EconomiaEnergia
Ex Ilva, l’ultima chiamata per Taranto: il governo cerca una via tra lavoro, salute e acciaio green

Il caso dell’ex Ilva è certamente una delle priorità di Palazzo Chigi, da qui alla fine della legislatura. Ma dopo la decisione della corte di Appello di Milano, che chiede chiusura area a a caldo, certamente le cose si sono ulteriormente complicate. Non esiste un solo colpevole per il disastro dell’ex Ilva. Esiste piuttosto una lunga catena di responsabilità, omissioni, rinvii e strategie industriali incompiute che, governo dopo governo, hanno trasformato la più grande acciaieria italiana in un gigantesco conflitto tra diritto al lavoro, tutela della salute, ambiente e interesse nazionale.
L’incontro del 16 settembre a Palazzo Chigi tra il governo e le organizzazioni sindacali ha confermato quanto la situazione sia diventata intricata. Nel corso della riunione è arrivata la notizia che la Cassazione ha fissato per il 20 ottobre l’udienza sul ricorso straordinario contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che dispone la chiusura e la bonifica dell’area a caldo.
Il governo ha quindi aggiornato il confronto con i sindacati alla settimana successiva e rinviato il decreto con gli strumenti straordinari di tutela dei lavoratori, in attesa di un quadro giudiziario più chiaro. Nel frattempo, Palazzo Chigi ha annunciato un’interlocuzione con le imprese dell’indotto affinché non procedano ai licenziamenti. Il 18 settembre è inoltre previsto un tavolo tecnico al ministero del Lavoro sugli ammortizzatori destinati ai dipendenti diretti e dell’indotto.
La strategia illustrata dal sottosegretario Alfredo Mantovano poggia su quattro punti: transizione verso forni elettrici alimentati con preridotto, il cosiddetto Dri; prosecuzione della gara per individuare nuovi investitori; tutela dei lavoratori attraverso una cassa integrazione che non equivalga alla cessazione delle attività; immediato avvio della reindustrializzazione delle aree non più utilizzate. Che poi è la strategia che sta portando avanti da mesi il ministro Adolfo Urso, che combatte da mesi anche una battaglia personale contro le assurde regole green dell’Europa, che hanno certamente avuto influssi negativi anche sul settore dell’acciaio.
È un tentativo di tenere insieme emergenza sociale e prospettiva industriale. Ma il tempo a disposizione è sempre più ridotto.
La sentenza che può cambiare tutto
La chiusura dell’area a caldo non rappresenterebbe soltanto la fermata temporanea di una parte dello stabilimento. Gli altiforni, una volta raffreddati oltre determinati limiti, potrebbero non essere più riavviabili senza interventi lunghi e costosi. Taranto è inoltre l’unico polo siderurgico integrato italiano capace di produrre acciaio partendo dal minerale di ferro.
Lo stabilimento occupa direttamente circa 8 mila lavoratori e sostiene una vasta rete di imprese esterne. Considerando l’amministrazione straordinaria e l’indotto, la vertenza coinvolge complessivamente oltre 15 mila persone. Una chiusura non governata avrebbe conseguenze non soltanto per Taranto, ma per l’automotive, la meccanica, le costruzioni, la cantieristica e per l’autonomia industriale nazionale.
Il segretario della Fiom, Michele De Palma, ha posto la questione con chiarezza: «Vogliamo continuare a produrre acciaio o vogliamo diventare dipendenti da altri Paesi?». La proposta della Fiom è quella di una società a controllo pubblico che assicuri continuità produttiva e decarbonizzazione. Anche Ferdinando Uliano della Fim ha chiesto al governo di non limitarsi a rinviare la decisione ai possibili acquirenti privati: «Serve una responsabilità nel dirci come si disegnerà il futuro dell’Ilva».
Il governo, dal canto suo, non esclude il mantenimento di una partecipazione pubblica. Una presenza dello Stato potrebbe risultare indispensabile durante la transizione, soprattutto se le offerte private non fossero accompagnate da investimenti, garanzie occupazionali e impegni precisi sui volumi produttivi.
Trent’anni di decisioni contraddittorie
Raccontare questa vicenda come il fallimento di un solo governo sarebbe storicamente scorretto. La crisi affonda le radici nella gestione ambientale del periodo precedente al sequestro del 2012, nella sottovalutazione dell’impatto sanitario, nelle numerose amministrazioni straordinarie e nella difficoltà della politica di scegliere una direzione stabile.
Dopo il sequestro degli impianti sono arrivati decreti, commissari, piani ambientali, gare e continui cambiamenti delle condizioni normative. L’ingresso di ArcelorMittal avrebbe dovuto aprire una nuova fase, ma il rapporto con lo Stato è rapidamente degenerato, anche a causa delle modifiche al cosiddetto scudo penale e delle divergenze sul piano industriale. Nel 2024 il governo ha riportato Acciaierie d’Italia sotto amministrazione straordinaria, ereditando impianti deteriorati, una produzione ai minimi e una situazione finanziaria gravissima.
I commissari hanno successivamente promosso un’azione risarcitoria miliardaria nei confronti di ArcelorMittal, sostenendo che le risorse dell’azienda sarebbero state sistematicamente trasferite alla controllante. Le accuse dovranno naturalmente essere valutate nelle sedi competenti, ma mostrano quanto si sia deteriorato il rapporto con il precedente socio privato.
