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IL DISCORSO DEL PRESIDENTE

Che sia qualcosa di cui vantarmi o qualcosa di cui vergognarmi, una colpa o un merito, giuro: non ho sentito nemmeno una parola del discorso di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Immaginate di salire sul treno a Palermo, per andare a Milano, e che una voce vi dica dall’altoparlante: questo treno si ferma a Termini Imerese, Cefalù, Patti, Messina, Villa S.Giovanni, Gioia Tauro, e tutto il rosario delle stazioni fino a Milano. Chi mai presterebbe ascolto? Uno sa che deve andare a Milano e tanto basta. Per il discorso di insediamento del Presidente della Repubblica è lo stesso, con la differenza che non si sanno né le stazioni intermedie né quella di destinazione. Sono cose che si sapranno nel corso dei sette anni. E allora perché indicare tutte le stazioni, se il treno, arrivato a Termini Imerese, magari devia verso Enna, o torna indietro, e poi un mese dopo riparte per Venezia, per infine arrivare non a Venezia, ma a Vercelli?
Presentare sé stessi non serve a niente. Me ne sono accorto quando avevo ancora i calzoni corti. Se in classe entrava un professore nuovo, e faceva il solito discorsetto – io sono così e così, insegno così e cosà – io trovavo quel discorso insieme ridicolo e inaffidabile. Chi era e quanto valeva l’avremmo visto noi, l’avremmo giudicato noi. Ecco perché, da professore, entrato per la prima volta in una classe, andavo alla lavagna e cominciavo a scrivere: “I pronomi personali si dividono in soggetti e complementi. E quelli soggetti, a loro volta, in àtoni e tonici”. E dinanzi alle loro facce vagamente allibite, intimavo: “Prendete nota”.
Le buone intenzioni proclamate con l’inevitabile retorica dei discorsi ufficiali sono inutili per molte ragioni. Innanzi tutto non si sa se siano sincere. Ma soprattutto, quante possibilità avrà l’interessato di attuarle? Nel caso del Presidente della Repubblica il primo problema è la limitatezza dei suoi poteri, se osserva scrupolosamente la Costituzione. E se non intende osservarla, farà bene a non proclamarlo nel discorso d’insediamento. Fra l’altro, di solito in quel discorso si citano problemi di dimensioni tali che non sono sufficienti le forze dell’intero Parlamento. E allora perché parlarne? Il nuovo Presidente sinceramente desidera il rilancio dell’economia, la fine della disoccupazione, una migliore amministrazione della giustizia? E dov’è la notizia? Per avere questi sentimenti non è necessario neppure farsi eleggere assessore ai servizi cimiteriali.
Ma si tratta di una brutta abitudine molto corrente. Tutti i politici parlano con aria accorata dei massimi problemi, ma mostrano nel contempo una straordinaria risolutezza: loro li risolveranno. E questo è un grave danno per la vita pubblica. Coloro che promettono di risolvere problemi che non sono in grado di risolvere danneggiano pesantemente la credibilità dei governanti. La gente potrà legittimamente rimproverargli di non avere mantenuto la parola, mentre la loro colpa è in realtà quella di essersi vantati di capacità che non avevano. Dimostrandosi più sbruffoni che disonesti.
La storia viaggia più in alto di tutto ciò. I governanti sono molto meno in grado di determinarla di quanto la gente generalmente creda. Le forze che veramente contano sono la geografia, il livello civile del popolo, le risorse naturali, la congiuntura internazionale, le conquiste della scienza e soprattutto la mentalità della gente. In Italia la crisi economica è insolubile perché fra tutti i rimedi che si ipotizzano manca sempre la fine dello statalismo e della mentalità collettivista. Benché da decenni si constatino i guasti provocati dall’invadenza di un’Amministrazione che vuole occuparsi di tutto e di tutto si occupa male, si continuano a chiedere più regolamenti, più leggi, più Stato. E non si smette di maledire e voler azzerare i profitti delle imprese. La libertà è vista come un pericolo, piuttosto che come una conquista.
Ecco perché i governanti non sono in grado di far nulla. Chi comanda la storia di un Paese è in definitiva il popolo stesso. È per questo che La Gran Bretagna non ha una Costituzione democratica, perché quella costituzione il popolo ce l’ha nel suo cuore e non è necessario scriverla. Viceversa l’Unione Sovietica ne aveva una scritta, addirittura perfetta, che aveva soltanto il piccolo difetto di non essere applicata.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 febbraio 2015

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