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Fame di petrolio: l’Occidente torna a bussare a Caracas. Chevron ed Eni firmano per estrarre milioni di barili
Miliardi di investimenti per scongiurare la carestia di carburante: Chevron ed Eni blindano gli accordi a Caracas per raddoppiare l’estrazione di greggio.

Il collasso produttivo e il rischio di restare a corto di carburante non fanno sconti alla geopolitica: quando i mercati pretendono greggio, i veti ideologici finiscono in soffitta. A Caracas si è consumata una svolta clamorosa, con le grandi multinazionali occidentali che tornano a blindare accordi miliardari per riaprire i rubinetti del Paese che siede sulle riserve petrolifere più imponenti del pianeta.
Mercoledì, nei saloni del palazzo presidenziale di Miraflores, la statunitense Chevron e l’italiana Eni hanno stretto la mano ai vertici di PDVSA, la compagnia di Stato venezuelana. L’obiettivo è riattivare impianti fermi da anni per tentare una risalita produttiva ormai indispensabile.
A spazzare via il fumo dei formalismi ci ha pensato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, con una battuta fulminea: «Non ci serve firmare pezzi di carta, ci servono barili», affermazione quanto mai realistica ora con il petrolio del Medio Oriente in crisi. Una frase che fotografa la situazione: le industrie europee e americane hanno fame di materia prima tangibile, non di burocrazia.
La situazione di partenza è disastrosa. Alla fine degli anni Novanta il Venezuela estraeva oltre 3 milioni di barili al giorno; oggi fatica a toccare quota 1,25 milioni. Un tracollo dovuto a fattori precisi:
- Le nazionalizzazioni a tappeto del 2007 volute da Hugo Chávez;
- Anni di gestione dissennata e assenza totale di manutenzione ordinaria;
- Il peso soffocante delle sanzioni economiche internazionali.
Per invertire la rotta, Caracas ha varato a inizio anno una riforma petrolifera per attirare capitale estero. Le risposte delle imprese non si sono fatte attendere:
| Compagnia | Impegno operativo | Obiettivo produttivo dichiarato |
| Chevron (USA) | Oltre 7 miliardi di dollari di spesa | Raddoppiare a 600.000 barili/giorno entro 5 anni |
| Eni (Italia) | Allargamento al blocco Junín 5 | Sviluppo del greggio nell’Orinoco |
| Fornitori di servizi (GE Vernova, Aspect) | Ripristino turbine e pozzi | Rimettere in sesto la rete elettrica industriale |
Per Eni la mossa conferma una strategia di lungo corso. La società italiana non ha mai abbandonato del tutto il Venezuela, mantenendo un presidio anche nei momenti più bui della crisi interna. Questo radicamento storico permette oggi a Roma di muoversi prima e meglio di chi era scappato frettolosamente.
Sul piano economico pratico, gli effetti sono evidenti. Da un lato, un piano di investimenti da svariati miliardi immette liquidità reale, crea occupazione locale e riavvia la domanda interna per l’indotto meccanico ed elettrico venezuelano. Dall’altro, se questi barili arriveranno sul mercato internazionale, aiuteranno a raffreddare i prezzi dei carburanti, riducendo l’inflazione energetica importata dai Paesi consumatori.
Naturalmente, il percorso non sarà una passeggiata. La rete elettrica locale collassa frequentemente, gli oleodotti necessitano di bonifiche radicali e il greggio dell’Orinoco richiede enormi quantità di diluenti chimici per poter scorrere nelle condotte. Tuttavia, la direzione di marcia è tracciata. Di fronte all’incubo di una carestia energetica, anche le sanzioni più rigide cedono il passo: l’economia reale, prima o poi, costringe tutti a fare i conti con la realtà dei fatti.







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