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Gasdotto Power of Siberia 2: la Cina frena e Putin torna a mani vuote. Perché a Pechino comandano gli affari

Grandi sorrisi ma nessun contratto per il nuovo gasdotto russo-cinese. Pechino non vuole dipendere da Mosca e guarda agli USA. L’analisi economica: perché a Putin conviene chiudere la guerra in Ucraina.

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Le visite di Stato sono spesso fatte di grandi sorrisi, strette di mano a favore di telecamera e dichiarazioni di amicizia “senza limiti”. Ma quando si spengono i riflettori e si aprono i dossier economici, la retorica lascia il posto alla dura realtà dei numeri. È esattamente quello che è successo durante il recente vertice a Pechino tra Vladimir Putin e Xi Jinping.

Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitry Peskov, si è affrettato a parlare di una “comprensione di base” raggiunta sul tracciato del nuovo, mastodontico gasdotto Power of Siberia 2. Tuttavia, la stampa vicina a Pechino – in primis il South China Morning Post – ha dipinto un quadro ben diverso: il presidente russo è ripartito senza alcun accordo concreto in tasca. Nessuna tempistica chiara, nessun contratto firmato, solo generici “dettagli da sistemare”.

Power of Siberia 2

I numeri del disallineamento

Il progetto del Power of Siberia 2 è vitale per Mosca. Parliamo di un’infrastruttura da 2.600 chilometri, capace di trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla penisola di Yamal, passando per la Mongolia, fino al mercato cinese. Il punto cruciale è l’origine di questo gas: si tratta degli stessi giacimenti che, fino al 2022, alimentavano la ricca e assetata Europa. Con le esportazioni verso ovest crollate a causa del conflitto ucraino, la Russia ha un disperato bisogno di un nuovo acquirente strutturale.

La Cina, però, non ha alcuna fretta. Pechino sta gestendo la situazione con la freddezza tipica di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico. Le ragioni di questo temporeggiamento sono squisitamente strategiche ed economiche:

  • Indipendenza energetica: La Cina non vuole dipendere da un singolo fornitore. Sostituire la dipendenza dal gas liquido occidentale o mediorientale con una totale sottomissione al tubo siberiano non è nei piani del Partito. In questo momento i termina GNL cinesi sono utilizzati solo a un terzo, proprio per tenere delle fonti alternative attivabili a richiesta.
  • Potere negoziale (Pricing): Sapendo che Mosca non ha alternative immediate, Pechino tira sul prezzo, puntando a tariffe estremamente scontate che ridurrebbero i margini di Gazprom al lumicino.
  • Il fattore americano: Come sottolineano gli analisti asiatici, Pechino ha appena ospitato il presidente statunitense Donald Trump, per poi accogliere Putin. La Cina si sta posizionando come vertice forte del triangolo geopolitico. Per Xi Jinping, gli Stati Uniti restano il partner (e il competitor) principale. La Russia, a conti fatti, è considerata un partner secondario, utile ma non indispensabile.

La lezione (economica) per Mosca

L’asimmetria del rapporto sino-russo è ormai evidente. Mosca, sempre più dipendente economicamente dal Dragone dal 2022, si trova a mendicare un accordo infrastrutturale, mentre Pechino detta i tempi.

Tutto questo dovrebbe portare a una riflessione pragmatica dalle parti del Cremlino. L’interesse nazionale russo non risiede nel diventare un fornitore di materie prime a basso costo per l’industria cinese, subendone i diktat. Dal punto di vista prettamente economico, la mossa più razionale per Putin sarebbe quella di chiudere al più presto la parentesi ucraina. Normalizzare i rapporti con gli Stati Uniti – un interlocutore storicamente pragmatico sul piano degli affari – e tentare un graduale disgelo con l’Europa, permetterebbe a Mosca di uscire dall’angolo. Solo ripristinando una pluralità di acquirenti la Russia potrà ritrovare quel potere contrattuale che oggi, nei salotti di Pechino, sembra aver completamente smarrito.

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