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Da Croce a Salvini, il Pli nella Lega scatena la rivolta tra i liberali Il retroscena di una alleanza che non va giù agli eredi di Malagodi di Via Frattina 89

 

Sono agitate, agitatissime, le acque nel piccolo Partito Liberale che a sorpresa dopo aver tentato la strada della Federazione della Libertà con Gaetano Quagliariello ed Enrico Costa ha prima sposato con un altisonante comunicato stampa il progetto unificatore di Lorenzo Cesa al quale – si legge ancora nella nota – il PLI accordava “pieno sostegno” e poi all’ultimo momento ha deciso di confluire all’interno delle liste della Lega Nord con 4 propri candidati, di certo non di primo pelo: il presidente Stefano De Luca, 76 anni, candidato a Salerno, il segretario Giancarlo Morandi, 79 anni che ha strappato un posto in lista in Molise, il presidente onorario Giuseppe Basini, fisico e professore che di anni ne ha 71, candidato a Roma dopo Giulia Bongiorno e infine la più giovane dei quattro, la senatrice uscente Cinzia Bonfrisco che con i suoi 56 abbassa la media età dei candidati liberal-leghisti a ben 70,5 anni.

Non proprio un quadro ottimale per programmare, nella prossima legislatura, una nuova generazione di liberali. All’indomami dell’ufficialità di questo inedito accordo col Carroccio all’interno dell’ex partito di Malagodi, infatti, è però montata la rivolta tra dirigenti che hanno annunciato dimissioni e autosospensioni e chi ha contestato la procedura seguita dalla direzione nazionale per l’accordo con Salvini. Basta dare un’occhiata ai tanti gruppetti liberali sui social network per testare il dissenso rispetto alla conversione leghista dell’ultimo minuto: “c’era solo una delega a trattare, non a stringere accordi” fanno notare alcuni dirigenti. Non solo: poche ore l’annuncio del patto con la Lega è proprio la pagina ufficiale del PLI a riportare le parole dello stesso De Luca che, con un comunicato battuto dall’AdnKronos, annunciava di “non accettare la candidatura a Salerno perché – riporta De Luca – per un errore il presidente aveva inteso sottoscrivere la propria candidatura a Napoli e non a Salerno. Peccato che, dopo poco, la stessa agenzia sia sparita dalla pagina del Partito (qualcuno dalle parti di via Bellerio non sarà stato contento), gettando iscritti e simpatizzanti nel panico.

“Il Pli con la Lega? Ma che davvero?”, “solito scenata di De Luca che pochi secondi dopo già prende le distanze da questo accordo” sono solo due della sfilza di commenti sui social. Ma a far degenerare la situazione ha contribuito soprattutto un altro patto, quello relativo alle elezioni regionali del Lazio, grazie al quale il PLI, ospitato dalla Lega nella scheda per Camera e Senato, ha scelto di presentarsi invece a sostegno di Sergio Pirozzi sotto le insegne della Lista Nathan. “Ma come? – hanno tuonato gli iscritti – nello stesso giorno, il 4 di marzo, ci presentiamo dentro liste della Lega e su un’altra scheda il simbolo dei liberali viene invece schierato contro il Carroccio e contro tutto il centro destra. Ma come si fa?”. Tempo qualche ora e di nuovo va in scena una nuova rivolta, stavolta nero su bianco, a causa di un appello sottoscritto da vari dirigenti che, ricordando il manifesto di Oxford e i basilari principi dei liberali, mettono nero su bianco le perplessità attorno a questa doppia scelta che scontenta tutti, compresi probabilmente gli stessi piani alti del partito.

Inspiegabilmente infatti nei canali ufficiali del PLI non vi è alcun post o manifesto che indichi i nomi e i collegi delle candidature dei quattro liberali ospiti della Lega, segno del profondo imbarazzo che circonda lo storico partito di Benedetto Croce. Ma il PLI non è nuovo a queste polemiche: l’ultima in sequenza fu quella riguardante l’espulsione di Edoardo De Blasio, tra i favoriti a succedere a Morandi nel congresso del 2017 che poi riconfermò la leadership uscente con oltre l’80% dei consensi. Senza dimenticare gli altri precedenti che hanno visto, nell’ordine, le uscite polemiche, tra dimissioni ed espulsioni, di Paolo Guzzanti, Enzo Palumbo, Daniele Toto e Ivan Catalano, tutti entrati in rotta di collisione dopo poco tempo con De Luca, dal 1997 dominus indiscusso del PLI. Ma il pensiero va già al 5 di marzo quando la leadership De Luca-Morandi-Basini dovrà affrontare l’ennesima fronda all’interno di questo piccolo contenitore che stavolta rischia di minare la maggioranza uscita vincitrice dal congresso celebrato in pompa magna solo pochi mesi fa, visto il sostegno, tacito o esplicito, ai ribelli di qualche ormai ex fedelissimo di De Luca. E il congresso nella cabina telefonica si fa più probabile.

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