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Dal miracolo dei vaccini alla deindustrializzazione: Biontech chiude le fabbriche e premia gli azionisti
L’azienda taglia il 22% del personale e chiude le fabbriche, cedendo la produzione a Pfizer. Ma mentre i lavoratori vanno a casa, spunta un buyback da 1 miliardo per premiare gli azionisti. Le ricadute sull’economia.

La corsa all’oro è ufficialmente finita. Biontech, l’azienda costruita sul successo finanziario senza precedenti e sul mito dei suoi vaccini a mRNA contro il Covid, si scontra ora con la dura realtà del mercato post-pandemico. La domanda è fisiologicamente crollata e le conseguenze economiche seguono il classico, e spesso criticato, copione della finanza aziendale: si sacrifica la produzione reale, si riduce drasticamente la forza lavoro e la liquidità rimanente finisce in riacquisti di azioni proprie (buyback) per sostenere i corsi di borsa.
Uno sguardo ai numeri rivela la reale portata di questa ristrutturazione. L’azienda biotecnologica di Magonza taglierà fino a 1.860 posti di lavoro, pari a un pesante 22% della sua forza lavoro totale. I siti produttivi tedeschi di Idar-Oberstein, Marburgo e Tubinga (quest’ultima acquisita solo l’anno scorso con l’inglobamento della rivale CureVac per oltre un miliardo di dollari), oltre allo stabilimento di Singapore, verranno chiusi entro la fine del 2027. Nel primo trimestre di quest’anno, del resto, la società ha già registrato una perdita netta di 532 milioni di euro.
Da un punto di vista macroeconomico e keynesiano, questo è un duro colpo per il tessuto industriale. La produzione del vaccino, un tempo celebrata come un trionfo strategico per l’Europa, verrà interamente esternalizzata e ceduta al partner americano Pfizer. E mentre scompaiono posti di lavoro reali nel settore manifatturiero, il management annuncia serenamente un programma di riacquisto di azioni proprie per un miliardo di dollari. Come ha sintetizzato amaramente Roland Strasser del sindacato IGBCE, si sacrifica senza scrupoli la capacità produttiva pur di impressionare e compiacere gli azionisti.
La ristrutturazione di Biontech in sintesi:
| Indicatore | Valore / Impatto |
| Posti di lavoro a rischio | Fino a 1.860 (22% della forza lavoro) |
| Siti in chiusura | Idar-Oberstein, Marburgo, Tubinga, Singapore |
| Risparmi operativi previsti | 500 milioni di euro annui (entro il 2029) |
| Buyback azionario | 1 miliardo di dollari (deflusso di capitali verso gli azionisti) |
A questo quadro si aggiunge un tempismo notevole al vertice. I fondatori, Ugur Sahin e Özlem Türeci, la coppia d’oro della pandemia, lasceranno l’azienda entro la fine dell’anno per dedicarsi, dicono, a nuovi progetti di ricerca indipendente. Dopo aver guidato Biontech negli anni più redditizi della sua storia, lasciano ad altri l’ingrato compito della macelleria sociale e dei tagli.
Economicamente parlando, questo caso illustra in modo esemplare le debolezze di un’economia eccessivamente finanziarizzata. Invece di reinvestire i massicci profitti accumulati (l’azienda siede ancora su 16,7 miliardi di euro di liquidità) per mantenere e riconvertire le capacità produttive europee, si preferisce dirottare i rendimenti verso Wall Street o distribuirli agli investitori. La perdita di competenze industriali è palese: il Vecchio Continente, che aveva fatto carte false per trattenere la produzione sul proprio suolo, si ritrova svuotato di indotto e know-how in favore dei colossi USA. Biontech si rimpicciolisce per compiacere la borsa, puntando sulla rischiosa scommessa dell’oncologia, ma a pagare il conto tangibile oggi sono i lavoratori e l’economia reale tedesca.







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