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Debito USA: l’incubo di Washington non è più la Cina, ma una trappola da 3.000 miliardi degli hedge fund

La quota di debito americano in mano a Pechino scende al 2%, ma il mercato è ostaggio di 3.000 miliardi di prestiti speculativi: ecco perché una scossa sui rendimenti rischia di far saltare il credito mondiale.

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Per decenni il grande incubo di Washington ha avuto una sola bandiera: la Cina che scarica sul mercato i titoli di Stato americani per affondare il dollaro. Oggi quello scenario geopolitico appare superato da una minaccia interna ben più rapida e incontrollabile: la speculazione a debito dei grandi fondi speculativi.

I numeri raccontano un cambio di guardia impressionante. Nel 2013 Pechino controllava 1.300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro, pari a circa il 14% del debito pubblico statunitense. Oggi la sua quota è crollata a circa il 2%, toccando i minimi dal 2001: Pechino ha ridotto la propria esposizione con passo felpato e senza traumi. Questo elemento è ben evidenziato da Kobeissi Letter. Anche se una parte dei titoli può essere passata alla custodia internazionale in Belgio, il calo è evidente.

 

Al posto del colosso asiatico sono subentrati gli hedge fund, la cui presenza è più che raddoppiata fino a raggiungere il 9% dell’intero mercato. Non si tratta però di cassettisti che comprano per incassare le cedole, ma di operatori a caccia di rendimenti rapidi su piccolissime discrepanze di prezzo.

SoggettoQuota debito USAEsposizioneModello operativo
Cina~2% (in calo costante)Riserve sovranePaziente, politico, non a leva
Hedge fund~9% (oltre il doppio dal 2013)2.600 mld $ diretti (4.000 mld lordi)Altissima leva su prestiti a breve

Il vero detonatore finanziario è la leva. Per comprare circa 2.600 miliardi di titoli, questi fondi hanno chiesto a prestito oltre 3.000 miliardi di dollari sul mercato dei finanziamenti a breve termine (repo), raddoppiando l’indebitamento dall’inizio del 2023. Acquistano debito pubblico finanziandosi interamente a debito.

Questa architettura rende il sistema fragile come cristallo. Se i tassi d’interesse salgono all’improvviso, e quindi cala il valore dei titoli acquistati, scattano le richieste di garanzie immediate da parte delle banche creditrici, il famoso Margin Call. Non potendo coprire i margini, i fondi sono costretti a svendere i titoli di Stato a qualsiasi prezzo sul mercato aperto.

Le conseguenze per l’economia reale sarebbero immediate. Un’ondata di vendite forzate fa schizzare i rendimenti del debito sovrano, trascinando all’istante verso l’alto i tassi sui mutui delle famiglie, sui prestiti alle imprese e sui consumi, congelando l’attività economica e gli investimenti produttivi.

A quel punto la Federal Reserve si ritroverebbe costretta a stampare nuova liquidità per salvare il mercato obbligazionario prima che il blocco si estenda a tutto il circuito del credito. Le mosse di Pechino richiedevano mesi di riunioni diplomatiche; per far tremare i conti pubblici americani, oggi basta un normale martedì mattina con un algoritmo costretto a tagliare le perdite.

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