La lettera con cui Jindal ha confermato la disponibilità a rilevare l’intero perimetro dell’ex Ilva, compresa l’area a caldo, rappresenta molto più di un semplice aggiornamento nella difficile procedura di vendita. È la dimostrazione che la strategia portata avanti dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e dal Governo non era né velleitaria né improvvisata, come per mesi hanno sostenuto le opposizioni.

Nonostante le difficoltà industriali, le tensioni sociali, i vincoli ambientali e da ultimo l’intervento della magistratura, l’esecutivo non ha mai abbandonato l’obiettivo di salvaguardare la produzione siderurgica italiana, tutelare i lavoratori e costruire una prospettiva concreta di decarbonizzazione degli stabilimenti.

Jindal oggi mette nero su bianco di essere pronta a procedere immediatamente all’acquisizione dell’intero complesso aziendale. Non soltanto gli impianti a freddo, ma anche l’area a caldo, che nella precedente impostazione sarebbe dovuta rimanere in locazione. Il gruppo indiano si dichiara inoltre disponibile a valutare il riavvio degli impianti assumendosi il rischio industriale e ad accelerare la realizzazione del forno elettrico destinato a sostituire progressivamente gli altoforni.

È esattamente la direzione indicata da Urso: conservare la capacità produttiva del Paese, evitare la desertificazione industriale e accompagnare la transizione ambientale senza sacrificare migliaia di posti di lavoro.  Il ministro delle imprese, intanto, ha convocato per il 5 agosto il Tavolo Taranto, dedicato ai nuovi progetti industriali, e per il giorno successivo un incontro con le associazioni dell’indotto. Dimostrazione ulteriore di quanto il suo impegno e volontà nel risolvere quella che è da decenni una delle piu intricate crisi industriali del paese,  non sia mai venuto meno.

Le opposizioni, invece, hanno spesso descritto ogni passaggio come la prova di un fallimento del Governo. Hanno attribuito all’attuale esecutivo responsabilità accumulate in oltre vent’anni di errori, rinvii, commissariamenti e promesse mancate. Ma l’ex Ilva non nasce con Urso e non diventa una crisi con il Governo Meloni. È una vicenda ereditata, incancrenita da una lunga catena di decisioni politiche e giudiziarie che hanno progressivamente indebolito uno dei principali poli siderurgici europei.

La differenza è che questo Governo, invece di voltarsi dall’altra parte, ha scelto di affrontare il problema. Ha ricostruito una procedura industriale credibile dopo il fallimento della gestione precedente, ha cercato investitori internazionali, ha mantenuto aperto il confronto con le organizzazioni sindacali, con le imprese dell’indotto e con gli enti locali. Ha continuato a lavorare anche quando la sentenza della Corte d’Appello di Milano sembrava destinata a rimettere tutto in discussione.

La reazione di Jindal conferma che quel lavoro non è stato inutile. Il gruppo non solo non si ritira, ma rilancia. Offre di acquistare tutto, promette forniture di bramme sufficienti a garantire il funzionamento degli impianti di Taranto, Genova e Novi Ligure e prospetta fino a sei milioni di tonnellate complessive, comprese quelle provenienti dall’Oman entro la fine del 2027.

Naturalmente restano nodi enormi. La richiesta di 800 milioni di euro attraverso contratti di sviluppo dovrà essere valutata con rigore. La procedura dovrà garantire trasparenza, concorrenza e solidità finanziaria. E soprattutto sarà necessario verificare che gli impegni industriali e occupazionali non rimangano semplici dichiarazioni.

Ma il dato politico è già evidente: il dossier non è morto e il Governo non ha rinunciato alla siderurgia. Martedì si aprirà al ministero il tavolo tecnico permanente con le parti sociali. Nei giorni successivi saranno coinvolte Federacciai, Federmeccanica, le imprese dell’indotto e i soggetti interessati ai nuovi progetti per Taranto. È il segno di una regia che prova a tenere insieme la soluzione industriale e la riconversione economica del territorio.

Urso ha avuto il merito di non accettare l’alternativa semplicistica tra chiusura degli impianti e difesa dello status quo. La linea del Governo è stata diversa: produzione più pulita, nuovi forni elettrici, investimenti, continuità occupazionale e rilancio degli stabilimenti.

Non significa che la partita sia vinta. Sarebbe prematuro sostenerlo. Ma significa che, contrariamente alla narrazione delle opposizioni, l’esecutivo non è rimasto immobile e non ha abbandonato Taranto.

Ora chi per mesi ha parlato soltanto di fallimento dovrebbe riconoscere almeno un dato: mentre altri chiedevano la resa o utilizzavano l’ex Ilva come terreno di propaganda politica, il Governo ha continuato a cercare una soluzione.

Il rilancio di Jindal dimostra che una soluzione industriale è ancora possibile. Non risolve da solo una crisi industriale complessa, ma dimostra che la prospettiva di un futuro per il sito resta aperta nonostante le difficoltà giudiziarie e ambientali. In questo senso la linea del governo, che ha scelto di non abbandonare Taranto e di continuare a cercare investitori e soluzioni industriali, sembra iniziare a produrre risultati. La disponibilità manifestata dal gruppo indiano conferma che mantenere aperto il confronto può preservare le possibilità di rilancio di un asset strategico per l’industria italiana. E se oggi quella possibilità resta aperta, è anche perché Urso e il Governo Meloni, tra mille difficoltà, non hanno mai mollato.