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Economia

È la domanda che crea l’offerta o l’offerta che crea la domanda? Una falsa alternativa

Rinaldi smonta i miti economici: perché i bonus non bastano e come l’UE ci impedisce i veri investimenti.

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Da oltre due secoli l’economia politica si confronta con una domanda solo in apparenza semplice: viene prima la domanda o l’offerta? Non si tratta di un esercizio teorico, perché dalla risposta discendono visioni profondamente diverse sul ruolo dello Stato, sulle politiche fiscali e sulla natura stessa della crescita economica.

Nell’economia classica la priorità è netta. Con la Legge di Say, l’offerta è considerata logicamente e causalmente primaria: produrre beni e servizi significa generare redditi, e i redditi rendono possibile la domanda. In questa impostazione, riconducibile an Adam Smith e David Ricardo, non può esistere una crisi generalizzata di domanda se i mercati sono lasciati liberi di aggiustare prezzi e salari. Il problema economico fondamentale non è stimolare i consumi, ma creare le condizioni per produrre in modo efficiente.

La teoria neoclassica, sviluppatasi tra fine Ottocento e primo Novecento, rielabora questo schema introducendo la determinazione simultanea di domanda e offerta. Prezzi e quantità emergono dall’interazione tra preferenze dei consumatori, tecnologia e dotazioni iniziali. Pur attenuando la gerarchia, anche i neoclassici mantengono un punto fermo: la capacità produttiva rappresenta il vincolo strutturale dell’economia. Non si può domandare ciò che non è stato prima progettato, organizzato e reso disponibile.

La vera inversione concettuale arriva con John Maynard Keynes. Dopo la Grande Depressione, Keynes dimostra che l’economia può stabilizzarsi in equilibrio anche con elevata disoccupazione. Nasce il concetto di “domanda effettiva”: le imprese producono e assumono solo se prevedono di vendere. Se la domanda è insufficiente, l’offerta resta potenziale. Nel breve periodo, dunque, è la domanda a guidare produzione e occupazione, legittimando l’intervento pubblico anticiclico.

Negli anni Settanta questa visione entra però in crisi. L’esperienza della stagflazione mostra che politiche espansive della domanda, in assenza di adeguata capacità produttiva, generano inflazione senza crescita. Il monetarismo e, successivamente, le teorie dell’economia dell’offerta (supply-side economics) riportano l’attenzione su produttività, incentivi, investimenti e stabilità macroeconomica. La domanda può sostenere il ciclo economico, ma non può sostituire la creazione di capitale fisico, umano e tecnologico.

L’esperienza italiana è particolarmente istruttiva. Negli ultimi trent’anni il Paese ha spesso privilegiato politiche di sostegno della domanda — spesa corrente, trasferimenti, bonus — senza un parallelo rafforzamento dell’offerta. Il risultato è stato un aumento del debito pubblico, una stagnazione della produttività totale dei fattori e una crescita strutturalmente debole. Il PNRR rappresenta un banco di prova cruciale: le risorse europee possono produrre sviluppo solo se trasformate in investimenti duraturi, innovazione, infrastrutture e capitale umano, non se disperse in misure temporanee o meramente redistributive.

A ciò si aggiungono i vincoli dell’Unione Europea: regole fiscali, sorveglianza sui conti pubblici, sostenibilità del debito. In questo contesto, politiche fondate esclusivamente sull’espansione della domanda diventano non solo inefficaci, ma insostenibili. Senza un aumento permanente della capacità produttiva, la spinta alla domanda si traduce in inflazione, squilibri macroeconomici e nuove restrizioni.

La sintesi è dunque chiara. Nel breve periodo la domanda può attenuare crisi e recessioni. Nel lungo periodo è l’offerta — intesa come produttività, investimenti e innovazione — a determinare reddito, occupazione e benessere. L’alternativa tra domanda e offerta è fuorviante, ma se si deve indicare una priorità strutturale, non vi sono dubbi: è l’offerta a fissare il perimetro entro cui la domanda può realmente esistere e crescere.

Cos’è, in parole povere, la Legge di Say? La Legge di Say (o “legge degli sbocchi”) sostiene che “l’offerta crea la propria domanda”. Immaginate un fornaio: producendo pane, crea valore e guadagna soldi che userà per comprare scarpe. Quindi, secondo Say, non può esistere una crisi generale in cui nessuno compra, perché il solo fatto di produrre genera il potere d’acquisto necessario. La storia ha dimostrato che non è così semplice: se il fornaio tesaurizza i soldi e non li spende, il calzolaio fallisce.

Perché i “bonus” non bastano a far crescere l’Italia? Perché i bonus stimolano la domanda solo momentaneamente (oggi ti do 80 euro, oggi li spendi), ma non aumentano la capacità del Paese di produrre ricchezza domani. Senza investimenti in macchinari, infrastrutture o formazione (lato offerta), quando finisce il bonus l’economia torna ferma, ma con più debito pubblico sulle spalle. È come dare un caffè a una persona stanca invece di curarle l’insonnia.

Quindi l’austerity europea ha senso? Assolutamente no, anzi. L’austerity deprime la domanda (tagliando la spesa pubblica) proprio quando servirebbe sostenerla. Il problema evidenziato nell’articolo è che non basta solo la spesa pubblica corrente (stipendi, sussidi), serve spesa pubblica per investimenti (ponti, ricerca). L’attuale assetto UE spesso blocca entrambi, o ci costringe a tagliare gli investimenti per rientrare nei parametri, ottenendo il peggio dei due mondi: recessione e deindustrializzazione.

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