Più che immobilismo assoluto, quindi, si è registrata una frenetica successione di interventi spesso privi di continuità. Molte decisioni sono state prese per superare l’emergenza del momento, senza riuscire a costruire un modello produttivo valido per i successivi vent’anni.
Il governo Meloni ha quindi ereditato una situazione pesantissima, ed anzi ha cercato di trovare finalmente una qualche soluzione per una azienda che sembrava irrimediabilmente destinata al fallimento e alla chiusura. Il Mimit ha garantito le risorse necessarie alla continuità produttiva, riaperto il confronto con i possibili acquirenti e lavorato a una soluzione fondata su forni elettrici e Dri, mantenendo aperta anche l’ipotesi di una partecipazione pubblica. Urso ha cercato interlocutori industriali in Italia e all’estero, pur dovendo fare i conti con impianti deteriorati, costi energetici elevati, vincoli ambientali e continui interventi giudiziari. Anche il confronto con sindacati e territori è rimasto costante. Palazzo Chigi sta ora preparando ammortizzatori straordinari, chiedendo alle aziende dell’indotto di non licenziare. Non esistono soluzioni semplici, ma l’esecutivo sta tentando di impedire che il Paese perda definitivamente il suo principale polo siderurgico.
Il paradosso del Green Deal
L’Europa chiede alle proprie acciaierie di sostenere costi ambientali, energetici e regolamentari sempre maggiori, mentre i concorrenti internazionali operano spesso con standard inferiori. Il Cbam è stato concepito proprio per riequilibrare questa disparità, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di controllare le emissioni dichiarate dai produttori esteri e di estenderne l’applicazione ai manufatti che incorporano acciaio.
Se si tassa il rotolo di acciaio importato ma non il prodotto finito realizzato fuori dall’Unione, si rischia infatti di trasferire all’estero non soltanto la produzione siderurgica, ma anche le lavorazioni successive.
È una contraddizione simile a quella emersa nell’automotive: Bruxelles ha imposto obiettivi ambientali molto ambiziosi senza costruire con la stessa rapidità una politica energetica, commerciale e industriale in grado di proteggere le aziende europee dalla concorrenza cinese. Anche sulle automobili elettriche cinesi esistono dazi compensativi, ma sono arrivati quando Pechino aveva già conquistato un vantaggio decisivo nelle batterie, nelle materie prime e nelle catene di fornitura.
Non siamo di fronte a un complotto europeo per favorire la Cina. Siamo di fronte a una politica che per troppo tempo ha creduto che la regolamentazione ambientale potesse sostituire la politica industriale. Il risultato è stato il rischio di ridurre le emissioni europee non attraverso tecnologie migliori, ma trasferendo produzioni e posti di lavoro in Paesi che inquinano di più.
Le tre strade dopo il 20 ottobre
Il primo scenario è che la Cassazione consenta, almeno temporaneamente, la prosecuzione dell’attività dell’area a caldo. Il governo guadagnerebbe così il tempo necessario per completare la gara, individuare un investitore e avviare la trasformazione degli impianti. Sarebbe però soltanto una tregua: senza investimenti immediati, il problema si ripresenterebbe.
Il secondo scenario è la conferma dello spegnimento. In questo caso diventerebbe necessario accelerare la costruzione dei forni elettrici, utilizzare temporaneamente preridotto o semilavorati provenienti dall’esterno e affidare allo Stato il compito di accompagnare la riconversione. Per anni la produzione sarebbe inevitabilmente inferiore, con un ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali.
Il terzo scenario è il fallimento della gara o l’arrivo di offerte insufficienti. A quel punto una partecipazione pubblica, almeno transitoria, diventerebbe quasi inevitabile. Nazionalizzare senza un piano industriale significherebbe però soltanto trasferire le perdite sui contribuenti. L’intervento statale avrebbe senso esclusivamente come ponte verso nuovi impianti, nuovi soci industriali e una produzione economicamente sostenibile.
Il professor Carlo Mapelli, docente di siderurgia al Politecnico di Milano, ha avanzato una previsione particolarmente severa, definendo la chiusura dell’ex Ilva «l’opzione più probabile, forse anche la più seria». È un giudizio che fotografa il deterioramento tecnico degli impianti, ma che rende ancora più urgente chiarire quale capacità produttiva l’Italia intenda conservare.
Salvare l’acciaio, non semplicemente il passato
Il futuro di Taranto non può consistere nella riproposizione dell’acciaieria del Novecento, ma neppure nella cancellazione della sua identità industriale. La soluzione più realistica è una riconversione graduale: forni elettrici, Dri, energia competitiva, bonifiche e reindustrializzazione delle aree che non saranno più necessarie alla produzione siderurgica.
La politica deve smettere di promettere contemporaneamente produzione invariata, emissioni azzerate, nessun costo pubblico e tutela integrale dell’occupazione. Questi quattro obiettivi, almeno nella fase di transizione, non possono essere raggiunti tutti insieme.
Il governo Meloni si trova oggi a gestire l’ultimo tratto di una crisi costruita in decenni. Non può cancellare gli errori del passato, ma può evitare quello definitivo: rinunciare alla produzione nazionale di acciaio senza aver costruito un’alternativa.
La vera scelta non è tra fabbrica e salute. È tra una transizione industriale governata, inevitabilmente costosa, e una chiusura disordinata che lascerebbe allo Stato le bonifiche, ai lavoratori la disoccupazione e al sistema produttivo italiano una nuova dipendenza dall’estero.










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