Economia
Due trilioni per cambiare l’Europa. La sfida di Fitto: meno burocrazia, più risorse ai territori

Quasi duemila miliardi di euro. È la cifra attorno alla quale si giocherà una delle trattative più importanti per il futuro dell’Unione europea. Ma la partita del prossimo bilancio comunitario, quello che accompagnerà l’Europa dal 2028 al 2034, non riguarda soltanto la quantità di risorse da mettere a disposizione degli Stati membri. Riguarda soprattutto il modo in cui saranno spese. Perché negli anni Bruxelles ha costruito un sistema di finanziamenti sempre più articolato, nel quale programmi, regolamenti e adempimenti amministrativi hanno spesso finito per complicare proprio ciò che avrebbero dovuto facilitare: gli investimenti.
È da questa contraddizione che parte il ragionamento di Raffaele Fitto. Intervenendo al Festival delle Regioni di Firenze, il vicepresidente esecutivo della Commissione europea ha ricordato che la proposta di bilancio 2028-2034 è «molto ambiziosa», con una dotazione che si avvicina ai duemila miliardi. Una cifra importante, certamente, ma non ancora definitiva. Saranno il Parlamento europeo e il Consiglio, attraverso il negoziato, a stabilire quale sarà l’effettiva dimensione finanziaria del nuovo quadro pluriennale.
Fitto ha però voluto richiamare l’attenzione soprattutto sulla struttura della proposta. «Accanto alla dimensione finanziaria, vorrei sottolineare che la nuova struttura del bilancio europeo punta con decisione sulla semplificazione e sulla flessibilità», ha spiegato, indicando in questi due principi la risposta alle esigenze di modernizzazione della politica di coesione.
Non è un dettaglio tecnico. È uno dei passaggi più delicati dell’intera riforma. Perché l’Unione europea, alle prese con la concorrenza americana e cinese, la sicurezza energetica, le nuove esigenze della difesa e la trasformazione industriale, non può più permettersi strumenti finanziari incapaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti.
Il nuovo bilancio, presentato dalla Commissione nel luglio 2025, vale circa l’1,26% del reddito nazionale lordo dell’Unione. La proposta prevede, tra le altre cose, circa 865 miliardi di euro per il grande capitolo che comprende coesione, agricoltura, sviluppo rurale e altre politiche territoriali, mentre 409 miliardi sono destinati al rafforzamento della competitività europea. Risorse consistenti, la cui efficacia dipenderà però dalla capacità di trasformarle in cantieri, infrastrutture, formazione, innovazione e opportunità produttive.
La principale novità riguarda i Piani nazionali e regionali di partenariato, destinati a riunire in una cornice più coordinata diversi strumenti di finanziamento oggi gestiti attraverso programmi separati. L’obiettivo è ridurre le sovrapposizioni, rendere più omogenee le regole e consentire una programmazione capace di rispondere alle specificità dei territori.
Una scelta che potrebbe rappresentare un cambiamento significativo per amministrazioni locali e imprese, da tempo alle prese con procedure complesse, scadenze differenti e difficoltà nell’accesso alle risorse.
Il problema, del resto, è noto anche agli studiosi della politica regionale europea. Carlos Mendez e John Bachtler, insieme ai ricercatori dello European Policies Research Centre, hanno analizzato gli effetti della nuova architettura finanziaria, evidenziando come una maggiore integrazione dei programmi possa migliorare il coordinamento degli interventi.
Ma la loro analisi richiama anche un rischio: semplificare a livello europeo non significa necessariamente ridurre il lavoro amministrativo per chi deve concretamente gestire i fondi. La complessità potrebbe semplicemente trasferirsi da Bruxelles ai ministeri e alle amministrazioni regionali, soprattutto nella definizione degli obiettivi, nei controlli e nella rendicontazione.
È proprio questo il banco di prova della riforma. Una semplificazione che rimanga confinata alla struttura dei regolamenti avrebbe un’utilità limitata. Il vero risultato si misurerà nella riduzione dei passaggi burocratici, nella chiarezza delle procedure e nella possibilità, per amministrazioni e beneficiari, di utilizzare tempestivamente i finanziamenti.
Anche gli economisti Eulalia Rubio e Cinzia Alcidi, in uno studio realizzato per il Parlamento europeo, hanno esaminato opportunità e criticità dei nuovi Piani nazionali e regionali. La loro analisi richiama la necessità di salvaguardare la dimensione territoriale degli investimenti e di evitare che il nuovo assetto indebolisca il legame tra finanziamenti europei e bisogni specifici delle singole regioni. Qui si inserisce l’altro punto centrale delle dichiarazioni di Fitto: il ruolo delle autonomie territoriali.
