbe intendere.

Come funziona la Global Minimum Tax

Il principio alla base della GMT è semplice da enunciare: tutte le multinazionali con ricavi consolidati superiori a 750 milioni di euro devono essere soggette a un’aliquota effettiva minima del 15% sui profitti, indipendentemente dal Paese in cui operano. Se una controllata di un gruppo multinazionale paga, grazie a un regime fiscale di favore, un’aliquota effettiva inferiore al 15%, lo Stato della casa madre (o un altro Stato secondo meccanismi a cascata previsti dalle regole) può applicare un’imposta integrativa per arrivare a quella soglia.

In Italia la misura coinvolge circa 19.000 entita’ di gruppi multinazionali presenti sul territorio nazionale e garantisce un gettito stimato tra 2 e 3 miliardi di euro l’anno. Sul piano degli adempimenti, il quadro normativo si e’ completato nel febbraio 2026 con l’approvazione del modello di dichiarazione annuale previsto dall’articolo 53 del Decreto Legislativo 209/2023 — il documento con cui le imprese italiane comunicano l’eventuale imposta integrativa dovuta a titolo di QDMTT, IIR o UTPR, i tre meccanismi attraverso cui la GMT viene operativamente applicata.

Le scadenze sono gia’ operative: per l’esercizio 2024 la dichiarazione e il versamento vanno completati entro il 30 giugno 2026, con un termine eccezionalmente ampio di 18 mesi concesso solo per il primo anno di applicazione. Dal periodo d’imposta 2025 si torna al regime ordinario, con termine di 15 mesi.

I cinque pilastri del restyling 2026

A inizio gennaio 2026 l’OCSE ha pubblicato un pacchetto di aggiornamenti che modifica in modo significativo l’applicazione pratica del Pillar Two. Il pacchetto si articola in cinque componenti chiave, pensati principalmente per ridurre l’onere di compliance — che si era rivelato enorme — sia per le multinazionali che per le amministrazioni fiscali.

Il primo blocco riguarda le misure di semplificazione, tra cui il cosiddetto Simplified ETR Safe Harbour, che permette in determinate condizioni di utilizzare calcoli semplificati dell’aliquota effettiva senza dover applicare l’intero apparato di rettifiche previsto dalle regole GloBE. Il secondo blocco introduce un Substance-Based Tax Incentive Safe Harbour, che rende piu’ neutrale — indipendentemente dalla forma giuridica — il trattamento degli incentivi fiscali legati alla sostanza economica reale dell’attivita’ d’impresa: dipendenti, asset tangibili, attivita’ produttiva concreta sul territorio.

Un elemento particolarmente interessante per le imprese italiane con presenza negli Stati Uniti riguarda l’aggiornamento del Registro Centrale OCSE: a gennaio 2026 gli Stati Uniti sono stati formalmente riconosciuti come giurisdizione idonea per un regime di Safe Harbour specifico. E’ un passo verso la risoluzione del nodo GILTI, il regime fiscale americano che fino a poco tempo fa rischiava di generare doppia imposizione per le controllate USA di gruppi italiani — un onere potenziale che le stime indicavano tra 400 e 600 milioni di euro complessivi.

Il vero limite della riforma: la soglia dei 750 milioni

Qui arriva il punto che la narrazione mediatica tende a sottovalutare. La Global Minimum Tax si applica esclusivamente a gruppi con ricavi consolidati superiori a 750 milioni di euro. E’ una soglia altissima — esclude per definizione la stragrande maggioranza delle imprese che operano a livello internazionale, incluse moltissime aziende di dimensioni rilevanti ma non abbastanza grandi da rientrare nel perimetro.

Questo significa che le strategie di pianificazione fiscale aggressiva — il profit shifting verso giurisdizioni a bassa fiscalita’, l’allocazione di intangibili e royalties in hub fiscalmente favorevoli, l’uso di holding in Lussemburgo, Irlanda o Paesi Bassi — restano perfettamente legali e accessibili per tutte le imprese sotto quella soglia. La GMT pone un argine ai colossi globali, ma lascia intatto un’enorme area grigia intermedia in cui operano gruppi industriali di dimensioni medio-grandi, spesso europei, spesso in concorrenza diretta con le imprese italiane di fascia alta.

Il rischio concreto, segnalato da più osservatori, è che l’effetto della riforma sia in parte quello di spostare ulteriormente verso il basso la pressione competitiva: i grandi gruppi sopra soglia si adeguano, quelli appena sotto soglia restano liberi di competere con strutture fiscali ottimizzate, mentre le PMI italiane — strutturalmente sopra al 40% di pressione fiscale reale secondo le stime di settore — continuano a competere su un terreno sostanzialmente impari.

