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Fuori Bannon. Così Amazon, Google e Facebook non temono più l’Antitrust di Marcello Bussi

L’uscita di scena di Steve Bannon cambia radicalmente gli equilibri interni della Casa Bianca. Ormai le redini sono nelle mani del capo dello staff, John Kelly. Bisognerà vedere se il generale dei marine in pensione riuscirà a tenere a bada le intemperanze di Donald Trump.

Di certo anche nei prossimi mesi quello che succede alla Casa Bianca avrà sui mercati un impatto molto più forte di fattori tradizionali come il rialzo dei tassi della Federal Reserve, l’inizio del tapering della Bce o il calo degli utili aziendali.

Qualcuno sarà sorpreso, ma la politica, che a Wall Street e dintorni pensavano di avere relegato in un angolo, si sta prendendo la rivincita, conta ancora. In fondo non sono così lontani i tempi in cui, era il 2013, il presidente della Bce, Mario Draghi, si vantava che ormai l’Italia fosse avviata sul cammino delle riforme indipendentemente dai risultati delle elezioni perché era stato inserito «il pilota automatico». Ebbene, il pilota automatico è stato disattivato. E proprio a Washington, nel centro della politica globale, non nella periferia europea.

Giovedì 17 agosto si è avuto un primo segnale di quello che potrebbe accadere: Wall Street parte al ribasso sulle voci di dimissioni di Gary Cohn, capo dei consiglieri economici del presidente degli Stati Uniti. Se fosse vero sarebbe il segnale del completo isolamento di Trump dal mondo del business. Cohn è stato presidente di Goldman Sachs, è considerato il più papabile candidato alla successione di Janet Yellen alla guida della Federal Reserve e molti pensano che solo lui abbia la capacità di concretizzare la riforma fiscale promessa dal capo della Casa Bianca.

Le dimissioni sono state smentite, ma il clima a Wall Street non è migliorato perché non è stato negato il disagio dell’ebreo Cohn per le dichiarazioni di Trump, che ha condannato allo stesso modo i radicali di sinistra e i suprematisti bianchi per i sanguinosi scontri di Charlottesville. Insomma, Cohn è ancora al suo posto e probabilmente ci resterà ancora a lungo dopo le dimissioni di Bannon.

Non a caso, non appena venerdì 18 è uscita quest’ultima notizia, gli indici di Wall Street sono saliti. Difficile prevedere se questa mossa potrà davvero riparare i danni provocati dalle lettere ai dipendenti in cui il numero uno di Apple, Tim Cook, e il ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, hanno preso le distanze da Trump. Sono destinate a pesare. Anche James Murdoch, figlio di Rupert e amministratore delegato di 21st Century Fox, ha scritto una lettera (in questo caso agli amici, non ai dipendenti) per esprimere il suo disappunto per la reazione di Trump ai fatti di Charlottesville e annunciare di avere donato 1 milione di dollari alla Anti-Defamation League, proprio come ha fatto Cook, perché «è essenziale contrastare i nazisti».

All’inizio del mese James e suo fratello Lachlan, ad di Fox News, avevano dichiarato che è arrivato il momento di rendere diversa la rete televisiva, finora l’unica a sostenere in modo inequivocabile Trump.

Una frattura simile fra il mondo del big business e la Casa Bianca non si vedeva dai tempi di John Fitzgerald Kennedy, di cui si ricordano i contrasti con l’industria siderurgica e petrolifera. Bannon potrebbe essere stato sacrificato per cercare di allentare la tensione fra Trump e i massimi esponenti del big business. Perché l’ex capo delle strategie della Casa Bianca è stato il primo a chiedere per Google e Facebook una regolamentazione come quella riservata ai servizi di pubblica utilità.

Come diceva Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Sarà un caso, ma da quando il magnate newyorkese è entrato alla Casa Bianca si è cominciato a parlare di Antitrust (lo sta facendo da tempo anche la senatrice democratica Elizabeth Warren, ma lei sta all’opposizione e per il momento non preoccupa più di tanto). Antitrust inventato agli inizi del ‘900 da Teddy Roosevelt, presidente repubblicano, e poi depotenziato a partire dagli anni ‘80 in omaggio alla libertà di mercato.

Come ha sottolineato qualche giorno fa il sito Axios, «la visione ampiamente romantica che gli americani hanno dei loro giganti tecnologici si sta trasformando bruscamente in un severo esame». La lunga luna di miele con Facebook, Apple, Amazon e Google sembra finita. I motivi sono vari, ma la Warren li ha riassunti bene: «Oggi in America la competizione sta morendo. I processi di consolidamento e di concentrazione sono in aumento settore dopo settore. La concentrazione minaccia i nostri mercati, la nostra economia e la nostra democrazia». In effetti sembra che ormai siano Facebook e Google a decidere chi abbia il diritto di esprimere pubblicamente la propria opinione. E comunque hanno gli strumenti per escludere dal mondo virtuale chiunque non sia di loro gradimento.

Come ha dichiarato a Fox News il noto opinionista conservatore Tucker Carlson, «poiché Google ha il potere di censurare internet, dovrebbe essere regolamentato come servizio di pubblica utilità per assicurarsi che non distorca ulteriormente il libero flusso delle informazioni». Molti cittadini, poi, cominciano a sospettare di non essere semplicemente clienti dei servizi offerti da queste società, bensì dei veri e propri prodotti, visto che il vero core business sono i loro dati personali.

Tutte queste società tecnologiche, inoltre, puntano sempre di più (in fondo è nella loro natura) sui robot, sull’automazione e sull’intelligenza artificiale, che distruggono posti di lavoro. E questo aumenta la diffidenza dei cittadini nei loro confronti. A tale proposito mercoledì 16, un tweet di Trump ha fatto perdere ad Amazon 5,7 miliardi di dollari di capitalizzazione in pochissimo tempo. «Amazon sta facendo un grande danno ai rivenditori al dettaglio che pagano le tasse. Paesi, città e stati di tutti gli Stati Uniti sono stati danneggiati, molti posti di lavoro sono stati persi!», ha twittato il capo della Casa Bianca. Il titolo ha ben presto recuperato le perdite. Ma non è certo finita qua. Il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, usa il Washington Post, di cui è proprietario a titolo personale, come una clava contro Trump. Se fossimo in Italia, Bezos verrebbe accusato di sfruttare il giornale per difendere i suoi interessi.

Dal punto di vista strettamente legale negli Stati Uniti possono finire sotto l’attenzione dell’Antitrust solo le società che detengono una quota di mercato superiore al 50%. Ma Google attira il 78% delle spese pubblicitarie sui motori di ricerca, mentre Google e Facebook controllano insieme il 56% del mercato pubblicitario sul mobile: Apple ha una quota di mercato del 60% delle vendite globali di smartphone di fascia alta. Invece solo il 30% delle vendite online avviene su Amazon. A parte il primo caso, si tratta di percentuali troppo basse per muovere l’Antitrust.

Ecco perché il dibattito si sta focalizzando sul fatto che queste posizioni dominanti comunque hanno l’effetto di indebolire gli investimenti del settore privato, aumentare le diseguaglianze salariali e ridurre il numero delle startup. La questione è apertissima. La rimozione di Bannon è stata accolta da un balzo all’insù di Wall Street. I Faang possono tornare ad agire indisturbati. Ma ormai il dibattito sul loro strapotere è iniziato e non finirà con l’uscita di scena dell’ex capo delle strategie della Casa Bianca.

Marcello Bussi, MF 23 agosto 2017

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