«Mi sento di poter affermare, senza tema di smentita, che viene confermato il dialogo diretto tra le Regioni e la Commissione europea», ha assicurato il vicepresidente, rispondendo alle preoccupazioni di quanti temono un’eccessiva centralizzazione della gestione finanziaria.
Una rassicurazione particolarmente importante per l’Italia, dove le Regioni dispongono di competenze costituzionali e hanno maturato una lunga esperienza nella programmazione dei fondi europei.
Fitto ha ricordato infatti che la proposta mantiene le tre categorie territoriali già previste dalla politica di coesione — Regioni meno sviluppate, in transizione e più sviluppate — oltre alle preallocazioni finanziarie stabilite per determinate categorie e ai principi fondamentali della coesione.
«C’è inoltre una specificità che riguarda Stati membri come l’Italia, dove le Regioni hanno poteri costituzionali e sono state e sono tuttora responsabili dei programmi europei», ha sottolineato. «Avranno quindi certamente il ruolo delineato nella proposta della Commissione».
Resta da definire, naturalmente, come queste garanzie saranno tradotte nelle disposizioni definitive. Il Comitato europeo delle Regioni ha chiesto che il coinvolgimento delle autonomie locali non sia semplicemente consultivo, ma trovi un riconoscimento effettivo nella preparazione e nell’attuazione dei programmi.
È un’esigenza che non contraddice la semplificazione. Al contrario, potrebbe rafforzarla. Le amministrazioni territoriali conoscono spesso meglio dei livelli centrali gli ostacoli che rallentano un investimento, le esigenze delle imprese e le difficoltà dei piccoli comuni. Escluderle dalle decisioni significherebbe rischiare di programmare le risorse senza una conoscenza adeguata dei problemi da affrontare.
La sfida è trovare un equilibrio tra regole comuni, responsabilità nazionale e autonomia regionale, evitando che la richiesta di maggiore flessibilità si traduca in una gestione meno trasparente o in una distribuzione delle risorse condizionata da priorità contingenti.
Su questo terreno si misurerà anche la capacità dell’Italia di incidere nella definizione del prossimo bilancio. Un Paese caratterizzato da profondi divari territoriali, da grandi aree industriali ma anche da zone interne soggette a spopolamento e difficoltà infrastrutturali, ha un interesse particolare a una politica di coesione capace di adattarsi alle diverse realtà.
La flessibilità può consentire di intervenire più rapidamente dove cambiano le condizioni economiche. La semplificazione può aiutare soprattutto i piccoli enti, spesso privi di strutture amministrative adeguate a gestire programmi complessi. Ma entrambe devono accompagnarsi alla certezza delle risorse e a criteri trasparenti di assegnazione.
C’è poi una questione politica più ampia. Negli ultimi anni l’Europa ha moltiplicato le proprie priorità: transizione energetica, competitività, innovazione digitale, sicurezza, autonomia strategica. Obiettivi condivisibili, ma che rischiano di entrare in competizione quando devono essere finanziati attraverso strumenti non sufficientemente coordinati.
Il nuovo bilancio nasce anche per affrontare questo problema, cercando di rendere più coerente l’utilizzo delle risorse europee. Il merito della discussione avviata dalla Commissione è dunque quello di aver posto al centro non soltanto il volume degli stanziamenti, ma la qualità della spesa. Un cambiamento di impostazione che dovrà superare la prova del negoziato e, soprattutto, quella dell’attuazione.
Perché il successo del bilancio 2028-2034 non si misurerà soltanto nei quasi duemila miliardi che Bruxelles riuscirà a mobilitare. Si misurerà nella velocità con cui un’impresa potrà accedere a un finanziamento, un Comune realizzare un’infrastruttura, una Regione sostenere un investimento strategico.
Fitto ha indicato la direzione: semplificazione, flessibilità e centralità dei territori. Ora il confronto europeo dovrà dimostrare che queste parole possono diventare procedure più rapide, responsabilità meglio definite e risultati verificabili. Due trilioni rappresentano un’opportunità enorme. Ma il vero salto di qualità sarà fare in modo che una quota sempre maggiore di quelle risorse arrivi a destinazione senza perdersi lungo la strada della burocrazia.









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