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FINANCIAL TIMES: ABBIAMO BISOGNO DI UNA POLITICA FISCALE “’70 STYLE”

 

 

 

Un interessante articolo del Financial Times ci permette di viaggiare nel tempo, tornando agli anni 70 ed a quando i governi compivano politiche fiscali attive.

La politica monetaria sta fallendo: stiamo vivendo una fase in cui anche le politiche basate su un uso spregiudicato dei tassi si intéressé e della base monetaria non riescono più a guidare, incentivare e correggere la crescita economica. I tassi a breve sono vicini allo zero nell’area euro ed in Giappone e la FED non è riuscita a superare il 2,5% prima di dover scendere allo 1,75%. I tassi dei titoli decennali non mostrano una situazione migliore con Il Francia Germania e Giappone negativi, Regno Unito e Spagna sotto l’1% ed Italia e USA sotto il 2%. Questo mette in luce come le economie occidentali si trovino ad essere completamente i preparate a fronte di una eventuale vera crisi economica: ad esempio negli USA la FED ha reagito con riduzioni dei tassi di 4-5 punti percentuali agli eventi traumatici, ma questo, applicato ora, vorrebbe dire portare i tassi ad un livello negativo del 3%, qualcosa di impensaoin una economia sana. Che fare allora? Non resterebbe che ripartire con la politica fiscale.

Le politiche fiscali keynesiane, spesso un po’ ingenue, furono messe da parte negli anni ’70 sotto la spinta dei monetaristi alla Milton Friedman, che vedevano in una monetizzazione delle politiche fiscali eccessive la causa dell’ inflazione e che quindi si concentravano sul controllo dell’inflazione tramite lo strumento monetario. Questa politica è proseguita ben oltre gli anni inflazionistici, anzi confermandosi prevalente e regnante proprio quando il fenomeno infatti o appariva sotto controllo, ma ora appare mostrare tutte le sue enormi limitazioni. Senza politica fiscale la politica monetaria non solo non è efficace, ma distrugge il risparmio e l’accumulazione di capitali tramite da un lato gli interessi zero o negativi, dall’altro il susseguirsi di un insieme di bolle speculative.

Se perfino Paolo Gentiloni, da commissario europeo, si è reso conto che le regole fiscali comunitarie, estremamente restrittive sui deficit e lasche sui surplus, non funzionano vuol dire che il fenomeno è ampio ed evidente. Si riproporrebbe quindi la necessità di di una politica fiscale attiva, sotto forma nel medio termine di sgravi fiscali  o IVA, avendo l’obiettivo di un equilibrio di lungo periodo, ma di un’azione di stabilizzazione nel breve. Un scontro strumento dovrebbero essere gli investimenti, soprattutto quando si parla dello sviluppo di fonti energetiche meno impattante dal punto di vista ambientale e di una transizione “Verde”. Dati i tassi bassissimi o negativi il finanziamento non dovrebbe porre quei rischi di rifiuto dei titoli pubblici che poneva negli anni 70-80 e qui si ferma l’articolo

Io aggiungerei che pure una limitata e controllata monetizzazione del deficit, soprattutto nella parte relativa agli investimenti e quindi allo sviluppo di lungo periodo, non dovrebbe essere scartata a priori. La gestione del debito oculata da parte della Banca Centrale faciliterebbe il controllo del costo dello stesso, anzi potrebbe guidare gli investimenti privati ed il risparmio verso il settore industriale, a scapito di investimenti speculativi, di orizzonte eccessivamente lungo o di qualità dubbia.

 

 

 


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