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IL FISCO NEMICO DEI POVERI

Premessa (dal “Corriere” del 9.2.’15)

Un quarto dei redditi degli italiani è sotto i 10mila euro, mentre meno di 3 su 100 sforano i 70 mila. Dati dell’Istat alla mano, nel 2012 «oltre la metà dei redditi lordi individuali (54%)» è tra 10.001 e 30.000 euro annui, il 25,8% è sotto i 10.001 e il 17,6% è tra 30.001 e 70.000. Solo il 2,4% supera i 70.000 euro». È quanto si legge nell’indagine Istat «Reddito e condizioni di vita».

In Italia il costo medio del lavoro dipendente, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, è di 30.953 euro all’anno. Il lavoratore, sotto forma di retribuzione netta, ne percepisce poco più della metà (il 53,3%), ovvero 16.498 euro. Lo rileva l’Istat, diffondendo gli ultimi dati disponibili, relativi al 2012.

 

IL FISCO NEMICO DEI POVERI

Ovunque ci sia uno Stato, il fisco è necessario. Immaginiamo dunque che esso abbia natura contrattualistica. I cittadini si rendono conto che la vita della società sarà migliore se si mettono in comune alcune risorse e dunque s’impegnano a versare dei (con)tributi volontari che uno di loro, il signor Stato, si occuperà di utilizzare a vantaggio di tutti. Va notato, a questo riguardo, che non è superata la classica obiezione secondo la quale, anche ammettendo che in origine il patto sia stato liberamente consentito, il singolo può sempre dire che lui personalmente, nascendo, ha trovato già tutto stabilito e nessuno gli ha chiesto il suo parere. Sicché ben difficilmente gli si può richiedere di rispettare un patto che non ha sottoscritto. Ma lasciamo da parte questo ostacolo. La teoria contrattualistica serve ad ipotizzare il fisco come un’istituzione liberamente accettata dagli interessati.

Nel teorico patto istitutivo bisogna stabilire quali dovranno essere i servizi comuni e su questa determinazione, lungi dall’esserci unanimità, influiscono parecchi dati. I ricchi, ma anche i singoli abili e prudenti, sono in grado di cavarsela da soli in moltissimi casi, e avranno dunque tendenza a chiedere di pagare poco, anche a costo di avere pochi servizi. I poveri e le persone poco abili invece ne richiederanno moltissimi, anche perché hanno sempre l’illusione che “pagheranno gli altri”. Va qui precisato che i “ricchi” sono invariabilmente “quelli che guadagnano più di colui che deve definirli”. Se lui guadagna cento, sono ricchi quelli che guadagnano centocinquanta. Se lui guadagna duecento, i ricchi cominciano ad essere tali a partire da un reddito di quattrocento. E comunque le imprese sono iscritte di diritto fra i ricchi.

Una caratteristica dei servizi comuni è il problema del loro costo. Chi amministra fondi non propri nell’interesse altrui, spende invariabilmente di più di chi usa denaro proprio nell’interesse proprio. I cittadini che versano cento allo Stato non ottengono mai servizi corrispondenti a cento: in primo luogo perché i funzionari sono poco efficienti e poi perché l’Amministrazione ha un costo.

Nel fisco vi è anche una componente politica. In democrazia comandano i più, e dal momento che i meno abbienti sono più numerosi dei ricchi, la tendenza sarà a stabilire maggiori costi per i ricchi che per i poveri, e maggiori servizi per i poveri che per i ricchi. Questo fattore col tempo ha fatto valanga. Già naturalmente con la tassazione indiretta i ricchi pagano di più, perché consumano di più, ma la nostra Costituzione si è preoccupata di stabilire che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Per capirci (i numeri sono di fantasia, ma fino ad un certo punto) non il 10% di qualunque somma si guadagni ma il 10% di 100 (10), il 20% di 200 (40) e il 50% di 1.000 (500). Questo sistema, anche a reputarlo opportuno e perfino morale, ha una giustificazione stupefacente dopo la Rivoluzione Francese. Nell’Occidente laico fare beneficenza dovrebbe essere soltanto un imperativo religioso, non un obbligo di legge che si impone anche ai non credenti. E invece anche i comunisti di sempre attribuiscono ai “ricchi” questo dovere nel modo più acre e severo. Si dimentica ogni principio d’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, e dunque dinanzi al fisco, si reputa che i “ricchi” siano dei reprobi se, invece di svenarsi entusiasticamente, cercano di tenersi il proprio, anche legittimamente acquisito, per esempio con l’elusione fiscale, che non è(ra?) reato.

Il fisco non ha soltanto nemici. Moltissimi mascherano la loro invidia considerando illecitamente acquisita qualunque ricchezza e dunque sono a favore di un’alta tassazione dei benestanti. Pensano di punire dei disonesti e di favorire sé stessi, ma sbagliano pesantemente. Se si scoraggia l’arricchimento, si scoraggia il progresso economico del Paese e si perdono posti di lavoro. Quando hanno enormemente aumentato la tassa per i posti barca, i ricchi hanno portato i loro yacht all’estero, e nei nostri porti è aumentata la disoccupazione. Anche i prodotti di lusso sono fabbricati da operai.

Ma la ragione più importante, per contrastare il fisco, è che se si permette allo Stato di essere avido, inevitabilmente abbatterà la sua scure anche sui più svantaggiati. Di fatto, mentre tutta la retorica è contro i ricchi e a favore dei poveri,  lo Stato guadagna di più se tassa i poveri, perché sono più numerosi. Infatti uno dei beni più tassati è quella benzina che tutti – anche i più poveri – sono costretti a comprare. E comunque il dipendente riceve solo il 53% di ciò che il datore di lavoro paga per il suo lavoro. E questa è una delle cause della disoccupazione.

Quando esagera, il fisco è il massimo freno alla prosperità della nazione, e dunque il massimo nemico dei poveri.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

10 gennaio 2015

 

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