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Economia

Fitch porta il Pil italiano all’1%: un altro riconoscimento alla linea Meloni-Giorgetti

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Non sarà un miracolo economico e nessuno, a partire dal ministro Giancarlo Giorgetti, ha interesse a presentarlo come tale. Ma quando le revisioni al rialzo cominciano a sommarsi, diventa difficile continuare ad attribuire tutto alla fortuna o a qualche favorevole coincidenza statistica.

Fitch ha portato la previsione di crescita dell’Italia per il 2026 dallo 0,6 all’1%, con un incremento di quattro decimali. È una delle revisioni più consistenti contenute nel Global Economic Outlook di settembre. L’agenzia ha migliorato anche la stima dell’Eurozona, dallo 0,9 all’1%, riconoscendo che l’economia si è dimostrata «più resiliente del previsto» davanti allo shock energetico e all’instabilità internazionale.

Per l’Italia il dato ha un significato particolare. Il nuovo 1% indicato da Fitch non è soltanto più alto della precedente previsione: coincide con la soglia che Giorgetti aveva indicato all’inizio di settembre, quando al Forum di Cernobbio aveva spiegato che la crescita acquisita era già dello 0,8% e che il risultato finale avrebbe potuto avvicinarsi all’1%.

Allora qualcuno aveva interpretato quelle parole come un esercizio di ottimismo governativo. Poche settimane più tardi, invece, sono prima l’Ocse e poi Fitch a muoversi nella stessa direzione.

L’Ocse ha alzato la previsione italiana per il 2026 dallo 0,5 allo 0,9%, lasciando allo 0,6% quella per il 2027. Anche in questo caso la revisione è stata di quattro decimali, esattamente come quella di Fitch. Il quadro riepilogativo pubblicato dall’Istat mostra quanto rapidamente siano migliorate le valutazioni: il Fondo monetario, a luglio, indicava ancora lo 0,5%; l’Ocse, a settembre, è salito allo 0,9%; Fitch arriva ora all’1%.

Non siamo davanti a una crescita spettacolare. Siamo però davanti a un’economia che, nonostante due guerre, l’aumento dei costi energetici, la debolezza del commercio mondiale e le difficoltà dell’industria europea, continua a smentire le previsioni più pessimistiche.

Il metodo Giorgetti

Il riconoscimento va innanzitutto alla linea prudente tenuta dal ministro dell’Economia. Giorgetti ha evitato manovre costruite sul deficit, ha mantenuto sotto controllo la crescita della spesa e ha cercato di proteggere la credibilità finanziaria dell’Italia anche quando una parte della maggioranza chiedeva interventi più costosi.

Questa prudenza non ha prodotto soltanto una migliore percezione sui mercati. Fitch ha recentemente confermato per l’Italia il rating BBB+ con prospettive stabili, riconoscendo la resilienza dell’economia e la maggiore stabilità politica, pur continuando a indicare nell’elevato debito pubblico il principale elemento di vulnerabilità.

La nuova previsione sul Pil completa quel giudizio. I conti pubblici non sono stati messi in sicurezza soffocando completamente l’economia. Al contrario, il Paese è riuscito a mantenere un ritmo di crescita superiore alle attese mentre proseguiva il risanamento.

Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto esclusivamente al rigore del ministro dell’Economia. Il risultato riguarda anche la politica economica complessiva del governo Meloni: attuazione del Pnrr, sostegno agli investimenti, incentivi alle assunzioni, riduzione del cuneo contributivo e stabilità dell’esecutivo.

La stabilità politica non entra direttamente nei calcoli del Pil, ma incide sulle decisioni delle imprese, sul costo del finanziamento del debito e sulla fiducia degli investitori. In un’Europa nella quale Francia e Germania attraversano difficoltà economiche e politiche profonde, l’Italia non viene più osservata come l’anello debole permanente.

Le previsioni Ocse di giugno collocavano sia la Francia sia la Germania allo 0,7% nel 2026, contro lo 0,5% allora attribuito all’Italia. Con le revisioni di settembre, l’Italia è salita prima allo 0,9% per l’Ocse e poi all’1% per Fitch. I confronti tra istituti e aggiornamenti diversi richiedono prudenza, ma il cambiamento di direzione è evidente: Roma recupera terreno mentre le altre grandi economie manifatturiere europee continuano a faticare.

Quel decimale dell’Istat

Rimane, inevitabilmente, un pizzico di amarezza per il dato diffuso dall’Istat sul deficit del 2025. L’Istituto ha confermato il rapporto tra disavanzo e Pil al 3,1%, in discesa rispetto al 3,4% del 2024 ma appena un decimale sopra la soglia europea.

Non è una valutazione politica né una previsione: è un dato di contabilità nazionale calcolato secondo le regole europee. L’Istat aveva già rivisto il disavanzo nominale di circa 905 milioni, grazie alle informazioni definitive su Superbonus, Transizione 5.0 e spese Pnrr, ma la correzione non è bastata a modificare il rapporto arrotondato al 3,1%. Nel frattempo il saldo primario è migliorato fino allo 0,8% del Pil.

Quel decimale ha impedito all’Italia di ottenere già nell’autunno 2026 la chiusura anticipata della procedura per deficit eccessivo. Se il dato fosse sceso sotto il 3%, Roma avrebbe potuto chiedere a Bruxelles di certificare con un anno di anticipo il ritorno nei parametri.

La crescita più forte indicata da Fitch non modifica automaticamente il deficit del 2025. Le serie storiche possono essere riviste, ma non sarebbe corretto considerare già acquisita una futura correzione. Il nuovo scenario rende però più credibile un rapporto deficit-Pil sotto il 3% nel 2026: un Pil nominale più robusto amplia il denominatore, sostiene le entrate e facilita il raggiungimento degli obiettivi, purché la spesa rimanga sotto controllo.

Il calendario europeo, del resto, prevede che l’Italia corregga il deficit eccessivo entro il 2026. La chiusura formale della procedura potrà quindi avvenire dopo la verifica dei risultati, verosimilmente nel 2027. La vera occasione mancata dal 3,1% dell’Istat non è stata dunque l’uscita nel 2027, che resta lo scenario ordinario, ma la possibilità di anticiparla al 2026.

La risposta ai profeti del declino

È questa la lettura politica della nuova previsione di Fitch. Il governo Meloni non ha risolto tutti i problemi strutturali italiani: il debito resta elevato, la produttività è debole e la crescita potenziale deve ancora aumentare. Ma ha evitato che una situazione internazionale complicatissima si trasformasse in una nuova crisi italiana.

Ha mantenuto la barra sui conti, ha dato continuità agli investimenti e ha garantito una stabilità che oggi manca a molti partner europei. Il risultato è che le previsioni costruite all’inizio dell’anno vengono progressivamente corrette verso l’alto.

Prima l’Ocse con lo 0,9%, ora Fitch con l’1%. Nel mezzo, la conferma del rating BBB+ e un deficit sceso dal 3,4 al 3,1%. Non è propaganda e non è ancora una vittoria definitiva. È però un insieme coerente di segnali che premia la prudenza di Giorgetti e la politica economica del governo.

Per mesi si è spiegato che l’Italia sarebbe stata la prima vittima della crisi energetica e del rallentamento europeo. Alla fine del 2026, invece, è proprio l’Italia a sorprendere positivamente gli osservatori internazionali. E mentre Francia e Germania cercano ancora una via d’uscita dalle rispettive difficoltà, Roma può cominciare a rivendicare un fatto semplice: la barca non si è limitata a galleggiare. Sta navigando meglio di quanto quasi tutti avessero previsto.

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