Il gettito: numeri importanti ma non risolutivi

I 2-3 miliardi di euro annui di gettito stimato dalla GMT per l’Italia sono una cifra significativa in termini assoluti, ma vanno contestualizzati. Il debito pubblico italiano a fine 2025 ha superato i 2.950 miliardi di euro, pari a circa il 140% del PIL. Il gettito aggiuntivo dalla GMT rappresenta una frazione marginale di questo quadro — utile, ma lontano dall’essere risolutivo per la sostenibilita’ della finanza pubblica.

La domanda politica piu’ interessante riguarda l’uso di queste risorse. Il nuovo Codice degli incentivi, anch’esso in vigore dal 1 gennaio 2026, introduce un vincolo strutturale interessante: almeno il 60% delle risorse per incentivi dovra’ essere riservato alle PMI, e almeno il 25% alle micro e piccole imprese. E’ un segnale di attenzione verso le imprese di minori dimensioni, ma la sua efficacia dipendera’ dall’attuazione concreta nei prossimi anni.

Verso un’armonizzazione fiscale europea: la vera partita

La Global Minimum Tax e’ un accordo globale OCSE/G20, ma la sua applicazione pratica avviene Stato per Stato, con margini di discrezionalita’ significativi nei meccanismi di implementazione. Questo apre — o forse riapre — un dibattito che l’Europa conosce bene da decenni: quello sull’armonizzazione fiscale all’interno del mercato unico.

Il problema di fondo resta lo stesso che esisteva prima della GMT: all’interno dell’Unione Europea coesistono aliquote sulle societa’ che vanno dal 12,5% irlandese a oltre il 27% in altri Paesi membri, inclusa l’Italia. La GMT alza il pavimento minimo al 15% solo per i grandi gruppi sopra soglia — ma non tocca la competizione fiscale tra Stati membri europei per tutte le altre imprese, che resta intensa quanto prima.

Il dibattito su una fiscalita’ europea piu’ unitaria — non necessariamente un’aliquota unica, ma quantomeno una base imponibile comune e regole anti-dumping piu’ stringenti — e’ tornato centrale nel 2026, complice anche il contesto di tensioni commerciali internazionali che spinge l’Unione Europea a ripensare la propria coesione interna anche sul piano fiscale. Si tratta di un percorso che, come discusso in un’analisi approfondita sulla prospettiva di un’Europa fiscale unita pubblicata su menchic.it, oscilla storicamente tra utopia istituzionale e necessita’ economica sempre piu’ impellente.

Le resistenze restano fortissime — i Paesi che beneficiano di regimi fiscali favorevoli per attrarre investimenti e sedi di multinazionali non hanno alcun incentivo a rinunciare a quel vantaggio competitivo. Ma la combinazione di GMT, pressioni OCSE, necessita’ di finanziare debito pubblico crescente in tutta Europa e una opinione pubblica sempre piu’ sensibile al tema dell’equita’ fiscale tra grandi gruppi e PMI sta creando le condizioni per un’evoluzione — lenta, ma reale — verso un quadro fiscale europeo piu’ coordinato.

Cosa devono fare adesso le imprese italiane

Per le imprese italiane sopra la soglia dei 750 milioni di euro di ricavi consolidati, la priorita’ immediata e’ la compliance: assicurarsi che i sistemi di reporting siano in grado di produrre i dati richiesti dalla GloBE Information Return, verificare l’applicabilita’ dei Safe Harbour semplificati introdotti a gennaio 2026, e gestire correttamente le scadenze del 30 giugno 2026 per il primo periodo di transizione.

Per le imprese sotto soglia — la grande maggioranza del tessuto produttivo italiano — la GMT non comporta adempimenti diretti, ma cambia il contesto competitivo in cui operano. Capire come i propri concorrenti europei e internazionali si stanno adattando al nuovo quadro, e quali margini di pianificazione fiscale legittima restano disponibili nel perimetro sotto i 750 milioni, e’ diventato un elemento di competitività a tutti gli effetti — non solo un tema per gli uffici fiscali dei grandi gruppi.

Conclusioni: un primo passo, non un punto di arrivo

La Global Minimum Tax del 2026 è un cambiamento reale e storicamente significativo — il primo tentativo concreto e operativo di mettere un limite alla corsa al ribasso della fiscalità internazionale. Ma è anche, inevitabilmente, un compromesso: una soglia alta che lascia fuori la maggioranza delle imprese, un’aliquota minima che resta ben sotto i livelli di tassazione effettiva delle PMI europee, e un’applicazione che rimane frammentata tra giurisdizioni nazionali.

La direzione è segnata. La domanda per i prossimi anni non è se la fiscalità internazionale continuerà a evolversi verso maggiore coordinamento — lo farà — ma quanto velocemente, e se l’Europa saprà usare questo momento per affrontare finalmente il nodo dell’armonizzazione fiscale interna, oppure se continuerà a rincorrere accordi globali lasciando irrisolte le proprie contraddizioni interne.

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