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Crepe nel Petrodollaro: l’ombra dello Yuan a Hormuz e la resilienza del biglietto verde

Crepe nel sistema del petrodollaro: l’analisi di Deutsche Bank sulle tensioni a Hormuz, la mossa dell’Iran sullo yuan e perché il biglietto verde è ancora lontano dal crollo.

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Il funerale del dollaro è stato celebrato innumerevoli volte negli ultimi cinquant’anni, eppure il morto gode di ottima salute, o quasi. Le recenti tensioni in Medio Oriente stanno però aprendo nuove, affascinanti faglie nel sistema che dal 1974 garantisce l’egemonia finanziaria americana: il petrodollaro. Secondo un recente rapporto di Deutsche Bank, il conflitto in Iran e le nuove dinamiche geopolitiche potrebbero fungere da catalizzatore per l’erosione di questo dominio, aprendo la strada all’ascesa del “petroyuan”. Ma la partita è davvero chiusa?

Il pedaggio di Hormuz e la via asiatica

Il blocco quasi totale del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz ha riacceso i riflettori sulla vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. Teheran ha introdotto una variabile squisitamente politica ed economica: il transito delle navi straniere è consentito non solo a patto di non compiere atti ostili, ma, secondo diverse fonti internazionali, le autorizzazioni verrebbero regolate in yuan cinesi. Mallika Sachdeva, stratega di Deutsche Bank, ha evidenziato come questa mossa, unita al fatto che la Cina sia il principale acquirente del greggio iraniano, stia accelerando l’internazionalizzazione della valuta di Pechino.

A questo si aggiunge la pragmatica politica indiana. Le raffinerie di Nuova Delhi, nel tentativo di aggirare i rischi legati alla volatilità delle sanzioni statunitensi, stanno regolando i propri acquisti di greggio russo utilizzando rupie, successivamente convertite in Dirham emiratini o Yuan. Quindi anche gli enormi acquisti di petrolio dell’India stanno transitando attraverso Yuan o Dirham, senza passare dal Dollaro.

Un mondo multipolare: 1974 contro 2026

Per comprendere la portata strutturale di queste manovre, è utile osservare come si sia trasformato il mercato energetico rispetto all’epoca in cui Henry Kissinger strinse l’accordo storico con l’Arabia Saudita.

Indicatore StrategicoIl Contesto del 1974Lo Scenario del 2026
Partner Commerciale AraboStati UnitiCina (acquista 4 volte più degli USA)
Moneta di ScambioMonopolio del DollaroFrammentazione (Dollaro, Yuan, Rupia)
Fornitura TecnologicaDominio industriale USADiversificazione globale
Rapporto di SicurezzaGaranzia militare esclusiva USARicerca di autonomia strategica (es. BRICS)

Come fa notare Paul Donovan, capo economista di UBS, la quota di mercato statunitense nelle importazioni saudite è crollata all’8%, meno di due terzi rispetto a dieci anni fa. L’incentivo meccanico a riciclare petrodollari acquistando beni americani si sta, lentamente, assottigliando.

Quindi il Dollaro può avere dei problemi, e non piccoli, soprattutto se il conflitto di prolungherà, fissando i canali di regolamento non in Dollari e riducendo le esportazioni di prodotti finiti americani.

I bastioni del Dollaro: perché l’egemonia non è finita

Sarebbe tuttavia un errore madornale confondere una tendenza alla multipolarità con l’imminente collasso del biglietto verde. Se da un lato il processo di “dedollarizzazione” ha subito un’accelerazione a causa dell’uso del dollaro come strumento sanzionatorio (la cosiddetta weaponization delle valute), dall’altro il sistema finanziario a stelle e strisce vanta difese formidabili.

Ecco perché il dollaro resta, ad oggi, incontrastato:

  • Mercati profondi e liquidi: Non esiste al mondo un mercato dei capitali vasto, sicuro e liquido come quello dei titoli di Stato americani (Treasuries). I grandi esportatori hanno ancora bisogno di un “porto sicuro” dove parcheggiare enormi surplus commerciali.
  • Inerzia e “Network Effect”: Il sistema finanziario globale, le stanze di compensazione, i contratti derivati e le materie prime sono prezzati e strutturati in dollari. Cambiare questa infrastruttura richiede decenni, non mesi.
  • Limiti strutturali dello Yuan: La valuta cinese non è pienamente convertibile, e i capitali in Cina sono soggetti a rigidi controlli da parte del Partito Comunista. Nessun investitore globale vuole ancorare le proprie riserve a una valuta che non può essere liquidata o spostata liberamente in caso di necessità.
  • Lo status di bene rifugio: Ironia della sorte, proprio le tensioni scatenate in Iran hanno spinto gli investitori globali a comprare dollari per proteggersi dall’incertezza, riaffermando il suo ruolo di salvagente nelle tempeste geopolitiche.

Un lento declino relativo

Come ha confermato l’economista Robin Brooks, i dati non supportano ancora la tesi di una fine imminente per il dollaro. Il calo del suo peso nelle riserve globali (sceso intorno al 59%) riflette più che altro la naturale crescita dimensionale delle economie emergenti e la rivalutazione dell’oro, che comunque ora è in calo.

Ciò a cui stiamo assistendo non è un cambio della guardia improvviso, ma una progressiva e complessa frammentazione. Il dollaro non sparirà, ma dovrà abituarsi a condividere la scena, accettando che in alcuni teatri, come quello euroasiatico, il petroyuan stia ritagliandosi uno spazio operativo sempre più concreto.

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