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La grande corsa al rame: gli USA svuotano le scorte mondiali e rischiano di paralizzare l’industria globale
Gli USA accumulano riserve record di rame per paura dei dazi, prosciugando i magazzini mondiali: la Cina ha scorte per meno di una settimana e i costi industriali schizzano alle stelle.

Gli Stati Uniti stanno inghiottendo quantità record di rame metallico, prosciugando le riserve del resto del pianeta. In un momento in cui l’industria mondiale ha una fame disperata di metalli per la transizione energetica, Washington accumula scorte ben oltre il proprio fabbisogno reale. Il risultato è un mercato globale in forte tensione, dove la Cina rischia di restare a secco in meno di una settimana.
Come sottolinea KPLER, a luglio le importazioni americane di catodi di rame hanno toccato la cifra record di oltre 215.000 tonnellate. Si tratta di un volume tre volte superiore alle 70.000 tonnellate mensili necessarie per coprire la domanda interna degli Stati Uniti.
Perché questo accaparramento? La spiegazione sta nella speculazione sui dazi commerciali. Gli operatori temono l’introduzione di nuove tariffe sui metalli raffinati a partire dal 2027 e sfruttano la differenza di prezzo tra la borsa di New York (CME) e quella di Londra (LME). In pratica, conviene comprare rame ovunque e spedirlo nei magazzini americani prima che scattino i dazi.
Mentre negli USA i magazzini strabordano con oltre 800.000 tonnellate di rame (pari a circa cinque mesi di consumi), il resto del mondo guarda il fondo del barile.
Ecco la situazione attuale delle scorte registrate:
| Borsa / Paese | Scorte registrate | Copertura stimata |
| Stati Uniti (CME) | Oltre 800.000 tonnellate | Circa 5 mesi di consumi |
| Cina (SHFE) | 110.000 tonnellate | Meno di 1 settimana |
| Resto del mondo (LME) | 152.000 tonnellate | Pochissimi giorni |
In Cina la situazione è complessa. La borsa di Shanghai ha scorte sufficienti per meno di sette giorni di produzione industriale. Anche il rame in arrivo dalla Repubblica Democratica del Congo, principale fornitore mondiale via mare, viene ora dirottato verso le coste americane, attratto dai prezzi più alti.
A complicare il quadro si aggiunge un serio problema produttivo. L’estrazione del rame richiede grandi quantità di acido solforico. Le recenti tensioni nello Stretto di Hormuz hanno bloccato i flussi di zolfo, riducendo le forniture per i produttori del Congo e del Cile. Inoltre, le raffinerie si trovano in grande difficoltà. I ricavi per la lavorazione del rame grezzo sono crollati a zero, segno che la materia prima scarseggia sul mercato aperto e le fonderie lavorano a margine zero pur di non chiudere, ma che la domanda di prodotto lavorato non sta per nulla decollando.
Le conseguenze pratiche per l’economia reale sono già visibili. Con un prezzo del rame stabilmente sopra i 13.000 dollari per tonnellata, le aziende industriali europee ed asiatiche affrontano costi di produzione molto più alti. I settori più colpiti sono l’elettronica, la produzione di auto elettriche e la costruzione di reti elettriche.
Se Washington non chiarirà presto la propria politica doganale, il rame accumulato nei magazzini americani rimarrà bloccato, lasciando la filiera industriale globale a corto di materia prima e spingendo in alto i costi della transizione energetica. Nello stesso tempo questa enrome quantità di rame negli USA, superiore alla domanda, costituisce un peso finanziario forte per chi sta speculando, e un aumento dei tassi rischia di creare delle crepe a questo sistema.








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