Economia
Ex Ilva, a Taranto non c’è solo l’acciaio: 17 progetti per oltre due miliardi. Il governo prova a costruire un futuro industriale più largo

Taranto prova a uscire dalla gabbia di una discussione che per decenni ha contrapposto in maniera quasi esclusiva produzione, occupazione e ambiente. Dal Tavolo Taranto convocato oggi al ministero delle Imprese e del Made in Italy emerge infatti una prima fotografia concreta di quella diversificazione produttiva invocata da anni ma rimasta troppo spesso confinata nei programmi e nelle dichiarazioni di principio.
Nel corso dell’incontro presieduto dal ministro Adolfo Urso sono stati presentati 17 progetti industriali, distribuiti in almeno otto settori, per un valore complessivo superiore ai due miliardi di euro e con una significativa prospettiva occupazionale. Tra le imprese che hanno manifestato o confermato interesse figurano Pirelli, Webuild, Renexia, Innovation Green Group, Mermec, TP Italia, Statkraft e iScienza.
È un passaggio politicamente rilevante perché indica una direzione diversa rispetto al passato. L’ex Ilva resta un’infrastruttura strategica per la siderurgia italiana e il suo rilancio non può essere accantonato. Ma Taranto non può più dipendere da un solo stabilimento, né vivere con l’angoscia permanente che ogni crisi industriale si trasformi automaticamente in una crisi sociale dell’intero territorio.
La partita riguarda innanzitutto le aree disponibili. Nel perimetro dell’ex Ilva sono stati individuati circa 170 ettari, dei quali 140 già bonificati. A questi si aggiungono 450 ettari dell’Autorità di sistema portuale e oltre 350 ettari di aree militari dismesse o in corso di dismissione. Un patrimonio industriale e logistico imponente che, se accompagnato da autorizzazioni rapide, infrastrutture e certezza delle regole, può diventare uno dei maggiori poli italiani di attrazione degli investimenti.
Il vero problema, adesso, sarà trasformare le manifestazioni di interesse in cantieri, impianti e posti di lavoro. Per questo il Tavolo dovrà definire con precisione le superfici utilizzabili e gli interventi necessari sul fronte autorizzativo. Il governo sta valutando procedure accelerate analoghe a quelle previste dall’articolo 13 del decreto Asset, adattate alla specificità di Taranto, anche attraverso la possibile nomina di un commissario.
È probabilmente questo il punto decisivo. Taranto non ha bisogno dell’ennesimo elenco di progetti destinato a perdersi tra conferenze di servizi, ricorsi, pareri contrastanti e veti amministrativi. Ha bisogno di una regia capace di stabilire tempi, responsabilità e obiettivi. La politica industriale si misura sulla capacità di accompagnare gli investimenti, non soltanto di annunciarli.
Alcuni segnali, peraltro, esistono già. Invitalia ha riferito che negli ultimi quattro anni sono stati approvati sei contratti di sviluppo, attualmente in fase di attuazione, per 509 milioni di euro di investimenti e una previsione di circa 2.657 occupati. Altri tre contratti sono in fase avanzata di valutazione, con richieste di agevolazioni per circa 140 milioni e 815 nuovi posti di lavoro potenziali.
Anche la ZES unica sta iniziando a produrre risultati misurabili. Nella provincia di Taranto sono state rilasciate 46 autorizzazioni uniche, corrispondenti a 432,7 milioni di investimenti e a 1.737 occupati previsti. Nel solo Comune di Taranto le autorizzazioni sono 20, per 157,6 milioni di investimenti e oltre mille potenziali posti di lavoro.
La riunione arriva in una fase delicatissima, dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano sull’area a caldo dell’ex Ilva e mentre il governo tenta di contenere gli effetti della decisione sul sistema produttivo e sull’occupazione. Il tavolo odierno si inserisce infatti nel percorso concordato con le organizzazioni sindacali a Palazzo Chigi e segue l’incontro tecnico dedicato al quadro industriale, finanziario e occupazionale del gruppo.
La sfida è tenere insieme due obiettivi che non possono essere considerati alternativi: garantire un futuro alla siderurgia nazionale e costruire per Taranto un’economia meno fragile, più articolata e meno esposta alle oscillazioni di un’unica grande fabbrica.
Per decenni la città è stata costretta a scegliere tra il lavoro e la salute, tra l’acciaio e il futuro. I 17 progetti presentati al Mimit non risolvono automaticamente questa contraddizione, ma possono rappresentare l’inizio di una stagione diversa. A condizione che agli annunci seguano decisioni rapide, procedure straordinarie e una collaborazione reale tra governo, enti locali e imprese.
La vera svolta non sarà presentare due miliardi di investimenti. Sarà riuscire a realizzarli.









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